L’ombra di forze estere sul caso Regeni

In guerra (e in amore) tutto è permesso. Così almeno dice il proverbio. E quando la guerra deve ancora cominciare – l’intervento in Libia di cui da tempo si vocifera – il proverbio evidentemente vale lo stesso. Tanto che se tra Italia ed Egitto si crea una crisi diplomatica, difficilmente la cosa può essere del tutto slegata dall’intervento.

Giulio Regeni, il ricercatore 28enne torturato e ucciso in Egitto in circostanze ancora poco chiare, forse era solo un ricercatore. Non una spia, come in molti sospettano. Ma che fosse una spia, o un ricercatore, che sia stato ucciso per un motivo ben preciso o quasi per caso, è naturale che la vicenda sviluppatasi dalla sua morte venga manipolata da certi Paesi per ottenere certi vantaggi.

«Come scenario, quello di Regeni spia di un servizio di intelligence non è il più probabile – afferma Alfonso Giordano, docente di Geografia Politica presso la Luiss, intervistato da Epoch Times – È verosimile pensare che Regeni fosse un giovane ricercatore di Cambridge le cui indagini hanno creato sospetti».
Ma, sulla morte di questo ricercatore di Cambridge – e sulla possibilità di rovinare le relazioni tra Italia ed Egitto – molti Paesi potrebbero fregarsi le mani: «Che ci siano altri attori che possano trarre vantaggio dal peggioramento dei rapporti tra Italia ed Egitto è fuor di dubbio» continua il docente, ritenendo «plausibile» che servizi segreti di altri Paesi possano usare il caso Regeni a proprio vantaggio.
Del resto, ricorda Giordano, il corpo martoriato del giovane friulano è comparso proprio lo stesso giorno in cui l’ex ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi si trovava al Cairo. Una circostanza estremamente particolare, che potrebbe deporre a favore di un complotto anti-egiziano, o volto a minare le relazioni del Paese delle piramidi con l’Italia.

E, a proposito di sviluppo economico, l’Italia aspira a svolgere un ruolo centrale nella gestione della Libia, che al momento ha problemi con l’Isis, oltre che di organizzazione politica interna. Ma non è l’unico Paese a volerlo: anche Egitto, Turchia, Francia, Gran Bretagna e Russia, sono tra i Paesi particolarmente interessati a mettere le mani sulla Libia. «Soprattutto Francia e Gran Bretagna mantengono degli interessi di tipo economico ed energetico nel Paese, implicite cause dell’intervento del 2011. Ma questo è un discorso che va al di là del caso Regeni. La Libia è stata, ed è, importante per l’Italia per investimenti economici, gas, petrolio, e nella gestione dei flussi migratori».

L’INTERVENTO DEL NEW YORK TIMES

Va segnalato, inoltre, il grande e singolare interesse del New York Times sulla questione.
Quello che è considerato il giornale più importante al mondo, aveva già trattato il caso Regeni fornendo esclusive e ponendosi a fianco dell’Italia nel criticare l’atteggiamento egiziano.
Il 14 aprile il Nyt ha pubblicato un altro editoriale, in cui si afferma che «le violazioni dei diritti umani in Egitto sotto il presidente Abdel Fattah el-Sisi hanno raggiunto nuove altezze, eppure i governi occidentali che commerciano con l’Egitto e lo armano hanno continuato a fare affari come al solito». L’editoriale critica anche il «vergognoso silenzio della Francia» – poi rotto da Hollande il 17 aprile – e critica anche lo scarso interesse mostrato dalla Gran Bretagna.

Ma è davvero così semplice? La maggiore Testata al mondo pubblica davvero un editoriale del genere senza averci pensato bene, o senza aver soppesato l’importanza dell’Egitto nella coalizione anti-Isis? Del resto il New York Times non ha esattamente un passato da grande difensore dei diritti umani, come racconta il libro Buried by the Times, che documenta la scarsa copertura mediatica che il giornale riservò a suo tempo ai crimini nazisti.

Più recentemente, nel 2012, il Nyt è stato criticato anche dal programma di approfondimento China Uncensored della emittente statunitense NTD TV, perché, a giudizio del conduttore Chris Chappel, avrebbe trattato in maniera impropria l’argomento della persecuzione del Falun Gong, dando spesso valore alle dichiarazioni derivanti dalla propaganda del Partito Comunista Cinese.
Secondo Chappel, la copertura inadeguata sulle questioni cinesi sarebbe cominciata dopo un’intervista che il New York Times concesse a suo tempo al dittatore Jiang Zemin, ex leader cinese, responsabile della persecuzione del Falun Gong e anche complice della repressione delle proteste studentesche di Piazza Tiananmen.
Il Nyt, inoltre, è rimasto a lungo tra i pochi media internazionali a non subire censura in Cina, salvo poi conoscerla dopo aver pubblicato un articolo su presunte ricchezze illecite della famiglia di Wen Jiabao, ex premier cinese favorevole alla fine della persecuzione e – secondo fonti interne – persino alla caduta del comunismo in Cina. Le notizie che attaccavano Wen, pubblicate anche da altri media, derivavano probabilmente dalla fazione di Jiang Zemin, e avevano lo scopo di indebolire i suoi nemici politici.

Viene dunque da chiedersi perché il New York Times condanni con tanta decisione l’Egitto, se – come è ragionevole ritenere – i diritti umani ‘da soli’ a quanto pare non costituiscono una motivazione sufficiente. Va forse interpretata come una linea editoriale ispirata dal governo americano, piuttosto che dalla semplice ‘opinione’ del direttore del giornale? Difficile dirlo, siamo nel campo delle ipotesi.

Quello che invece è certo, per il professor Alfonso Giordano, è che per stare in Egitto frequentando ambienti pericolosi, come quelli delle opposizioni, «bisogna avere quantomeno l’assicurazione di protezioni esterne, non solo della nostra ambasciata».
«Servizi o interni (quindi egiziani) o inglesi americani – specifica il professore – O anche partiti politici locali o funzionari di organizzazioni internazionali e no profit che hanno rapporti preferenziali con gli ambienti che Regeni frequentava. È pensabile che uno o più di questi attori sapesse di Regeni».

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