(S)Ventura Italia, siamo fuori!

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il 13 novembre 2017 è una pagina nera per il calcio italiano, che racconta di un’incredibile disfatta: gli azzurri sono fuori dai mondiali di Russia 2018 ancor prima di entrarci. Inutile persino analizzare la partita di ritorno dei playoff contro la Svezia. Non era certo lì che si doveva conquistare una qualificazione alla Coppa del Mondo che l’Italia, forte di quattro titoli mondiali – seconda solo al Brasile che ne ha vinti cinque – aveva mancato una sola volta nella sua gloriosa storia, sessant’anni fa (1958).

Ma in quell’occasione sulla nazionale italiana di calcio pesava ancora come un macigno la tragedia di Superga che, oltre a essere stata uno shock immenso dal quale il calcio italiano ha faticato a riprendersi, annientò il mitico Grande Torino, privando di conseguenza la nazionale di molti dei suoi uomini migliori.

Oggi però, sembrano non crederci neanche i quotidiani stranieri (figuriamoci noi): «L’Italia è fuori dal mondiale 2018», parole pesanti che ridondano come un eco sui titoli in prima pagina in tutte le lingue. E se da una parte tra i commentatori dei quotidiani spagnoli e argentini ci sono quelli che gioiscono delle disgrazie altrui (le nostre), dall’altra altri loro connazionali ribattono umilmente, ricordando a questi che i titoli mondiali di Argentina e Spagna sommati assieme non arrivano a quelli accumulati dalla sola nazionale italiana. Qualcun altro ancora, un po’ più fuori dal coro, si chiede perplesso: «Ma perché Insigne non ha giocato? Non è il miglior giocatore della rosa italiana?».

I tifosi azzurri sulle pagine social hanno smesso però da tempo di farsi questo genere di domande, e quello che permane e traspare è soltanto amarezza. Il fine partita contro la Svezia allo Stadio San Siro di Milano è un finale che sa di amaro non solo per le lacrime dei sacrifici di un grande numero uno come Gigi Buffon (che saluta così la nazionale nel peggiore dei modi), ma soprattutto perché giocare a pallone, è una di quelle cose che ci è sempre riuscita meglio; delle tante vittorie in bacheca non ne abbiamo mai fatto un vero e proprio vanto ma, il pensare che ci fosse un qualcosa in cui la nostra nazione primeggiasse era sicuramente un motivo di orgoglio per il popolo italiano in generale e, lungi da chi crede il calcio «l’oppio dei popoli», lo era anche per la sua più alta rappresentanza.

I mondiali non saranno certo la soluzione a tutti i problemi della vita, ma anche i meno amanti del pallone − perché l’Italia sì, ai mondiali la seguivano anche loro − non potranno negare che quelle partite estive nelle calde e frenetiche giornate lavorative riuscivano a cancellare, almeno per qualche ora, gran parte delle ansie e preoccupazioni della stressante routine quotidiana. Inoltre, alzi la mano chi non è uscito a festeggiare come minimo fuori il balcone di casa con qualche amico, in quell’ormai lontano luglio 2006, quando vincevamo il nostro quarto titolo mondiale; è proprio così: il calcio, sotto questo punto di vista, per quel breve lasso di tempo scandito da un ritmo quadriennale, ci faceva sentire un po’ più uniti del solito, ci rendeva tutti un po’ più italiani.

Ma adesso, niente da fare. Anche questa piccola consolazione è sfumata via. Tuttavia, se è facile sdrammatizzare e attenuare il dispiacere dei tifosi, per così dire ‘occasionali’, calcisticamente parlando invece, questa è e rimane una vera e propria «catastrofe», come scrive il giornalista e opinionista sportivo Antonio Felici, corrispondente in Italia per France Football, sulla sua pagina Facebook: «#ItaliaSvezia La catastrofe alla fine è arrivata. Stamattina dicevo che temevo come un incubo lo 0-0. Purtroppo dopo lo 0-1 dell’andata era chiaro che la Svezia avrebbe affrontato la gara esattamente come abbiamo visto. Grazie ad alcuni cambi gli azzurri sono stati più vivaci, ce l’hanno messa tutta, ma le idee non sono mai state troppo chiare. Questi 180 minuti sono il frutto avvelenato di una gestione tecnica sgangherata e strampalata, clamorosamente messa a nudo nella trasferta di Spagna. Purtroppo l’Italia oggi si sveglia calcisticamente più piccola. Su Ventura è stato detto tutto. Passerà alla storia. Una vergogna del genere non si cancella. Una generazione di calciatori gloriosi adesso passerà la mano. Ma prima di loro deve, dico deve, toccare a tutta una serie di vecchi arnesi da troppo tempo aggrappati al potere».

Parole dure, che riflettono tutto il disappunto e il rammarico del mondo sportivo a livello nazionale. Non partecipare a un mondiale è infatti una sconfitta bruciante, umiliante, e chi più ne ha più ne metta; una data che rimarrà nella storia come una delle più buie e tristi per il calcio italiano.

Rimanendo al di fuori di colpe e ragioni tuttavia, l’unica cosa che adesso rimane da fare è prenderne atto, e provare già a ricominciare, nella consapevolezza che serviranno anni di lavoro e di sacrificio, per provare a riportare in alto nel cielo quell’azzurro che ci ha sempre fatto sognare.

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