L’impatto della mano invisibile della tecnologia

Un lavoratore fra le fila di scaffali di un magazzino di Amazon a Brieselang, in Germania. (Sean Gallup/Getty Images)

L’emblema più rappresentativo dell’era dell’automazione che stiamo vivendo non è nè l’ultima applicazione per ordinare da mangiare, nè il taxi a pilota automatico, e nemmeno i robot che cucinano: è la stagnazione dei salari.
A questo proposito, Ryan Avent, giornalista dell’Economist, sostiene che «non ci sveglieremo domani con i robot al lavoro al nostro posto. Piuttosto vedremo pressioni sui nostri redditi, sui lavoratori e sulle istituzioni. È così che si presenta la magnifica rivoluzione robotica».

Avent è stato solo l’ultimo a parlare di quella che nel suo libro, Il Benessere degli umani, è di volta in volta chiamata Rivoluzione digitale, Quarta era industriale, o anche Seconda era della macchina.
Queste teorie delineano alcuni futuri quasi apocalittici, ma aprono anche temi significativi sul presente: le nostre economie sono per lo più obsolete, l’aumento della disuguaglianza e il deterioramento delle condizioni di lavoro in tutto il mondo sviluppato sono guidati per lo più dalla tecnologia, e l’automazione potrebbe guidare la società verso livelli di disoccupazione stabilmente più alti.

Le paure di un futuro senza occupazione non sono nuove: anche quando sono apparsi i primi trattori nelle fattorie e le fabbriche di cotone cominciavano a ‘sputare’ fumo, queste paure erano vive, ma poi sono scomparse con l’arrivo di nuovi posti di lavoro portati dall’industrializzazione.

Potrebbe essere diversa la situazione attuale? Dopo tutto, noi non vediamo crollare i livelli di occupazione, e le teorie economiche classiche predominanti non accettano il verificarsi di questo scenario.

Tuttavia, personaggi di rilievo come alcuni ex segretari del lavoro degli Stati Uniti e il capo del Forum economico mondiale hanno incominciato a sfidare questo pensiero economico comunemente accettato, affermando che la tecnologia digitale e quella dell’automatizzazione non hanno ancora ridotto il numero dei posti di lavoro, ma hanno indebolito il mercato del lavoro, svuotandolo della classe media e portando sempre più denaro nelle mani di sempre meno persone.

Avent ritiene che non si tratti di un semplice processo di perdita del lavoro in favore dei robot: se dei robot umanoidi confluiranno in strada ogni mattina sulla via del lavoro, i cambiamenti saranno facili da comprendere; quello che invece vediamo sono nuovi programmi per computer e applicazioni, catene di fornitura globali, riorganizzazioni dei luoghi di lavoro, cambiamenti delle regole di lavoro; e, certo, anche sempre più robot.

LE CONDIZIONI DEI LAVORATORI

Gli stipendi stagnanti sono come una «pistola fumante» sostiene Avent. Per decenni, dopo il 1940, gli stipendi di operai, insegnanti, dottori e esperti di finanza sono aumentati di pari passo con la produttività economica in tutto il ‘mondo sviluppato’.

In seguito, a metà degli anni ’70, la situazione ha cominciato a deteriorarsi negli Stati Uniti, anticipando gli altri Paesi occidentali di circa vent’anni. Gli stipendi medi reali hanno incominciato a smettere di aumentare insieme alla produttività, che in alcuni Paesi si è appiattita per un lungo periodo; come risultato, la sperequazione dei salari si differenzia sempre più, quelli più alti aumentano, la classe media si contrae, e una quantità maggiore di soldi confluisce nei capitali, fino allo storico livello di disuguaglianza attuale.

Tali anomalie sono state attribuite alla globalizzazione, ai cambiamenti politici e a problematiche inerenti il capitalismo; mentre, al contrario, è stato a torto sottovalutato il fattore dello sviluppo tecnologico.
Avent sostiene che «è proprio a causa del rapido cambiamento tecnologico che si stanno vedendo condizioni scadenti per i lavoratori»: le economie sviluppate si stanno allontanando dalla stabilità, passando dai lavori full time a tempo indeterminato a quelli temporanei, occasionali e part-time; come se non bastasse, ad accompagnare questa tendenza, c’è la stagnazione dei salari e la diminuzione della stabilità per tutti i lavori, tranne quelli con retribuzione più alta: ad esempio, nel Regno Unito il numero di contratti a ‘zero ore’ sono quadruplicati negli ultimi dieci anni.

Tecnologie come Taskrabbit e Uber hanno fornito possibilità di guadagno flessibili (pur semplificando l’occupazione precaria), anche se non sono necessariamente questi i fattori ad aver guidato il cambiamento.
Avent sostiene che società come Uber stiano guadagnando su un mercato del lavoro già minato dalla tecnologia: «Ci sono molte persone che stanno lottando per sbarcare il lunario: c’è chi sta cercando di aumentare il proprio salario, chi non viene pagato da molto tempo, e chi certamente non sta ottenendo benefici». Secondo il giornalista, Uber avrebbe l’obiettivo di rimpiazzare questi lavoratori con la propria flotta di auto a pilota automatico: «Credo che questa sia la tendenza che stiamo vivendo».

UN NUOVO PARADIGMA ECONOMICO?

Andrew McAfee, professore del Mit e co-autore di ‘La seconda era delle macchine’, nota che la prima era industriale aveva portato un eccesso di lavoro, tanto che perfino i bambini venivano assunti nelle fabbriche: «La passata ondata di progresso tecnologico aveva portato con sé una pressoché inesauribile sete di lavoro praticamente in tutti i campi e livelli lavorativi; il modello di oggi invece non sembra aver creato una grande domanda di lavori cognitivi e di routine fisica».
McAfee ha portato l’esempio di un’impresa in cui i lavoratori di una linea di assemblaggio e gli impiegati contabili vengono rimpiazzati dalla tecnologia in grado di svolgere il loro lavoro di routine: «La mia fondamentale conclusione è che questi lavori di routine spariranno. Ma la vera domanda è se possiamo creare un differente tipo di impiego, che tenga in piedi le stesse famiglie della classe media, le stesse abitazioni e i redditi che abbiamo visto nel dopoguerra».

La possibilità che ci si trovi nel mezzo di una nuova Rivoluzione industriale, ad affrontare la massa potenziale di disoccupazione tecnologica (i lavori persi a causa del cambiamento tecnologico), è entrata nei discorsi degli esperti solamente negli ultimi cinque anni.

Avent invece, crede che il mondo sia entrato in questa rivoluzione da molto prima, e che bisognerà affrontare problemi economici e alti livelli di disoccupazione.
Per questo infatti afferma la necessità di riconsiderare le verità fondamentali del modo in cui i mercati del lavoro agiscono, ma che che «la maggior parte degli economisti sono abbastanza restii all’idea che questa tecnologia prenda realmente il posto di molti lavori».

McAfee, invece, sostiene che la maggior parte degli economisti con cui si è rapportato è disposta ad accettare il fatto di entrare in una nuova era tecnologica.

(Epoch Times Staff)
Entrate da parte del lavoro in quote di Pil di Paesi con differenti livelli di entrate nel periodo dal 1970 al 2011.fonte: Penn World Table di R.C. Fenestra, R. Inklaar, e M.P. Timmer (2015). ‘La prossima generazione del Penn World Table’. Disponibile in American Economic Review. (Epoch Times staff).

Quando Martin Ford nel 2009 ha (auto)pubblicato il suo primo libro sulla disoccupazione tecnologica, faceva a malapena registrare dei timidi segnale d’allarme; sei anni dopo, ha ottenuto diversi riconoscimenti da parte della stampa finanziaria per il suo secondo libro, intitolato ‘L’ascesa dei robot’, nel quale delinea la minaccia di un futuro senza lavoro in termini molto crudi. E l’autore ritiene che anche i governi, specialmente in Europa, abbiano incominciato a dare importanza alla vicenda.

Gli economisti accettano che durante la transazione, per alcuni individui o gruppi, possa verificarsi un periodo di disoccupazione. Tuttavia, lo scatenarsi di un fenomeno di disoccupazione di massa viene rigettato dalle teorie prevalenti; e, inoltre, non è mai capitato prima nella Storia.

Per esempio, la startup tecnologica Momentum Machines sta lavorando a un robot che produce hamburger su ordinazione partendo dagli ingredienti base, con l’obiettivo di eliminare il fattore umano; ma questa società afferma che i loro robot aumenteranno l’occupazione, secondo la logica del ragionamento classico per la cui la società che produce i robot per gli hamburger assumerà più personale, e i ristoranti cresceranno grazie ai costi ridotti degli hamburger. Inoltre, i consumatori risparmieranno denaro che verrà speso altrove, andando a creare un aumento dei posti di lavoro.

Alcuni economisti ritengono che se ci sarà disoccupazione causata dalla tecnologia, questa si rifletterà in due statistiche chiave: aumento del tasso di disoccupazione e un’impennata nella produttività. Tuttavia, per il momento, nulla di tutto questo è così ovvio, se si guarda al lungo termine.

Ford crede che alla fine ci sarà un aumento della disoccupazione, ma che per ora l’impatto si può osservare in quelle che chiama ‘le sette tendenze letali’: stagnazione dei salari reali, ridimensionamento del ruolo del lavoro nella creazione della ricchezza nazionale (incluso il Pil), ridimensionamento della forza lavoro, disoccupazione a lungo termine e diminuzione della creazione di posti di lavoro, aumento delle disuguaglianze, disoccupazione e diminuzione dei redditi per i neolaureati, polarizzazione del lavoro (la perdita di posti di lavoro nella classe media) e proliferazione del part-time.

Secondo Ford, la tecnologia da sola non può certo scatenare tutte queste tendenze, ma ritiene che in ogni caso sia un fattore significativo e sottostimato.

‘ASSO PIGLIATUTTO’

(Epoch Times Staff)

Disconnessone fra la produttività e la retribuzione tipica dei lavoratori fra il 1948 e il 2013. (Epoch Times staff)

Nel segmento meno qualificato del mercato del lavoro, dato che un crescente numero di lavoratori compete con i robot, i salari sono calati e il potere di contrattazione è diminuito, il che comporta che le aziende non hanno un impellente bisogno di investire nella tecnologia per aumentare la produttività. A questo proposito Avent ha affermato: «è sufficiente assumere dieci lavoratori a basso costo».

Ford tuttavia, sostiene che nel momento in cui le condizioni economiche, di investimento e di sviluppo matureranno, l’automazione conquisterà rapidamente il settore, poiché una maggiore efficienza permetterà di scalare il mercato.
Per esempio, una volta che le macchine per fare gli hamburger prenderanno piede e funzioneranno, e con meno costi rispetto ai lavoratori, potrebbero rapidamente essere adottate in tutta l’industria dei fast-food, che vale tre milioni di posti lavori solo negli Stati Uniti.
Nel frattempo, in cima alla ‘piramide’ professionale, anche nei settori come l’analisi finanziaria e la radiografia, gli uomini hanno incominciato a competere con una tecnologia sempre più intelligente: Associated Press per esempio, utilizza già della tecnologia automatica per scrivere articoli sui report degli utili delle società.

Con metà della popolazione del mondo ricco che possiede una laurea, il livello d’istruzione potrebbe raggiungere un tetto naturale: Avent in merito sostiene che «si è raggiunto un punto in cui è più semplice migliorare la performance delle macchine che quella dell’uomo».

Klaus Schwab, capo del Forum economico mondiale, in un articolo per la rivista Foreign Affairs, ha detto che la competizione fra lavoratori e macchine ha già spazzato via molti lavori della classe media e aumentato le ineguaglianze, spostando il reddito verso i titolari di proprietà intellettuale o di capitali azionari.

La tecnologia digitale ha inoltre rafforzato tutti gli scenari in cui vince il più forte: Amazon, Apple, Google e Facebook infatti, sono attualmente conosciuti come i ‘Quattro cavalieri’, in parte per il loro apocalittico impatto su interi settori, come l’editoria e la pubblicità. Nell’era digitale, lo shopping online e la comparazione dei prezzi può classificare un intero mercato globale di un prodotto con un click. Piccole differenze di prezzo e di caratteristiche permettono rapidamente a un prodotto o al venditore, come Amazon, di conquistare la maggior parte del mercato.

LE POSSIBILITÁ DEL MOMENTO

Tuttavia, l’impatto dell’automazione continuerà a crescere, anche senza l’evoluzione tecnologica. Secondo un rapporto del 2016 del McKinsey Global Institute, la tecnologia attuale permetterebbe di automatizzare il 45 percento delle attività lavorative correnti.

McAfee e Erik Brynjolfsson nel libro La seconda era delle macchine sostengono che le aziende non hanno ancora pienamente utilizzato la tecnologia disponibile, analogamente al fatto che ci sono volute decine di anni per sfruttare il pieno potere dell’elettricità. Per esempio, inizialmente i motori elettrici rimpiazzavano semplicemente i motori a vapore che alimentavano i condotti centrali delle imprese: ci sono voluti anni per realizzare il potenziale dei motori multipli, la cui disposizione in diversi punti ha permesso una riorganizzazione del flusso di lavoro che ha portato a raddoppiare la produttività.

Quando Amazon ha aggiornato i propri magazzini logistici nel 2014, l’aggiornamento non ha portato al rimpiazzo di magazzinieri con l’entrata di robot che spingono carrelli e prendono beni dagli scaffali. Al contrario, ha creato un esercito di carrelli automatici che smista scaffali mobili in una danza di complicati algoritmi portandoli fino alle mani dei magazzinieri, la cui prontezza è ancora necessaria.

UNA QUESTIONE DI RITMO

Sebbene la tecnologia corrente sia ancora sottoutilizzata, il rapido sviluppo continua. All’attuale ritmo di sviluppo, secondo la legge di Moore, l’informatica diventerà di circa 200 volte più veloce in soli 15 anni.

Sebbene McAfee e Ford abbiamo preso visione del progresso tecnologico da vicino per anni, entrambi ritengono che questo possa ancora riservare delle sorprese. McAfee ha affermato: «L’errore che continuo a fare è il sottostimare il progresso tecnologico».

Al centro della nuova ondata di sviluppo c’è l’intelligenza artificiale (Ai). Secondo quanto previsto dagli analisti della Banca di America Merrill Lynch in un report del 2015, ogni due anni, gli investimenti in questo settore raddoppieranno. I due autori hanno scritto: «Negli ultimi anni, il ritmo di questa dirompente innovazione tecnologica è passato da una tendenza lineare a una parabolica».

Ford ritiene che una manciata di società abbia già conquistato il mercato dell’Ai, accaparrandosi molte startup: «Nel passato, l’Ai era vista come una cosa da gran scienziati. Un qualcosa che si vedeva solamente nelle università grazie ai finanziamenti del governo».

Ora imprese del calibro di Google, Apple, Facebook e Amazon la ritengono centrale per i loro piani di business e si stanno organizzando per poterle fornire il pieno appoggio. Ford sostiene che la forte concorrenza, come si è vista nello scavalcamento di Uber nei confronti di Google nella diffusione dei taxi a pilota automatico, velocizzerà ulteriormente lo sviluppo: «Tutte questo viene guidato dall’incontro di capitali e tecnologia».

Samariddin Berdiev, full-time Uber driver in Manhattan, New York, on Aug. 22, 2016. (Samira Bouaou/Epoch Times)

Samariddin Berdiev, autista a tempo pieno per Uber a Manhattan, New York. (Samira Bouaou/Epoch Times)

Il solo ritmo di sviluppo sta accelerando le dinamiche del mercato, i modelli di lavoro, e i cambiamenti nella società, ad una velocità alla quale gli individui, le aziende e le istituzioni non sono in grado di attenersi.

Tutto questo ha innalzato il livello di allerta riguardo alla disoccupazione tecnologica, ma ha indicato inoltre che il suo impatto sul mercato del lavoro non è frutto di stratagemmi neo-luddisti architettati per colpire la tecnologia.

Ford si muove a suo agio tra svariati tipi di orrendi scenari fantascientifici, mentre delinea i possibili sviluppi dell’automazione, e a proposito dice di non star provando a predire il futuro, ma di star solamente segnalando le problematiche sorte, prima che sia troppo tardi per contrastarle. Ford si descrive come un ottimista a lungo termine, ma ammette anche di essere pessimista nel breve termine.

McAfee invece è categorico riguardo l’impatto positivo generale del progresso tecnologico, ovvero il ‘premio’ dell’era digitale, come lo definisce lui nel suo libro. Per McAfee, l’impatto sul mercato del lavoro e sulle disuguaglianze è solamente una caratteristica della Seconda era delle macchine, anche se in ogni caso si tratta di un problema reale al quale bisogna far fronte.
McAfee non si preoccupa del fatto in sé che alcuni individui diventino molto ricchi; piuttosto è preoccupato che la concentrazione di benessere in poche mani innalzi la possibilità di una plutocrazia: «Onestamente, sono molto preoccupato del fatto che potrebbero esserci sempre più persone a provare la sensazione di essere penalizzati, lasciati indietro e emarginati».

Avent invece, crede che i movimenti politici radicali in Europa – quelli che fanno leva su sentimenti di anti-globalizzazione e anti-immigrazione simili a quelli espressi nel contesto della Brexit – siano parzialmente guidati da tendenze di automazione nascoste: «Quando le persone si concentrano sulle disuguaglianze spesso si concentrano in primo luogo e principalmente su Wall Street, o su altre istituzioni che stanno abusando della fiducia pubblica».
Facendo riferimento alla Rivoluzione industriale, portatrice sia di progresso che di scompiglio, Avent ha affermato: «Ci stiamo dimenticando la nostra storia. Una persona può soffrire sia a causa delle guerre che dei disordini dei lavoratori, per la violenza in generale. Molte cose sono andate storte prima di aver inquadrato come garantire che questi cambiamenti tecnologici avrebbero funzionato per noi».

 

Articolo in inglese: The Impact of Technology’s Invisible Hand

Traduzione di Davide Fornasiero  



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