Libia, migranti «trattati peggio degli animali» e ridotti in schiavitù

Moussa Sanogo è un migrante della Costa d’Avorio rimpatriato dalla Libia a Abidjan: «Eravamo come schiavi. Per gli arabi, i carcerieri libici, l’uomo di pelle nera non è niente, meno di un animale. Gli animali sono trattati meglio».

Sanago ha 22 anni, è originario di San Pedro, nel sudovest, e fa parte di un gruppo di circa seicento emigranti riuniti dalle autorità ivoriane in Libia.
Quest’uomo ha vissuto per circa quattro mesi in Libia, per tentare di raggiungere l’Italia in nave, e racconta di scene simili a quelle diffuse dalla Cnn, che con un documentario ha informato della situazione già descritta da numerose Ong e osservatori internazionali.
Sanago racconta: «A un certo punto, siamo stati presi da persone che dicevano di essere della polizia, in seguito l’agente mi ha venduto per 500 dinari [300 euro, ndr] a un uomo che mi ha fatto lavorare per un mese in un campo di pomodori»; il giovane migrante ivoriano descrive un Paese in preda all’anarchia e ai banditi, dove anche le forze dell’ordine partecipano al traffico di esseri umani.

Mentre scappava dai banditi, dopo aver attraversato il deserto provenendo dal Niger, Sanago è stato catturato una prima volta, prima di riuscire a fuggire in Tunisia; in seguito un trafficante l’ha fatto tornare in Libia, promettendogli un passaggio in Europa. E continua a ricordare, sospirando e scuotendo la testa: «All’improvviso ci hanno catturato e chiusi in uno stanzino con altre sessanta persone con i vestiti sporchi, senza farci lavare. Quando gli arabi entravano, mettevano delle mascherine per resistere all’odore».

E ancora: «Ti comprano. Tu sei lì, li vedi che contrattano il tuo prezzo come se fossi una merce. Ti comprano e vai a lavorare come una pecora. Lavori come uno schiavo. Ti picchiano sempre, soprattutto quando sei alto come me, fino a quando non esce il sangue, con bastoni, con ferri, col calcio dei fucili. Come cibo ti danno un pezzo di pane e formaggio, è tutto […] Sono contento di essere tornato. Non auguro tutto questo  nemmeno a un nemico».

Aggiunge Seydou Sanogo, un amico emigrante originario di Adidjan: «Si dovrebbe vedere quello che abbiamo vissuto per crederlo, è peggio di qualsiasi cosa. Non si può immaginare».

Le autorità della Costa d’Avorio, sostenute dall’Organizzazione internazionale per l’emigrazione e dall’Unione europea, promettono un piano di reinserimento per questo gruppo di migranti; sono circa 1.500 gli ivoriani rimpatriati dalla Libia.

La situazione degli emigranti schiavizzati ha suscitato indignazione sia da parte di politici che di artisti e sportivi. In Costa d’Avorio, i cantanti Alpha Blondy, Tiken Jah Fakoly e A’Salfo, leader dei Magic System, e anche il campione di calcio Didier Drogba, sono insorti.

A’Salfo ha affermato: «È una doppia indignazione, un grido dal cuore: sono indignato nel vedere i bambini africani morire […] nel tentativo di trovare un futuro migliore; è un’umiliazione per l’Africa».
La mobilitazione però ha superato le frontiere, con manifestazioni in Europa, dove le petizioni sono state firmate dall’attore Omar Sy, dal cantante Salif Keita e dall’ex campione del mondo di calcio Liliam Thuram. I calciatori hanno assunto una netta posizione: numerosi giocatori del Manchester United, come Paul Pogba, hanno festeggiato i goal incrociando le mani come gli schiavi, mentre il calciatore francese del Valencia, Geoffrey Kondogbia, ha indossato una maglia con la scritta: ‘Fuori dal calcio, non sono in vendita’.

Numerosi uomini politici e capi di Stato hanno a loro volta manifestato sdegno, e il fatto sarà messo all’ordine del giorno nell’incontro tra Unione Africana e Unione Europea del 29 e 30 novembre ad Abidjan. Lunedì sera, il presidente nigeriano ha rivolto un appello alla Corte penale internazionale perché accolga il dossier, e ha ricordato: «Lo schiavismo è un crimine contro l’Umanità».

 

Articolo in francese: Esclavage en Libye : les migrants « moins bien traités que des animaux »

Traduzione di Francesca Saba

Per firmare la petizione: http://abolition.wesign.it/fr

 

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