L’economia si riprende, ma non troppo

(pixabay)

Potrebbe andare meglio? Sì: con una crescita più alta di quell’1 per cento che l’Istat prevede per il 2017 e con la diminuzione ulteriore del tasso di disoccupazione. Ma la buona notizia è che la produzione industriale italiana è in crescita del 4,4 per cento.

Malgrado gli inconvenienti, l’economia italiana e quella mondiale vanno avanti, senza intoppi rilevanti dall’ultima recessione.

Altrettanto costante è però l’inconsistenza degli indicatori economici: è questo il quadro confuso, né tutto positivo né tutto negativo, che si osserva oggi in tutto il mondo.

STATI UNITI: BUONO, TRANNE CHE PER AUTOMOBILI E RETAIL

Nonostante il giustificato criticismo per il tasso di disoccupazione dichiarato ufficialmente, che non evidenzia il numero di persone impiegate solo part-time o non più in cerca di un lavoro, va riconosciuto che quest’ultimo ora è più basso di prima della precedente recessione.

L’inflazione è moderata, in un intervallo tra l’1,6 e il 2,7 percento nel 2017, con il più grande contributo dato dai contratti di locazione. Tuttavia il prezzo di alcuni beni durevoli è in flessione, e aumenta il potere di acquisto. Da un resoconto della Ts Lombard, «osserviamo una vera e propria deflazione in alcuni specifici beni di consumo, a vantaggio dei consumatori che hanno risparmi da parte e spazio in casa per accumulare cose».

Altro dato incoraggiante sono i grossisti che fatturano bene: «Vendite e rimanenze sono cresciute di nuovo a luglio, con una rapida accelerazione delle prime. Traspare l’impatto positivo dei flussi di merci su rotaia, molto superiori all’ultimo anno e in parte anche rispetto al 2015. I dati del commercio all’ingrosso forniscono una chiara indicazione della continua espansione economica». Ma da questa analisi la Lombard ha escluso il settore auto, proprio una delle aree più problematiche.

Perfino il controverso retail è andato bene a luglio: la vendita al dettaglio ha subito un incremento dello 0,6 percento mensile; ed è qui che iniziano i problemi.

Il boom nelle vendite dei veicoli a motore è legato a incentivi straordinari (come sconti e prestiti a tassi convenienti) che non sono sostenibili nel lungo periodo. I prestiti auto hanno rappresentato la forma d’indebitamento con la maggiore crescita tra i consumatori, ma per la scarsa qualità dei contraenti ora sono chiamati ‘i nuovi subprime’ [ad alto tasso d’insolvenza, ndt]. Adam Taub, avvocato di Detroit specializzato nel settore, ha dichiarato al New York Times che «in pratica le concessionarie non vendono auto, ma cattivi prestiti».

Mentre la vendita dei veicoli raggiungeva il suo picco a luglio, la produzione perdeva il 3,6 percento rispetto a giugno. Le auto usate, non coinvolte negli incentivi, hanno raggiunto il livello più basso dall’ultima recessione, e ben il 10 percento in meno rispetto ai fasti del 2013.

Anche se le vendite al dettaglio hanno osservato in luglio un trend relativamente forte, il settore si trova ancora nel caos, con il record di chiusure, bancarotte, e licenziamenti. Secondo l’Istituto Internazionale per la Finanza, sebbene tra il 2014 e il 2016 siano stati creati circa 200 mila posti di lavoro l’anno, se ne sono persi quasi 110 mila tra gennaio e marzo di quest’anno. Tra i grandi nomi che hanno dichiarato bancarotta vi sono anche RadioShack (per la seconda volta dal 2015) e The Limited. Un’analisi della banca d’investimenti Credit Suisse prospetta la chiusura di circa 8640 negozi entro la fine dell’anno.

Non stupisce quindi il candore di Ed Stack, amministratore delegato della Dick’s Sporting Goods, quando in una teleconferenza ha riferito agli analisti che «un sacco di persone oggi, nel retail e in questo settore industriale, sono in preda al panico. Si è attraversato un momento difficile. Queste persone, anche se non pretendo di conoscerne i pensieri, sembrano tormentate dal prezzo dei loro prodotti, e credo che continueranno ancora a promuovere offerte speciali, a volte insensate».

Le azioni di Amazon.com – la nemesi dei negozi tradizionali – sono intanto salite del 28 percento quest’anno: la compagnia ha registrato un incremento del 25 percento degli introiti durante il secondo trimestre.

RESTO DEL MONDO: COMPLESSIVAMENTE POSITIVO

Il resto del mondo presenta un quadro simile, eccetto il Giappone, che non ha partecipato molto alla crescita globale negli ultimi due decenni.

La crescita nell’area Euro potrebbe essere più rapida dello 0,6 percento registrato nel secondo trimestre, ma Paesi schiacciati dalla crisi come Spagna e Grecia hanno reagito bene, crescendo rispettivamente dello 0,9 e 0,4 percento.

Secondo Willem Buiter, economista capo di Citigroup: «siamo ancora lontani dal vederne la fine, ma la Spagna ha avviato più riforme strutturali di qualsiasi altro Paese europeo dalla Grande Crisi Finanziaria, e ora ne raccolgono i frutti». Per Buiter il rischio principale per una ripresa duratura dell’area Euro risiede nel sistema bancario dei Paesi più forti, che non è migliorato dopo la crisi: «Il resto dell’Europa cerca ancora di quadrare i propri fogli di bilancio. Italia, Germania e Austria, ad esempio, hanno ancora numerosi problemi finanziari irrisolti. Secondo alcune stime nei bilanci delle banche dell’eurozona ci sono ancora circa mille miliardi di prestiti in sofferenza, e questo nove anni dopo la Grande Crisi Finanziaria».

Il secondo rischio maggiore viene dalla recente forza dell’euro, che quest’anno ha visto un incremento del 12 percento rispetto al dollaro.

Le esportazioni europee hanno raggiunto il record di 205 miliardi a marzo, ma difficilmente potranno tenere questo ritmo se l’euro rimarrà così alto per i maggiori partner commerciali, soprattutto verso la Cina che importa parecchi prodotti di alto valore. Secondo un articolo del 17 agosto di Daniel Lacalle per Epoch Times, «se l’euro continua a rafforzarsi, è a rischio il recupero economico dell’Unione Europea».

I mercati emergenti hanno finora beneficiato del dollaro debole e hanno uno spettro di crescita variabile tra l’1 percento di Brasile e Argentina e il 5 percento dell’Indonesia. Secondo una nota dell’Oxford Economics «la debolezza del dollaro è di fatto uno stimolo per la crescita mondiale e l’inflazione». Per i Paesi in via di sviluppo la facilità nell’acquistare in dollari comporta una maggiore partecipazione al commercio globale.

CINA: IL PRINCIPALE FATTORE DI RISCHIO

A influenzare l’ago della crescita, se si escludono i mutamenti geopolitici e la Corea del Nord, è soprattutto la Cina, come seconda economia mondiale.

Anche se la Cina assorbe parte della crescita del resto del mondo a causa del cospicuo avanzo commerciale, nel 2017 ha avuto un drastico calo rispetto allo stesso periodo del 2016.

Grazie allo scoppio di una nuova bolla immobiliare, le importazioni sono aumentate più rapidamente delle esportazioni, a beneficio dei partner esteri. Per James Nolt, un collega del World Policy Institute: «il massiccio boom immobiliare ha effetti secondari potenti, che alimentano la domanda di materiali per la costruzione, la finitura e la decorazione».

Nel complesso, il resto dell’economia cinese è rimasto forte. Così Leland Miller, presidente della China Beige Book, in un’intervista per Epoch Times di luglio: «Questo trimestre ha presentato uno scenario ottimale per l’economia cinese. Interrogheremo il governo quando la situazione sarà peggiore di quanto vorranno ammettere, ma adesso è buona, e persino migliore sotto certi aspetti. Esattamente quello che speravano di raggiungere a questo punto dell’anno».

Secondo Miller il mercato non deve confidare troppo nella crescita del 6,9 percento del Pil avvenuta nel secondo trimestre. Una volta finito il boom immobiliare sostenuto dai prestiti, ci saranno conseguenze anche per il resto del mondo, che ne ha beneficiato attraverso le esportazioni. E quest’anno le autorità cinesi hanno mostrato la loro determinazione nel frenare la crescita eccessiva dei prezzi mediante norme e limitazioni finanziarie.

Secondo un report dell’Oxford Economics, «ora si scorgono segnali di un rallentamento in campo immobiliare in risposta alle politiche restrittive. Questo può portare ad un aggravio delle importazioni cinesi e dei costi delle materie prime sui mercati, in contrasto con la fase di ripresa globale. Inoltre, uno sguardo ai passati cicli di prezzi immobiliari in Cina, suggerisce il rischio che la crescita dei prezzi potrà subire un calo piuttosto drastico».

Mentre, per ora, i prezzi sembrano stabili, a luglio gli spazi residenziali venduti negli ultimi tre mesi hanno subito un tracollo del 27 percento nelle maggiori città. Da un’altra indagine della Ts Lombard, «le attività si sono indebolite in tutto il mondo, con un rallentamento particolarmente pronunciato nel settore immobiliare». Comunque, sempre secondo la Ts Lombard, questo non costituirà un grosso problema, perché la produzione funziona a regime e le esportazioni mitigano l’impatto negativo sulla crescita (a patto che il resto del mondo, e soprattutto gli Stati Uniti, preservino il trend attuale).

Quindi la Cina dipende dall’economia globale, che a sua volta dipende dalla Cina. Nessun problema, se entrambe continueranno a crescere.

 

Traduzione di Alessio Penna

Articolo in inglese: ‘The State of the Global Economy

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