L’economia positiva della Scuola Austriaca

L’Università di Vienna nei primi anni del 1900.

L’economia ufficiale subisce pesanti pressioni: continue politiche e previsioni errate hanno danneggiato la cosiddetta ‘scienza triste’. Ma cosa propongono i critici per sostituire le prevalenti teorie neo-Keynesiane e neoclassiche? La gran parte degli economisti alternativi invoca un maggior coinvolgimento dei governi per aggiustare il libero mercato e farlo funzionare meglio.
Ma c’è una scuola economica, un tempo prevalente nelle università, prima di finire nell’oblio, che rimette il potere di risolvere i problemi del mondo nelle mani del popolo: «Gli economisti sbagliano a dimenticare che la vita esiste prima di loro, e che opera, per la maggior parte, senza il loro permesso», scrive Peter J.Boettke nel suo saggio Living Economics.

Ben prima che diventasse una scienza, il compito dell’economia era descrivere i modi in cui l’uomo poteva gestire la scarsità di risorse disponibili nel mondo. Ma ora si è chiusa in se stessa: incolpa l’individuo e la realtà di non adeguarsi alle sue teorie, e usa il potere coercitivo dello Stato per plasmare individuo e realtà stessi per i propri fini.

La Scuola Austriaca, corrente di pensiero economico dominante alla fine del 19esimo secolo, che deve il nome ai propri numerosi esponenti austriaci eredi del liberalismo classico, si concentra sull’individuo, e sulle sue azioni e motivazioni per spiegare la vita economica.
Philipp Bagus, nel suo libro Blind Robbery!, scrive: «In realtà, l’economia è molto semplice, e funziona seguendo lo stesso paradigma da migliaia di anni: le persone si riuniscono spontaneamente per commerciare, in cerca di un mutuo beneficio, quindi si specializzano e si dividono il lavoro per migliorare le proprie condizioni».

DIALOGO E AUTORITÀ

Principio basilare della teoria è che lo scambio sia volontario, e non regolato dallo Stato o da terze parti. Se il rapporto è spontaneo, l’individuo o la compagnia deve offrire qualcosa di valore per ottenere a sua volta del valore. E questa premessa incoraggia un comportamento innovativo, creativo e produttivo, oltre a spronare gli individui a una maggiore comprensione reciproca degli interessi e dei bisogni. Ogni decisione inerente alla distribuzione del capitale e del lavoro viene sottoposta al vaglio della ragione, del dialogo e della negoziazione.

Un simile processo decisionale è più elaborato e prudente di qualsiasi altro disciplinato dal potere di un’autorità centrale; Ludwig von Mises (1881-1973), nel suo L’Azione umana, si chiede: «La produzione segue le linee guida degli imprenditori alla ricerca del profitto o le scelte di un direttore generale investito del massimo potere esecutivo […] ma la domanda è: a chi spetta l’ultima parola? Al direttore o ai consumatori?».

METTERSI IN GIOCO

Quest’approccio all’economia si emancipa dai complessi modelli matematici delle scuole attuali, perché riconosce l’inesistenza della perfezione. Non c’è un equilibrio sistemico: le migliori soluzioni emergono dalle azioni spontanee e private degli individui durante la ricerca di nuove opportunità.

«La competizione dei prezzi nel mercato realizza proprio ciò che gli altri sistemi non possono nemmeno promettere: incentiva gli imprenditori, attraverso l’osservazione della dinamica di determinati prezzi comparati, all’adeguamento delle proprie attività a quelle degli altri, proprio come fa un ingegnere che consideri pochi valori significativi», scrive il premio Nobel Friedrich von Hayek nel suo classico del 1944, La via della schiavitù.

L’accettazione dell’imperfezione, e la comprensione che la base è più adatta a prendere decisioni sulla allocazione di scarse risorse, evita la falsa illusione di una regolamentazione centrale come soluzione a ogni problema con le persone giuste al potere. Al contrario, anche quando immuni dalla corruzione, politici e burocrati che applicano leggi e normative non potranno mai avere abbastanza informazioni da prendere decisioni valide per tutti i soggetti in gioco; inoltre politici e burocrati sono ‘immuni’ dalle conseguenze delle loro scelte, perché hanno garantite le proprie cariche fino alle elezioni successive; come ha sottolineato il filosofo contemporaneo Nassim Taleb: «Non rischiano nulla».

UNO SGUARDO POSITIVO SULL’UMANITÀ

La Scuola Austriaca dissente inoltre dal mito di individui e società intrinsecamente avide, e della necessità di un governo che ne freni l’ingordigia, e propone invece una visione positiva dell’Umanità, che assume rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi e comprende la carità. Chi, almeno una volta, ha messo a disposizione tempo e denaro per aiutare un altro essere umano, sa che la descrizione neoclassica, dell’uomo teso al solo massimizzare il proprio benessere materiale, non è vera nel mondo reale.

Gli economisti austriaci sostengono che il welfare, lungi dal mantenere la sua promessa di debellare la povertà (un impegno che il sistema competitivo non si arroga mai di assumersi) riduce di fatto la spinta individuale al donare, limita le risorse del singolo attraverso la tassazione, e fornisce una scusa per esimersi dalla filantropia, perché del problema se ne occupa il governo. E la carità segue lo stesso principio: individui e comunità possono adottare decisioni caritatevoli basate su valori propri e considerazioni di ordine locale, piuttosto che su politiche standard.
Inoltre, se gli individui sono egoisti e inaffidabili, perché si dovrebbe credere nella buona fede di burocrati che possono essere rimossi dalle loro mansioni solo in caso di mancata rielezione (e, in alcuni casi, mai)? «Se l’indole naturale dell’uomo è tanto meschina che ogni libertà diventa un rischio, in che modo le inclinazioni di chi governa possono invece rivelarsi sempre positive? Non sono anche i governanti parte della razza umana?» si chiede a tal proposito Frederic Bastiat, nel suo saggio del 1850 La Legge. Ovviamente si tratta di una domanda retorica, e anzi più il potere diventa centralizzato, maggiore è la possibilità che decisioni sbagliate provochino ingenti danni.

Nei tardi anni 50, ad esempio, la decisione del leader cinese Mao Zedong di incrementare la produzione di acciaio in competizione con quella statunitense, è costata la vita a 38 milioni di persone perché non ha tenuto conto delle necessità alimentari. I produttori agricoli, lasciati liberi di agire, avrebbero probabilmente saputo comportarsi in modo più efficace: se anche una parte di essi avesse spontaneamente deciso di andare a lavorare in acciaieria, il resto della popolazione non avrebbe subito ricadute.
Si tratta certo di un esempio estremo, ma la logica può essere applicata anche alle burocrazie nei Paesi democratici.

UN GOVERNO MENO INVASIVO

Se individui, imprenditori e aziende dispongono di informazioni più attendibili per scegliere le strategie maggiormente efficaci, e se i loro errori sono meno dannosi di quelli delle autorità, significa che lo Stato deve ridurre la sua interferenza nella vita quotidiana; un simile sistema, inoltre, limita anche la portata della collusione tra governo e corporation a danno della concorrenza, una piaga che molti attribuiscono soltanto al libero mercato.

Secondo Bastiat lo Stato deve occuparsi esclusivamente della protezione della vita, della libertà e della proprietà, prevedendo un sistema giudiziario che tuteli l’adempimento dei contratti privati. Ammira quindi la Costituzione degli Stati Uniti, insieme ad altri economisti austriaci, nel suo determinare poteri molto limitati per il governo federale.
Questa è probabilmente anche una delle ragioni per cui la scuola è poco conosciuta, e i suoi insegnamenti non vengono inclusi nei programmi delle scuole superiori o nei college: la gran parte della istruzione secondaria e terziaria è finanziata dal governo o da enti privati, e né burocrati né politici hanno interesse a indebolire la propria aura di indispensabilità.

Ma un confronto tra idee è fondamentale per un dialogo intellettuale; per Ludwig von Mises sono proprio le idee a plasmare il destino di una civiltà: «Lo scopo della divulgazione non è rendere tutti economisti, ma quello di fornire al cittadino gli strumenti per ricoprire il suo ruolo civico nella comunità. Il conflitto tra capitalismo e totalitarismo, dal cui esito dipende il destino della società, non sarà deciso da guerre civili e rivoluzioni. È una guerra di idee, e l’opinione pubblica stabilirà a chi toccheranno la vittoria e la sconfitta».

Articolo in inglese: The Economic School You’ve Never Heard Of

Traduzione di Alessio Penna

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