Le regole del mercato colpiscono la Cina

I passeggeri escono dalla stazione ferroviaria di Nanchino, il 24 febbraio 2015, Cina. Nei mercati finanziari della Cina, anche gli operatori sono diretti verso le uscite e i prezzi si dirigono verso Sud. (ChinaFotoPress / Getty Images)

Se si vuole avere un mercato funzionante, si deve essere capaci di mantenerlo, sia nei momenti favorevoli che in quelli difficili. La Cina non ha mai lasciato che il mercato si sviluppasse nei momenti favorevoli, ma può fingere di aver inventato un proprio capitalismo controllato dallo Stato.

Ora che le cose vanno di male in peggio, neanche la Cina vuole il mercato al cento per cento, ma il problema è che ha liberalizzato il mercato azionario e il tasso di cambio a un punto tale che il mercato sta già muovendo i primi passi.

Il nuovo anno è iniziato male, con un calo della borsa del 7 per cento il 4 gennaio e una forte svalutazione della moneta il 6 gennaio; ma il colpo più grande il mercato lo ha subito il 7 gennaio.

LE AZIONI TORNANO A CADERE

Giovedì 7 gennaio è stato registrato come la più breve giornata di mercato nella storia cinese: è durata meno di 30 minuti, e l’indice di Shanghai è sceso di oltre il 7 per cento, chiudendo a 3.125. Perché è durata così poco? Forse gli operatori volevano prendersi il resto della giornata per la preparazione del Capodanno cinese? No, naturalmente: avevano paura che gli ‘interruttori’ fermassero le operazioni prima che potessero completare tutti gli ordini di vendita. Ironia della sorte, proprio questa paura ha causato una marea di ordini di vendita, il che ha fatto abbassare i prezzi in modo tale che anche i circuiti hanno fallito e le operazioni sono state cancellate per quel giorno.

L’’interruttore’ viene attivato quando vi è un aumento o una caduta del 5 per cento dell’indice azionario principale e automaticamente interrompe le operazioni per 15 minuti; una variazione del 7 per cento fa in modo che le operazioni siano sospese per tutto il giorno.

«Se oggi c’è stata questa interruzione, domani tutti vorranno correre ai ripari al più presto», ha commentato Yao Yang, professore presso il Centro cinese per la ricerca economica.

La borsa cinese ha creato questo sistema a dicembre dopo la lezione del crollo del mercato azionario nell’estate 2015: si pensava che così gli investitori sarebbero stati più razionali evitando le liquidazioni eccessive. Ma l’effetto è stato l’opposto.
Nelle parole degli analisti di Macquarie, «gli sforzi per controllare il mercato e imporre un prezzo minimo arbitrario, portano piano piano a conseguenze concrete».

Chi non dovrebbe essere sorpreso è David Cui e i suoi analisti della Bank of America. Avevano previsto infatti che l’indice di Shanghai cadesse del 27 per cento nel corso dell’anno, e già a metà di questo valore percentuale nella prima settimana di gennaio.

(Bloomberg)

LA CINA VENDE UNA QUANTITÀ RECORD DI RISERVE A DICEMBRE

Secondo i dati ufficiali pubblicati il 7 gennaio, nel mese di dicembre la Cina ha dovuto vendere una cifra record di 108 miliardi di dollari Usa in riserve di valuta estera, con un totale annuo di 513 miliardi. Ora alla Cina rimangono 3,3 mila miliardi.

Ma perché vendere? Secondo il professor Lu Feng dell’Università di Pechino, «la Cina è al valore minimo del suo aggiustamento ciclico» e continuerà a crescere a circa il 7 per cento».
Lu Sembra essere una delle poche persone rimaste a crederci.

I cinesi stanno votando con i loro soldi. Secondo le stime di Epoch Times, 1,2 mila miliardi di dollari di capitale hanno lasciato la Cina nel 2015. Durante tutto l’anno, la Cina ha venduto dollari Usa per evitare che la moneta crollasse.

Dopo che nel mese di novembre il Fmi ha ammesso la Cina nel suo paniere delle valute di riserva internazionali, la Banca popolare di Cina ha lasciato che lo yuan cadesse lentamente per tutto dicembre. Gli osservatori (incluso chi scrive) hanno poi pensato che la Cina avesse fatto la mossa intelligente di lasciare cadere la valuta, ma mantenendo la sua scorta di riserve.

(Macquarie)

Il fatto che la Cina abbia dovuto vendere una quantità record di riserve e svalutare la moneta, significa che la Banca popolare di Cina sta perdendo il controllo. Secondo Macquarie, lo yuan scenderà almeno un altro 5 per cento rispetto al dollaro e questa graduale svalutazione costerà alla Banca popolare di Cina almeno 400 miliardi di dollari Usa nel 2016.

«Un’ulteriore svalutazione non è cosa buona per gli Stati Uniti e non è nell’interesse della Cina. La Cina vuole mantenere una valuta ragionevolmente forte», riferisce Yao Yang. Ma forse il mercato ha un’idea diversa.

LA PIÙ GRANDE SVALUTAZIONE DAL MESE DI AGOSTO

Il 7 gennaio il mercato ha costretto la Banca popolare di Cina a fissare la moneta a uno 0,5 in meno, il calo più sensibile dall’incredibile svalutazione di agosto 2015.

Lo yuan è sotto dell’1,85 per cento rispetto al dollaro in questi 30 giorni di monitoraggio. Se questa tendenza continuerà nel 2016, ci troveremo di fronte a una svalutazione del 20 per cento, non del 5 per cento.

Il dollaro è salito di quasi il 2 per cento rispetto allo yuan negli ultimi mesi. (Google Finance)

Perché, dopo tutto, la valuta funziona come il mercato azionario, solo senza un interruttore. Il mercato sa che la banca centrale permetterà che la moneta si muova ancora di più verso il basso, e gli operatori stanno seguendo la classica regola del ‘chi vende per primo, vende meglio’, il che porta esattamente al panico nelle vendite che la Banca cinese vuole evitare.

A quale prezzo gli operatori decideranno di fare marcia indietro e comprare di nuovo? Questo, solo il mercato lo sa.

Articolo in inglese: ‘Meet the Market: China Suffers Triple Blow

 

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