Le origini del comunismo – P1

Un dipinto di Jean-Pierre Houël illustra la presa della Bastiglia nel 1789, agli albori della Rivoluzione francese (Creative Commons/Wikimedia)

Se si chiede a qualcuno quali siano le origini del comunismo, probabilmente in molti le individuano in Karl Marx e Friedrich Engels, autori del Manifesto del Partito Comunista. Se lo si chiede a un marxista, invece, quasi certamente indica François-Noel “Gracco” Babeuf, considerato il primo comunista rivoluzionario.
E se Babeuf fosse ancora vivo e venisse interrogato sulle origini del suo pensiero politico, probabilmente direbbe che la risposta è complicata.

Il politico francese Maximilien Robespierre venne ghigliottinato pubblicamente il 28 giugno 1794, un evento che pose fine alla dittatura del club dei Giacobini, un’associazione sovversiva nata all’epoca della Rivoluzione francese. Con l’esecuzione di Robespierre si concluse anche il Regno del Terrore, un periodo particolarmente sanguinario della Rivoluzione, durante il quale vennero decapitate oltre 16 mila persone.

Il ruolo storico di Babeuf si delineò subito dopo la morte di Robespierre, un episodio che portò scompiglio tra i suoi numerosi seguaci. Secondo il libro The Red Flag di David Priestland, «Babeuf condannò Robespierre per aver ingannato gli artigiani e i contadini francesi, diventando così il leader di uno dei primi movimenti comunisti».
L’obiettivo di Babeuf era quello di rovesciare il governo del Direttorio francese, che durò dal 1795 al 1799, e ripristinare il potere dei Giacobini con un sistema di  ‘comunismo egualitario’ ispirato alle idee dell’allora emergente socialismo.

Stando a quanto afferma Priestland, Babeuf condannò la proprietà privata più di quanto non avesse fatto durante l’età giacobina e abbandonò l’idea che la legge agraria avrebbe realizzato da sola il suo nuovo ideale di “uguaglianza assoluta”. Secondo tale principio, che prevedeva l’eliminazione del denaro, le persone sarebbero state obbligate a devolvere tutti i frutti del loro lavoro a un ‘deposito comune’, attingendo dal quale un governo dotato di pieni poteri avrebbe poi avuto la responsabilità di distribuire i beni.

Babeuf si mantenne in guardia da quelle che reputò le carenze del giacobinismo moderato e impiegò a sua volta le rigide misure repressive adottate da Robespierre durante il Regno del Terrore. Babeuf predispose un sistema ancora più estremo, che avrebbe previsto il ricorso ad azioni violente per assumere il controllo ed esercitarlo sulla società. Come riporta il Dizionario critico sulla Rivoluzione francese, i suoi piani presero forma nella congiura degli Eguali, una cospirazione che Babeuf organizzò nel febbraio del 1795 dalla prigione dove si trovava «per aver incoraggiato la ribellione, l’assassinio e lo scioglimento del corpo rappresentativo nazionale». Tra i cospiratori figuravano ‘ex terroristi’ e neo terroristi’ come Germain, Bodson, Debon e Buonarroti, che furono imprigionati e presto raggiunti da altri radicali.

Poco prima della data stabilita per la sommossa di Babeuf, l’11 maggio 1796, al Direttorio francese giunse voce della congiura: il 10 maggio Babeuf venne arrestato insieme ai suoi cospiratori, molti dei quali subirono la condanna a morte dopo due mesi di processo. Babeuf fu ghigliottinato il 27 maggio 1797, ma le sue teorie vennero tramandate da Filippo Buonarroti, un cospiratore sopravvissuto che documentò la storia del loro fallimento.
Più tardi, a Parigi, emerse una nuova società segreta, basata sulle idee di Babeuf e nota come la Lega dei Proscritti.

Secondo Priestland, un sarto tedesco di nome Wilhelm Weitling si unì alla società dopo il suo arrivo a Parigi nel 1835 e diventò  presto «uno degli esponenti comunisti più noti del 1840». Weitling condivise i principi di Babeuf in materia di rivoluzione violenta, uguaglianza e abolizione della proprietà privata, e li impregnò di «una visione apocalittica cristiana». Con Weitling, inoltre, la Lega dei Proscritti diventò la Lega dei Giusti.

All’epoca esistevano molte società segrete in Europa, con numerosi promotori e giornali impegnati a diffondere i nuovi ideali socialisti e comunisti. Questo si verificò soprattutto a Parigi, che fu teatro di molte tentate rivoluzioni durante tutto il 1800.

Nel maggio del 1838, La Lega dei Giusti si unì al movimento blanchista, condotto da Louis Auguste Blanqui. In seguito, Blanqui sarebbe diventato il leader di quello che può essere considerato il primo governo comunista, la Comune di Parigi del 1871, con un programma che in poco più di due mesi causò decine di migliaia di morti in città e la rovina di un prestigioso quartiere culturale.

In realtà, il comunismo aveva cominciato a diffondersi già prima della Comune di Parigi, per poi evolversi fino ad assumere i tratti del comunismo moderno, basato sull’ateismo di Stato e la lotta di classe.

La Lega dei Giusti si trasferì a Londra dopo la rivolta fallita nel 1839 e l’anno successivo formò la Lega per l’istruzione degli operai comunisti. In seguito, durante un congresso che ebbe luogo nel giugno del 1847, la Lega dei Giusti si unì al Comitato di corrispondenza comunista, fondato un anno prima e diretto da Karl Marx e Friedrich Engels.

Così nacque la Lega Comunista, con gli stessi Marx ed Engels alla guida. Nel 1847 i due filosofi tedeschi scrissero anche Il Manifesto del Partito Comunista, che poi pubblicarono nel 1848.

Da allora il Manifesto è diventato un testo di riferimento per i regimi comunisti moderni. Tuttavia, secondo Marx and the Permanent Revolution in France di Bernard H. Moss, all’epoca era solo «un piccolo opuscolo scritto per poche persone» e non riscosse molto successo. Questo perché, come afferma Moss, nel 1848 «la maggior parte delle idee presentate dal Manifesto erano già note ai democratici della classe operaia, perlomeno quella francese».

In seguito, la sua popolarità iniziò a crescere di pari passo con la fama di Marx ed Engels, trattandosi di un pamphlet breve, conciso e di facile accesso anche per coloro che non avrebbero approfondito le altre pubblicazioni dei suoi autori.
Marx ed Engels, inoltre, tentarono di raggruppare i vari movimenti socialisti e comunisti dell’epoca fondando prima il Partito Tedesco dei Lavoratori, poi l’Associazione internazionale dei lavoratori, conosciuta anche come Prima Internazionale.
Allo scopo di unirli tutti sotto un’ideologia comune, Marx ed Engels proposero una forma di comunismo fortemente ispirato agli ideali della Rivoluzione francese; un comunismo mirato alla demolizione di ogni gerarchia che potesse mettere in discussione la natura totalitaria del regime e all’abolizione di valori storici come la famiglia, la proprietà privata, la nobiltà e la religione.

Il Manifesto sembrava divulgare nobili principi quali l’uguaglianza e la condivisione, ma in realtà promuoveva idee disastrose per il genere umano. Il testo, infatti, afferma che «il comunismo abolisce le verità eterne, tutte le religioni e qualsiasi forma di moralità». Al posto delle virtù tradizionali e delle responsabilità personali, il Manifesto auspicava un governo così forte da smantellare ogni struttura sociale e diventare l’unico organismo in grado di imporre ai propri cittadini un nuovo sistema basato sull’ateismo e la lotta di classe.

Ne La Sacra Famiglia (1845), Marx ed Engels scrissero che «il movimento rivoluzionario iniziato nel 1789 all’interno del Cercle social […] e temporaneamente sopito con la congiura di Babeuf, diede origine all’ideologia comunista che Buonarroti reintrodusse in Francia dopo la rivoluzione del 1830. Questa ideologia, dettagliatamente sviluppata, è il riflesso del nuovo ordine mondiale».


Secondo Il Libro nero del comunismo, in poco più di un secolo, questo nuovo sistema di governo è stato responsabile della morte di oltre 100 milioni di persone.

Le opinioni espresse nell’articolo non corrispondono necessariamente a quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese: The Dark Origins of Communism: Part 1 of 3

Traduzione di Lorena Badile



Top