Le infiltrazioni della dittatura cinese in Occidente

Statua di Confucio su sfondo rosso. La figura di Confucio è stata oggetto di manipolazione da parte del Pcc (foto: pubblico dominio).

Di Paul Huang

I piani decennali del regime cinese per accrescere la propria influenza all’estero hanno subito una battuta di arresto nel 2017. Dall’Australia agli Stati Uniti, diversi Paesi hanno iniziato a realizzare che le porte lasciate aperte per favorire il commercio e gli scambi culturali con la Cina, hanno consentito al regime cinese di infiltrarsi nelle istituzioni politiche, e di avere un impatto sulla vita quotidiana dei propri cittadini.

Le preoccupazioni per l’influenza illegittima esercitata dal regime cinese hanno raggiunto l’apice in Australia, un alleato storico degli Usa, che però dipende pesantemente dalla Cina: Pechino è il principale partner commerciale dell’Australia, sia in termini di esportazioni che di importazioni, almeno l’8 per cento dei cittadini australiani sono di etnia cinese, e in Australia ci sono costantemente oltre 200 mila studenti cinesi.

Nel 2017, i media australiani hanno pubblicato una serie di inchieste da prima pagina sull’influenza e il controllo del Partito Comunista Cinese sulle istituzioni politiche australiane, sull’economia, sull’istruzione, così come sugli studenti cinesi che studiano in Australia. In seguito a queste inchieste, i toni del dialogo tra Australia e Cina sono cambiati.

Un caso esemplare dell’infiltrazione nella politica australiana, è quello di Sam Dastyari, ex senatore del Nuovo Galles del Sud, che si è dimesso il 12 dicembre, in seguito alle prove di una ‘donazione’ ricevuta da una società del miliardario cinese Huang Xiangmo. Fino a novembre, Huang era a capo del Consiglio australiano per la promozione della pacifica riunificazione della Cina, un ente legato al United Front Work Department, istituzione chiave nella ‘guerra politica’ del regime cinese.

I critici sostengono che sia proprio a causa delle tangenti, che Dastyari si è schierato a favore della Cina in più di un’occasione, come il contenzioso sulle rivendicazioni del regime cinese nel Mar Cinese del Sud. Tra quelli che lo accusano, c’è il primo ministro australiano Malcom Turnbull: «Sam Dastyari è un chiaro caso di uno che ha letteralmente preso soldi da persone strettamente connesse al governo cinese, e in cambio ha lavorato per gli interessi politici cinesi all’interno del nostro governo».
Il problema dell’Australia è che Dastyari non è il solo ad aver ricevuto soldi dal regime cinese: la Australian Broadcasting Company ha rintracciato tredici pagamenti, tra novembre 2014 e giugno 2016, erogati dalle società di Huang a favore di politici australiani.

Il 7 dicembre, Turnbull ha presentato in Parlamento una serie di disegni di legge, volti a contrastare l’influenza straniera nella politica australiana. Il regime cinese ha risposto aspramente alle critiche di Turnbull di infiltrazione nella politica australiana; in risposta, Turnbull si è appellato alla sovranità australiana: «Chiediamo alla popolazione australiana di difendersi».

Il senatore del Partito Laburista Australiano, Sam Dastyari, chiede pubblicamente scusa a Sydney il 6 settembre 2016, in seguito allo scandalo per via dei suoi legami con il regime cinese (William West/Afp/Getty Images).

REAZIONE A CATENA

Le manovre del regime cinese, hanno fatto scattare l’allarme anche in Nuova Zelanda: l’intelligence neozelandese ha dichiarato a dicembre che la rapida crescita dell’influenza politica di Pechino costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale.

Uno dopo l’altro, molti Paesi hanno iniziato a reagire alle manovre sovversive del regime cinese. Tradizionalmente, la Germania è sempre rimasta in silenzio, quando di è trattato del regime cinese. Ma i servizi segreti tedeschi, recentemente hanno scoperto che il regime sta tentando di infiltrarsi anche nelle istituzioni politiche ed economiche tedesche attraverso falsi profili nei social network.

Negli Stati Uniti, durante l’ultimo anno, mezzi di informazione e governo hanno espresso preoccupazione per le presunte interferenze russe durante le elezioni presidenziali del 2016 e per la crescente infiltrazione del regime comunista all’interno del Paese.

LE STRATEGIE DI PECHINO

Lo studioso esperto di Cina e Asia orientale Gordon Chang, è tra quelli che descrivono la pericolosità delle manovre del regime cinese. Afferma infatti che i cinesi siano in grado di portare avanti il proprio programma negli altri Paesi con molta pazienza, perché ritengono che «il tempo sia dalla loro parte». D’altronde il pensiero strategico cinese, sia antico che moderno, si basa fondamentalmente sugli insegnamenti dell’antico stratega cinese Sun Tzu, che pensava fosse meglio sottomettere il proprio nemico senza ricorrere a onerose battaglie in campo aperto.

La strategia del regime cinese, spesso chiamata ‘guerra politica’, prevede lo sfruttamento di ogni iniziativa o mezzo non militari per raggiungere i propri obiettivi politici, economici e diplomatici. Secondo Michael Tsai, ex ministro della Difesa di Taiwan, questa strategia è messa in atto tramite canali politici, sociali, commerciali, economici, legali, psicologici, culturali e altro. Tsai ha paragonato l’esperienza di Taiwan a quella degli Stati Uniti, e ha dichiarato che questi due Paesi sono stati i principali bersagli della guerra politica cinese per decenni.
Un metodo ricorrente in questo genere di guerra, è la ‘Strategia del Fronte Unito’ (adottata per la prima volta contro il Kmt di Chang Kai-shek), che prevede la collaborazione con individui chiave e istituzioni esterne al regime: ingannando le controparti, o sfruttandone le debolezze, le porta a eseguire la propria volontà, e persino ad agire contro i propri interessi, o contro quelli del proprio Paese.

CONTROLLO MEDIATICO

Il 13 dicembre il senatore statunitense Marco Rubio, in occasione di una conferenza organizzata dalla Congressional-Executive Commission on China (Cecc), e intitolata ‘Il lungo braccio della Cina: esportare l’autoritarismo con caratteristiche cinesi’, ha dichiarato: «Gli sforzi del governo cinese per manipolare la politica americana, e controllare le discussioni su temi sensibili, sono innegabili e costituiscono una grave minaccia per gli Stati Uniti e per i Paesi che credono nella democrazia».
Glenn Tiffert, membro della Hoover Institution, ha dichiarato nel corso della conferenza, che controllare l’opinione pubblica è uno dei principali obiettivi del Fronte Unito della Cina. E che, secondo le sue fonti, all’interno delle istituzioni cinesi, l’opinione pubblica viene abitualmente dipinta come il campo di battaglia, dove bisogna combattere e vincere la guerra politica.
Secondo Tiffert, inoltre, Pechino intende prendere il controllo dell’opinione pubblica, non solo conquistando il cuore e le menti degli americani, ma indirizzandosi direttamente ai loro portafogli: spesso il regime cinese ha assoggettato individui e organizzazioni, semplicemente esercitando pressioni economiche e consigliando di sostenere gli interessi di Pechino.

L’attrattiva esercitata dal mercato cinese viene sfruttata per indurre le aziende americane ad abbandonare i propri principi. Durante la conferenza della Cecc, Shanthi Kalathil, del National Endowment for Democracy, ha citato l’esempio di Apple. Recentemente, il colosso di Cupertino si è piegato davanti alla pressante richiesta di rimuovere dall’App Store alcune applicazioni che aiutavano gli utenti cinesi a scavalcare il Grande Firewall, il sistema di sorveglianza e censura di internet costruito dal regime comunista.
Il senatore Rubio ha poi aggiunto gli esempi di LinkedIn e Facebook: entrambi infatti hanno accettato di auto-censurarsi per accedere al mercato cinese. E, tornando all’Australia, per paura di finire in tribunale l’editore australiano Allen & Unwin ha posticipato la pubblicazione di un libro che documenta la campagna del regime cinese per accrescere la propria influenza in questa nazione.

Springer Nature è stato descritto da Publishers Weekly come il più grande editore di pubblicazioni accademiche al mondo: alcuni mesi fa ha rimosso oltre 10.00 articoli che trattavano argomenti considerati ‘sensibili’ dal regime cinese. È probabile che Springer abbia agito così, non solo per assecondare le direttive della censura e garantirsi l’accesso al mercato cinese, ma anche per corteggiare il colosso cinese Tencent, con il quale recentemente ha siglato una partnership.

In un’intervista pubblicata nel mese di dicembre 2017 da Epoch Times, Lynette Ong, professoressa presso l’Università di Toronto, ha dichiarato che «la partnership tra una delle principali società mediatiche cinesi e la Springer significherà fondamentalmente che Springer Nature non si farà più scrupoli a censurare i propri contenuti dentro e fuori dalla Cina, per ragioni politiche o commerciali».

Il risultato è che, un autorevole editore di pubblicazioni accademiche occidentale, d’ora in avanti pubblicherà solo messaggi approvati da Pechino, danneggiando la libertà intellettuale e gli interessi dei lettori.

Il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop parla con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Pechino il 17 febbraio 2016. (Fred Dufour/Afp/Getty Imeges)

IL CONTROLLO DEL MONDO ACCADEMICO

Le commissioni del Congresso Usa, come la Cecc, propongono costantemente di avviare indagini sull’operato degli Istituti Confucio, e sulla loro crescente diffusione all’interno dei campus americani. Una presenza che il repubblicano Chris Smith ha definito «un virus accademico» dentro gli Stati Uniti.
Gli Istituti Confucio si occupano dell’insegnamento della lingua e della cultura cinese nelle università fuori dalla Cina, e sono finanziati Dale regime Pechino, che controlla direttamente le assunzioni del personale.

Secondo la testimonianza rilasciata da Shanthi Kalathil, in occasione della conferenza del Cecc, gli Istituti Confucio sono noti per «andare contro i principi basilari della libertà accademica» e per la loro «capacità di operare come diramazioni dello Stato cinese all’interno dei campus universitari». Questi Istituti lavorano effettivamente in prima linea alla diffusione della propaganda del regime di Pechino negli Stati Uniti.

La Cina ha anche iniziato a finanziare alcune importanti think tank e Facoltà americane. Un articolo, pubblicato a novembre dall’autorevole rivista Foreign Policy, riportava la notizia che l’Università Johns Hopkins of Advanced International Studies, una delle più importanti università nell’ambito delle relazioni internazionali, aveva ricevuto un finanziamento per l’istituzione di una cattedra universitaria e per un progetto di ricerca da parte della ‘Fondazione per lo scambio Cina-Usa’ (Cusef), un’organizzazione ufficialmente fondata dal governo cinese.
E secondo un articolo del Wall Street Journal, un miliardario cinese legato all’esercito del regime avrebbe donato 10 milioni di dollari alla Harvard University’s Kennedy School of Government.

CONTROLLO ATTRAVERSO LA COERCIZIONE

Quando il regime comunista cinese non riesce a ottenere quello che vuole con l’inganno o con la corruzione, ricorre alle maniere forti. Tiffert ha dichiarato che è opinione comune, che il governo cinese coltivi informatori tra i suoi cittadini che studiano all’estero, e che gli studenti cinesi in America sono tristemente consapevoli delle ripercussioni che potrebbero subire (loro e le proprie famiglie) qualora venissero segnalati dagli informatori. Ad esempio, nel 2008 una studentessa cinese è stata diffamata in Cina, e la sua famiglia è stata presa di mira, perché aveva tentato di fare da mediatrice tra un gruppo di dimostranti pro-Tibet e uno pro-Cina. Un’altra studentessa cinese dell’Università del Maryland, è stata costretta a pubblicare le proprie scuse dopo che il suo discorso di laurea, in cui approvava la vita negli Stati Uniti, era diventato virale in Cina, ed è stata accusata dai media di regime di essere una ‘traditrice’.

Il regime cinese ricorre all’uso della forza per contrastare chiunque percepisca come un ostacolo alla propria guerra politica negli Stati Uniti. Levi Browde, direttore del Falun Dafa Information Center, ha dichiarato che i praticanti della disciplina spirituale del Falun Gong sono stati gravemente perseguitati in Cina, ma nonostante tutto hanno sempre denunciato con determinazione l’illegittimità e la violenza della persecuzione del regime cinese.
Browde ha affermato che nel corso degli anni sono stati documentati diversi casi nei quali il regime cinese ha ingaggiato dei teppisti per intimidire e aggredire fisicamente i praticanti del Falun Gong negli Stati Uniti. I diplomatici cinesi hanno persino fatto ricorso ai propri mezzi politici ed economici per spingere i funzionari e le istituzioni Usa a non solidarizzare con i praticanti del Falun Gong, e a non parlare o agire in difesa del Falun Gong. Tuttavia in molte occasioni i funzionari federali, statali e locali hanno denunciato questi (maldestri) tentativi di interferenza.

LA NECESSITÀ DI UNA COALIZIONE

Essenzialmente, opporsi agli sforzi del regime cinese di accrescere la propria influenza in altri Paesi significa opporsi alla natura stessa del regime. Il Partito Comunista cinese da sempre commette crimini contro l’Umanità, da quando ha preso il controllo del territorio cinese, fino a oggi. Si è macchiato di crimini quali perseguitare i pacifici praticanti del Falun Gong e diverse minoranze etniche e religiose in Cina.
Il regime comunista nega al proprio popolo la democrazia e lo Stato di diritto, continua a reprimere gli attivisti democratici, e sta aumentando la sorveglianza e la censura all’interno della Cina a livelli che in passato nessuno avrebbe immaginato. Sul palcoscenico internazionale, manipola costantemente il commercio internazionale, ruba la proprietà intellettuale delle altre nazioni in maniera grossolana e non rispetta gli accordi internazionali sottoscritti.

Il regime cinese sta cercando di espandere la propria sfera di influenza, e le democrazie del mondo hanno capito che i propri valori e modi di vivere sono sotto attacco. La provocatoria affermazione di Turnbull del 9 dicembre 2017, «la popolazione australiana deve reagire alla minaccia cinese», ha avuto grande risonanza tra i membri del Congresso Usa.
I presidenti del Cecc, Rubio e Smith, hanno pubblicato dichiarazioni in sostegno della posizione australiana e hanno chiesto all’amministrazione Usa di intraprendere azioni concrete per affrontare la minaccia, sebbene non sia chiaro quali azioni dovrebbe intraprendere l’amministrazione Trump a questo proposito.
Smith ha dichiarato: «I nostri alleati storici Australia, Nuova Zelanda e Canada sono stati scossi da scandali sulle manovre sovversive del regime cinese per influenzare il mondo della politica, degli affari e quello accademico. Tutti gli alleati democratici dovrebbero sostenere i loro sforzi per eliminare quei fattori che ambiscono a corrompere o infiltrare le istituzioni politiche e accademiche in Australia».

In un recente articolo, Marco Rubio ha dichiarato di essere favorevole a rafforzare l’alleanza degli Stati Uniti con Australia, Giappone e India. Un’alleanza strategica tra queste quattro democrazie, nota come ‘Quadrilateral Security Dialogue’, era iniziata su impulso del Primo ministro giapponese Shinzo Abe nel 2007, ma poi è stata accantonata in seguito alle proteste di Pechino. La ricomparsa di questa idea, un decennio dopo le insistenti dichiarazioni cinesi secondo cui il regime comunista non rappresenterebbe alcuna minaccia per le quattro democrazie, è dovuta, almeno in parte, alla comune repulsione verso le crescita dell’influenza politica della dittatura cinese.

 

Articolo in inglese: Democracies Start Pushing Back Against Chinese Regime Subversion

Traduzione di Marco D’Ippolito

 

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