Le Grandi Fatiche di Xi Jinping per la riforma dell’economia cinese

L’economia cinese rallenta. E, sebbene le autorità cinesi per salvarla abbiano da molto tempo dato chiare direttive per l’applicazione delle riforme ‘dal lato dell’offerta’, nelle provincie e nelle amministrazioni locali finanziariamente disastrate regnano caos e ribellione.

Secondo il Quotidiano del Popolo giornale ufficiale del Partito Comunista Cinese, le cinque maggiori azioni di riforma economica da compiere per incrementare lo sviluppo a lungo termine della Cina sono: la riduzione dell’eccesso di produzione, l’alleggerimento delle scorte (c.d. destocking), la riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie (deleveraging), la riduzione dei costi delle grandi società, il sostegno delle aree deboli in crescita.
Ma il leader del partito Xi Jinping ha apertamente attaccato i dirigenti delle amministrazioni locali per non aver aderito al piano.

Un articolo del 9 Maggio del Quotidiano del Popolo, scritto da una non meglio precisata ‘figura autorevole’, ha citato cinque provincie che sono in linea con la riforma economica: Guangdong, Chongqing, Jiangsu, Zhejiang, Shanxi. Ha inoltre precisato che le riforme da lato dell’offerta, in alcune zone potrebbero avere sul breve termine degli effetti negativi sul Pil o sul gettito fiscale, ma che se non fossero adottate aumenterebbero le ‘imprese zombie’ e un enorme incremento dell’indebitamento accrescerebbe i rischi finanziari e fiscali.

Secondo gli analisti, questa non meglio precisata ‘figura autorevole’ rappresenta la visione degli «massimi livelli» del Partito; oltre alle affermazioni persuasive degli ‘alti livelli’, anche Xi Jinping, durante gli incontri con la leadership ministeriale e provinciale, ha ripreso gli amministratori locali per la loro gestione economica scadente. Il 10 maggio ha chiesto loro di «evitare di commettere sempre gli stessi errori» e di «non entrare nei vari progetti, investimenti, o attività finanziarie solo per far soldi». 
Durante l’incontro del Leading Group for Financial and Economic Affairs, tenutosi il 16 maggio, Xi ha ripetuto per ben due volte: «Alcuni amministratori locali non sono impegnati nel realizzare la riforma dal lato dell’offerta. Alcuni loro comportamenti non sono affatto corretti».

IMPRESE ZOMBIE

L’eccesso di produzione della Cina ha portato molte società nei settori del carbone e del cemento e altre industrie, come quella tessile o dell’abbigliamento, a diventare ‘aziende zombie’. Si tratta generalmente imprese statali che usano fondi pubblici senza produrre utili.

Le ‘imprese zombie’ sono sull’orlo della bancarotta, ma non chiudono; una delle principali ragioni è che gli amministratori locali non vogliono rinunciare ai loro personali interessi e ai benefici che ricavano da queste imprese. Per questa ragione, il processo di riduzione della produzione ha generato intensi conflitti tra il governo centrale e le amministrazioni locali.

Mentre il governo chiede infatti di ridurre gli eccessi produttivi, gli amministratori locali, che hanno interessi propri nelle imprese, non seguono le indicazioni, perché farlo porterebbe a un grande impatto sull’economia, sulle risorse finanziarie e sull’occupazione locale, col risultato che non potrebbero arricchirsi grazie queste industrie; per questo motivo, a livello locale regna tanto spesso il caos.

Zhao Xizi, ex presidente onorario di China National Association of Metal Material Trade, ha fatto alcun esempi di come le amministrazioni locali facciano apparire le imprese zombie floride a dispetto della realtà: come il caso delle acciaierie che hanno dichiarato profitti per il valore di 2 miliardi di yuan (305 milioni di dollari), che dopo un’accurata indagine sono risultati essere i guadagni della vendita di asset che l’azienda ha dichiarato come profitti.

In un altro caso, un anonimo dirigente di una società carbonifera ha dichiarato un profitto di 50 milioni di yuan (7,6 milioni di dollari) completamente falso, tanto che in realtà vi era una perdita di 1 miliardo di yuan (152 milioni di dollari). 
Tutto questo senza considerare i casi in cui agli amministratori locali non è stato permesso di dichiarare bancarotta. 
Il presidente di una società pubblica ha infatti raccontato questa storia durante una Conferenza politica consultiva di quest’anno: a una compagnia affiliata a un’impresa statale nel sud-ovest del Paese è stato impedito di dichiarare bancarotta, dopo che la riorganizzazione era fallita. 
Due anni fa questa società era in bancarotta, ma ai suoi rappresentanti è stato impedito di entrare in tribunale, con la motivazione che gli amministratori locali non ammettono la bancarotta e per questo motivo il tribunale non poteva accettare il caso. Solo dopo l’intervento di un’autorità provinciale la corte ha accettato di esaminare il caso.

FINANZA

Un addetto ai lavori del sistema bancario ha indicato che una parte dei prestiti delle banche sono a beneficio delle imprese statali e delle loro aziende sussidiarie, e che molte di esse sono imprese zombie. Queste società hanno chiesto ulteriori prestiti per pagare i debiti e questi ultimi, insieme ai precedenti, sono una parte enorme dei prestiti totali che le banche hanno concesso.

L’Henan Daily ha recentemente pubblicato un articolo in cui riporta un certo numero di misure atte ad aiutare le industrie tradizionali (siderurgiche e carbonifere) della regione di Henan. Il quotidiano cinese piega che per ottenere un prestito dalle banche, le imprese che hanno difficoltà devono cambiare la loro ‘attività principale’. Si pretende cioè che le industrie in crisi, convertano le loro attività in qualcosa di diverso dall’acciaio o dal carbone. Cosa che di fatto equivale a incoraggiarle a dichiarare il falso. Se altre imprese seguissero l’esempio della provincia di Henan gli sforzi di ridurre l’eccesso di produttività sarebbero vani.

In ogni caso dopo l’uscita delle direttive di ridurre l’eccesso di produzione è seguito un caos che ha mosso un’enorme quantità di denaro, una grossa parte del quale è confluita fin dal 11 aprile nel settore dei beni di prima necessità. Dall’acciaio o dal carbone per cucina, gli investimenti sono stati dirottati su beni come uova, soia, mais, o altri prodotti agricoli, il cui prezzo è quindi aumentato improvvisamente.

Contemporaneamente alle direttive fin dall’inizio dell’anno le autorità hanno immesso una grande quantità di credito nel mercato del valore di 1 trilione di yuan (circa 150 miliardi di dollari) al mese.

L’aumento del prezzo dell’acciaio ha salvato alcuni stabilimenti che stavano chiudendo, come è successo alla Haiwei Steel, nella provincia dello Shanxi: la produzione annuale della compagnia era di 300 milioni di tonnellate l’anno, ma aveva sospeso la produzione dall’agosto del 2015. Secondo i manager della compagnia, ora è in programma la ripresa della produzione. 
La Shente Steel, nella provincia di Jiangsu, è un’altra compagnia delle stesse dimensioni, che aveva sospeso la produzione nel dicembre 2015: con l’impennata del prezzo dell’acciaio ha ripreso la produzione nel marzo 2016.

Secondo Ian Roper analista di Macquarie, delle 50/60 milioni di tonnellate di produzione annua bloccate nel 2015, attualmente 40 milioni di tonnellate sono state recuperate e, come spiega Roper, «con la ripresa dei prezzi e dei profitti, gli ordini di ridurre l’eccesso di produzione sono stati completamente ignorati».

Il quotidiano online Oriental Daily ha commentato che le acciaierie erano grossi contribuenti in termini di gettito fiscale, e che i ricavi delle tasse pagate da queste società erano le maggiori risorse delle amministrazioni locali; per questo, ogni amministrazione locale ne ha temuto fallimento nella propria zona, mentre al tempo stesso si augurava che fallissero nelle altre regioni. E questo mette in evidenza i conflitti di interesse tra governo centrale e amministrazioni locali.     

 

Articolo in inglese: The Immense Challenges to Xi Jinping’s Supply-Side Economic Reform in China

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