Le famiglie aristocratiche del Pcc si schierano con Xi Jinping

Xi Jinping e i suoi predecessori Hu Jintao e Jiang Zemin arrivano al ricevimento della Giornata Nazionale che segna il 65esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese presso la Grande Sala del Popolo, il 30 settembre 2014 a Pechino.(Feng Li/Getty Images)

ANALISI DEI FATTI

Negli ultimi due decenni, i ‘principini’ della Cina – i discendenti dei principali membri anziani del Partito Comunista Cinese (Pcc) – sono sempre rimasti in silenzio sulle questioni politiche del momento, salvo due rilevanti eccezioni.

Tuttavia, nell’ultimo anno e mezzo, i membri della cosiddetta ‘Nobiltà Rossa’ hanno rilasciato dichiarazioni molto pubbliche a sostegno di una questione ben precisa – la campagna anti-corruzione attuata dal leader cinese Xi Jinping.

Nel corso di un raduno dei figli dei rivoluzionari avvenuto nel febbraio 2014, Hu Muying, figlia del propagandista del Partito Hu Qiaomu, ha elogiato Xi per «aver intrapreso azioni sostanziali» atte a eliminare ‘le tigri e le mosche’ – terminologia ufficiale per identificare i funzionari corrotti del Partito di alto e basso rango – e le «tendenze maligne che permeano» il Partito. La Hu ha inoltre lodato l’impegno contro la corruzione in questo nuovo anno lunare.

Nel giugno dello scorso anno, giorni dopo il licenziamento del defunto generale Xu Caihou, Dai Qing, figlia dell’ex maresciallo cinese Ye Jianying, aveva detto all’emittente radiofonica Voice of America (Voa) che Xu era in grado di vendere posizioni militari nell’esercito. Questo grazie all’ex leader Jiang Zemin, che all’epoca manovrava da dietro le quinte i politici durante la carica del suo successore Hu Jintao.

Inoltre questo giugno, Chen Weili, figlia di Chen Yun, l’influente membro anziano del Partito che aveva appoggiato Jiang nel succedere a Deng Xiaoping alla guida del Pcc, ha detto che tutti dovrebbero «assolutamente sostenere l’attuale campagna anti-corruzione» e che il potere dei funzionari corrotti del Partito «deve essere controllato».

Sostenendo la campagna anticorruzione di Xi Jinping, i principini stanno di fatto prendendo di mira l’uomo che sta dietro la rete politica che sarà smantellata – Jiang Zemin.

Dal momento che Jiang è salito al potere grazie all’appoggio degli anziani del Partito, perché e come si è allontanato dai figli dei suoi mecenati?

IL PIANO DELLA SUCCESSIONE

Negli anni 80, dal momento che la Nobiltà Rossa era ancora relativamente giovane (Bo Xilai, Xi Jinping e Liu Yuan erano appena 30enni e mancavano di esperienza) il regime di Deng Xiaoping aveva decretato che Jiang Zemin, Hu Jintao e la generazione dei funzionari del Pcc che non erano discesi dalla generazione rivoluzionaria sarebbero stati i custodi del Partito.

I principini hanno sempre ritenuto che le chiavi del regime fossero, attraverso una ‘successione reale’, un loro diritto di nascita. Jiang aveva persino promesso a Deng che al momento opportuno la sua generazione di ‘civili di élite’ avrebbe riconsegnato la leadership ai principini.

Tuttavia Jiang non ha mai ceduto il potere, forse per paura che sarebbe stato emarginato se fosse stato esposto il suo passato oscuro. Jiang, sebbene suo padre biologico Jiang Shijun abbia di fatto lavorato con i giapponesi durante la loro occupazione della Cina, vanta un lignaggio rivoluzionario. È infatti figlio adottivo di suo zio, il martire del Partito Comunista Jiang Shangqing.

Quindi, Jiang ha collocato i suoi compari dell’élite civile – quei funzionari recentemente purgati come Zhou Yongkang, Xu Caihou, Ling Jihua e Su Rong – nelle posizioni chiave, prevenendo così la rivalsa dei principini.

SOPPRIMERE I NEMICI

Jiang ha attivamente impedito agli innumerevoli principini di diventare troppo potenti.

Per esempio era noto che Chen Zhijian, figlio dell’ex leader militare Chen Geng, venisse molestato nell’esercito dai compari di Jiang.

A Chen era stato chiesto di pagare per la sua promozione a comandante e per andare in pensione come tenente-generale – atti che la Nobiltà Rossa considerava offensivi.

Lo scrittore di politica cinese Gao Xin ha osservato che, nella burocrazia del regime, i principini capaci si ritrovavano spesso in situazioni ‘imbarazzanti’ e che Jiang spesso trascurava di promuoverli.

Offendere Jiang avrebbe anche potuto costare la vita ai principini.

Il caso di Ji Pengfei, ex diplomatico e potente capo dei servizi segreti nel Dipartimento per gli Affari esteri, e di suo figlio Ji Shengde, ex membro anziano dell’intelligence dell’Esercito di liberazione del Popolo, è un tipico esempio.

Si raccontava che Ji Shengde avesse deriso Jiang per non aver sparato con la pistola mentre era a capo della Commissione militare centrale, un organismo del Partito che sovrintende l’esercito.

Jiang iniziò a covare rancore verso il giovane Ji e successivamente, nel 1999, si vendicò implicandolo in un scandalo di contrabbando di alto profilo e facendolo condannare a morte.

Ji Pengfei scrisse a Jiang quattro volte per fare appello alla sua clemenza, ma le sue richieste furono sempre respinte. Nel febbraio del 2000 si pensa che l’anziano Ji, spinto dalla disperazione, abbia commesso suicidio assumendo una dose eccessiva di sonniferi. La condanna a morte del figlio venne alla fine commutata in venti anni di carcere.

COOPTAZIONE

Tuttavia, Jiang non ha represso tutti i principini. Quei rari nobili del Partito che hanno mostrato totale obbedienza, sono stati premiati con nomine di alto livello.

Prima di venire epurato nel 2013, Bo Xilai, ex boss di Chongqing e figlio del leader rivoluzionario Bo Yibo, stava facendo carriera così rapidamente che si era arrivati a considerare seriamente che venisse sostenuto da Jiang per raggiungere una posizione ai vertici della politica della Cina.

Bo è stato fino al suo pensionamento alleato con Jiang, con l’intento di spodestare i suoi rivali politici. Bo Xilai si è guadagnato la protezione di Jiang per aver fedelmente realizzato il suo progetto politico preferito: la persecuzione del gruppo spirituale del Falun Gong.

Secondo quanto riferisce Jiang Weiping, ex giornalista di Wen Wei Po, giornale pro-Pechino di Hong Kong, quando Bo era sindaco della città di Dalian nella provincia del Liaoning, ordinò alle forze della sicurezza locali di trattare con crudeltà i praticanti del Falun Gong. L’autista di Bo ha raccontato a Jiang Weiping di aver ascoltato Jiang Zemin dire a Bo Xilai: «Dovresti assumere una posizione severa sulla questione del Falun Gong per assicurarti il capitale politico per la tua promozione».

IL CAPPIO SI STRINGE

Li Weidong, ex direttore della rivista China Reform, ha scritto sulla rivista politica di Hong Kong Front Line: «L’attuale situazione politica è il risultato delle macchinazioni di Jiang nel 1989. La fazione di Jiang è da biasimare per il capitalismo clientelare, la polarizzazione del Partito e l’agitazione sociale. Hanno portato l’impero rosso sull’orlo del collasso».

I membri della Nobiltà Rossa, ha aggiunto Li, hanno le spalle al muro e vogliono regolare i conti con Jiang Zemin. Con le recenti dichiarazioni rilasciate dai più illustri principini, il consenso sembra chiaro: schierarsi con Xi Jinping.

Articolo in inglese: ‘China’s Communist Party Aristocracy Lines Up Behind Xi Jinping

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