Ad di JP Morgan: le blockchain sono buone, il bitcoin è cattivo

Jamie Dimon, amministratore delegato e presidente di JPMorgan

Jamie Dimon, amministratore delegato e presidente di JPMorgan parla a un evento Fortune 500 presso la Borsa di New York il 7 maggio (Jemal Countess/Getty Images for Time)

Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan ritiene che gli investitori del bitcoin siano poco intelligenti e che la moneta digitale «verrà eliminata». Eppure la sua compagnia sta sviluppando una blockchain, chiamata quorum, e sostiene un competitor del bitcoin chiamato ethereum.
Forse Dimon è l’esempio più calzante – ma non è il solo – di chi pensa che il bitcoin sia ‘cattivo’, ma che la tecnologia blockchain sia ‘buona’. La stessa opinione è condivisa da istituzioni importanti, come le grandi banche, il Fondo monetario internazionale e la Federal Reserve.

«Non si deve confondere il concetto generale di ‘libro mastro decentralizzato’ per gli scambi commerciali, con la specifica iniziale applicazione di questo ‘libro mastro’, che è stata il bitcoin», sostiene Willem Buiter, capo economista di Citigroup, che definisce anche il bitcoin un «punto di partenza infelice» per la rivoluzione blockchain, anche se ritiene che la tecnologia del bitcoin possa portare a dei nuovi sistemi di regolamento interbancari e fra le banche centrali.

Sulla stessa falsariga, il direttore generale dell’Fmi Christine Lagarde ha detto alla Cnbc che il fondo potrebbe creare la sua criptovaluta, rendendo di fatto più efficiente la moneta dell’Fmi (ossia l’Sdr). La Lagarde ha anche accennato alla possibilità della compensazione bancaria (anche centrale) su una blockchain: «La fintech va davvero di moda. È una montatura? È una realtà? Cos’è che sta generando tanto interesse?», si chiedeva in una recente discussione sulla tecnologia finanziaria durante gli incontri annuali dell’Fmi a Washington. Ma nella discussione successiva alla domanda della Lagarde, gli esperti non hanno fatto alcuna menzione del bitcoin e non vi era alcun rappresentante del bitcoin al tavolo.

E persino gli intellettuali meno mainstream, come l’autore di best seller James Rickards, gradiscono la tecnologia blockchain ma non il bitcoin: «Considero separatamente la tecnologia blockchain dalla criptovaluta bitcoin. La tecnologia blockchain ha un futuro davvero luminoso […] È una tecnologia molto interessante. Il bitcoin ha tutta l’aria di una bolla o di un ‘ambiente protetto’ per criminali».

MANIACI DEL CONTROLLO

In realtà il bitcoin è usato solo per una frazione di tutti i pagamenti (comprese le attività criminali) che spesso sono eseguite in contanti o mediante il sistema bancario. La stessa JPMorgan ha dovuto pagare 2 miliardi di dollari perché non aveva riferito l’attività sospetta di Bernie Madoff, al centro di uno schema piramidale. Ed è solo uno dei molti esempi di grandi banche che pagano miliardi in multe per non aver rispettato le regole.

Ma il vero problema è il controllo. L’establishment odia il bitcoin perché non può controllarlo.

«La Federal Reserve ha dichiarato di non aver alcuna autorità per regolamentare il bitcoin. Le transazioni verranno accettate quando valide, e respinte quando non valide. E non c’è nulla che le autorità di vigilanza possano fare per ribaltare il potente meccanismo del ‘consensus’ derivante da un uso in rete», scrive il professor Saifedean Ammous, in una ricerca sulla tecnologia blockchain.

Anche il governatore della Bce, Mario Draghi, ha detto lo stesso a settembre: «In realtà, non sarebbe nei nostri poteri né proibirlo né regolamentarlo».

Ad ora, il bitcoin è l’unica criptovaluta tanto decentralizzata che nessuno, individuo o organizzazione, può cambiarne il protocollo, compreso l’ammontare di moneta emessa.

Le blockchain designate da JPMorgan o dall’Fmi potranno anche avere «un libro mastro condiviso», ma probabilmente sarà protetto da un firewall e non certo open source. E anche se lo fosse, ci sarebbe un gruppo di persone a controllare il protocollo e la rete, cosa che renderebbe la soluzione decentralizzata una soluzione centralizzata.

E si torna quindi al punto di partenza: il bitcoin è un problema per le banche centrali perché non permette loro di stampare moneta a volontà e quindi di controllare  a pieno la base monetaria. Le banche, inoltre, non possono controllare il prestito e l’emissione della propria moneta scritturale, fonte dei loro profitti oligopolistici. E anche per le società di emissione di carte di credito è una seccatura, perché non possono controllare le commissioni relativamente basse che il bitcoin impone per le transazioni, cosa che in parte spiega perché Mastercard sostenga l’ethereum.

E, al massimo livello, col bitcoin l’Fmi non può controllare chi ottenga sua moneta virtuale (Sdr), e quanto ne ottenga, cosa che al momento è legata a una mera dichiarazione dei membri del Fondo. Il Fmi potrebbe risparmiarsi la fatica di sviluppare la propria blockchain, e fare della blockchain di maggiore successo, il bitcoin, una sua riserva ufficiale. Eppure non sembra averne la minima intenzione, mentre intende invece controllare e regolamentare le altre criptovalute e compagnie fintech, che stanno cercando di riempire il vuoto creato dai servizi che le banche non possono e non vogliono fornire agli strati più bassi della popolazione, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

COME ‘FAR FUORI’ IL BITCOIN

Se è vero che il bitcoin è abbastanza decentralizzato da non poter essere fermato come vorrebbe Dimon, o regolamentato come dice Draghi, allora ci sono solo due altri modi di attaccarlo.

Il primo è parlarne male, come fanno gli economisti Dimon e Buiter. Ma il loro approccio non si è rivelato efficace, dato che il bitcoin è quotato a in Borsa +483 per cento quest’anno, quasi 48 volte meglio del titolo di JPMorgan, che ha fatto +11 per cento. Anzi: se calcolate in bitcoin, le azioni di JPMorgan sono scese quasi a zero nel 2017.
Quindi questa strategia potrebbe avere persino l’effetto opposto, dato che anche il parlarne male genera curiosità e fa pubblicità alla moneta.

L’altra strategia è quella di ignorare il bitcoin e concentrarsi su altre blockchain e sistemi fintech, cosa che è stata molto evidente durante gli incontri annuali dell’Fmi a Washington.
Questa strategia sta funzionando, perché molte persone non comprendono la differenza tra un sistema davvero decentralizzato e uno decentralizzato solo a parole. «Ci sono un sacco di diverse applicazioni del bitcoin. Ci sono un sacco di nodi, software e portafogli […] Ci sono gli scambi, c’è tutta questa infrastruttura motivata a fare bene – sostiene Jimmy Song, uno degli sviluppatori del bitcoin – È senza dubbio più decentralizzato per esempio dell’ethereum o del Bitcoin Cash o di tutte le altre. Molte delle loro hanno società o un gruppo di sviluppatori che dirigono lo spettacolo».

Quindi promuovendo e finanziando altre soluzioni di blockchain, le grandi multinazionali e i governi possono drenare risorse dal bitcoin, rallentandone così la crescita. È per questo che il bitcoin detiene solo il 54,5 per cento della capitalizzazione totale del mercato di tutti i ‘crypto asset’. Per quanto riguarda le loro iniziative, al momento sono ancora solo parole, secondo uno studio di Ammous a fine 2016, che afferma: «L’unica applicazione commerciale di successo della tecnologia blockchain finora è stato il cash digitale, e in particolare, il bitcoin».

 

Articolo in inglese: Blockchain Good, Bitcoin Bad

Traduzione di Vincenzo Cassano

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