La corsa all’espansione globale delle banche cinesi

Filiale londinese della Bank of China (foto: Dan Kitwood/Getty Images).

Nel tentativo di frenare i prezzi impazziti degli immobili, le principali banche in Australia hanno smesso di concedere prestiti ad acquirenti provenienti dall’estero. La faccenda interessa la Bank of China, la China Construction Bank e la Industrial and Commercial Bank of China, ma gli acquisti cinesi nel settore immobiliare australiano non hanno quasi avvertito il colpo, dato che le filiali locali delle banche cinesi sono intervenute.

Nell’ottica dell’espansione estera, le banche cinesi stanno lavorando sia sui clienti corporate che su quelli delle filiali, in opposizione alla tendenza globale del settore bancario che invece punta al risparmio. Tuttavia, gli ostacoli legati alla compliance e alle normative potrebbero rallentare le ambizioni delle banche cinesi. Infatti, nonostante gli ultimi guadagni, è probabile che le banche cinesi, in un futuro prossimo, non siano del tutto in grado di sfidare gli attuali leader di mercato.

Secondo i dati del ministero del Commercio cinese, la quota degli investimenti della Cina diretti all’estero (ODI), tra gennaio e luglio 2016 è salita a 103 miliardi di dollari, un aumento pari al 61,8 per cento rispetto a quello registrato l’anno scorso nello stesso periodo. Gli Stati Uniti e la Germania sono state le mete preferite per gli investimenti esteri cinesi, prime fra tutti le grandi fusioni aziendali e le acquisizioni.
Le banche statali cinesi stanno tentando di cavalcare l’onda del momento: secondo i dati riportati dalla Bank of China, alla fine del 2015, oltre 20 istituti di credito cinesi hanno aperto 1.300 sedi in ben 59 Paesi.

Secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale pubblicato ad agosto, «dal 2010, i prestiti all’estero delle banche cinesi sono aumentati di oltre 600 miliardi di dollari arrivando, a fine 2015, a 1 miliardo di dollari e sono destinati a crescere ulteriormente grazie al sostegno del governo alle aziende con politiche orientate all’internazionalizzazione, proprio per far crescere l’influenza della Cina sui mercati finanziari asiatici».

La China Construction Bank, la seconda banca del Paese, secondo quanto ha dichiarato il suo presidente in un recente discorso tenuto a Hong Kong, sta cercando di espandere la propria area di business da 24 a 40 Paesi e di aumentare il contributo estero sul margine di profitto lordo dall’1,7 per cento del 2015, al 5 per cento entro il 2020.
Allo stesso modo, la Bank of China gestisce la maggior parte delle operazioni all’estero e l’anno scorso ha contribuito al 23 per cento del margine di profitto al lordo delle imposte.

IL RIFIUTO DEL TREND

Le banche cinesi sono proiettate verso l’estero, mentre le banche globali stanno andando in controtendenza. Dieci anni fa, la Citigroup con sede a New York, aveva una presenza di retail che copriva 50 Paesi da Tokyo a Madrid servendo quasi 270 milioni di persone al mondo. Ma, a causa delle pressioni legate al profitto e alle normative, la banca ha dovuto chiudere o cedere l’attività in oltre la metà di quelle sedi, tra cui quella turca, il Guatemala e il Giappone.

Il ‘fare economia’ della Citi, della HSBC e di altre banche note a livello globale è stato rapido e drastico: l’obiettivo è quello di essere delle strutture più snelle, che si concentrino solo sui clienti più redditizi, come le multinazionali e gli high-net-worth (ossia chi possiede un alto patrimonio netto).Questo è stato anche l’obiettivo delle banche cinesi: quando i ricchi consumatori e le aziende, sia private che statali, sono interessate a investimenti all’estero, le banche erano subito pronte a intervenire.

Ma nel gioco dell’espansionismo c’è anche la componente politica: il governo cinese ha avviato un’iniziativa detta ‘una cintura di sicurezza, una strada’ che ha costretto le banche cinesi a entrare nei mercati emergenti del Medio Oriente e dell’Asia occidentale; senza una spinta simile, infatti, le banche non si sarebbero avventurate in questa nuova impresa. Questa è una delle ragioni fondamentali per cui le ‘cinque grandi’ banche cinesi si sono espanse all’estero prima delle banche più piccole.

OSTACOLI NORMATIVI

È sempre più serrato il controllo sulle attività delle banche cinesi, in particolare in Australia, dove avevano esportato ‘l’iper prestito’ che ha alimentato la bolla immobiliare cinese.

Le banche cinesi hanno infatti finanziato la maggior parte degli acquisti recenti di proprietà e società in Australia effettuati da cinesi. Secondo i dati del governo australiano, nel corso del primo trimestre del 2016, i crediti originati delle sedi australiane di banche cinesi hanno aumentato di quattro volte il tasso di crescita dei prestiti nella nazione. Questo ha spinto gli organismi di vigilanza a far notare che una simile rapida espansione degli istituti di credito stranieri potrebbe diventare una minaccia sistemica per il sistema finanziario australiano.

Durante un discorso tenuto a Sydney a marzo, il governatore della Reserve Bank of Australia, Glenn Stevens, ha infatti dichiarato: «Abbiamo il dovere di tenere in considerazione che ci sono numerosi ‘attori’ stranieri che in modo aggressivo si stanno espandendo all’estero e che si ritireranno rapidamente quando arriveranno tempi difficili». Stevens, tuttavia, non ha puntato il dito in maniera diretta contro la Cina.

La mancanza di controlli sull’adesione allo stringente quadro normativo sugli investimenti esteri è un altro rischio comune a cui devono far fronte le banche cinesi che abbiano mire all’estero. Il ??mese scorso, la Federal Reserve degli Stati Uniti ha ordinato alla filiale di New York della Agricultural Bank of China di migliorare la propria infrastruttura anti-riciclaggio di denaro (Aml) dopo che i revisori avevano riscontrato «carenze significative» nei sistemi di controllo.
La Fed non ha specificato quali fossero le violazioni, ma il 29 settembre il revisore ha dichiarato di aver rilevato grossi difetti nella gestione del rischio (nel monitoraggio e nella lotta alle operazioni bancarie illecite) nella filiale locale della banca.

La Agricultural Bank of China è solo l’ultimo esempio di banca cinese ad aver problemi con l’infrastruttura anti-riciclaggio di denaro degli Stati Uniti e con le policy Know your client istituite per prevenire eventuali frodi finanziarie. Lo scorso anno, la Fed ha dato avvertimenti similari in tema di procedure antiriciclaggio sia alla Bank of China che alla China Construction Bank.

Ovviamente c’è un motivo per questa accresciuta attenzione: la Reuters riporta che Global Financial Integrity, l’organizzazione con sede a Washington che ricerca e pubblica informazioni sui presunti abusi nel settore finanziario, ha stimato che tra il 2004 e il 2013 la Cina è stata la più grande fonte di deflussi monetari illeciti al mondo. La Cina rappresentava infatti, circa il 28 per cento dei 4 mila 900 miliardi di dollari di fondi illeciti che defluiscono dalle dieci maggiori economie del mondo. 

DA TENERE A MENTE

Nonostante tutte le difficoltà, le cosiddette Cinque Grandi banche della Cina, per la prima volta nella storia, stanno raggiungendo i 10 miliardi di yuan (1,5 miliardi di dollari) in beni all’estero.
Ma, rispetto ai competitor a livello mondiale, rimangono indietro e hanno ancora modelli di business inadeguati. Da uno studio congiunto tra la PwC e la Renmin University sul tema dell’internazionalizzazione delle banche, si evince infatti che «l’eccessivo affidamento sul margine di interesse [da parte delle banche cinesi, ndr] come modello di profitto, è un qualcosa che va senz’altro cambiato».

A oggi, le banche cinesi forniscono una rete di sostegno finanziario per le imprese cinesi e per i propri cittadini nei mercati esteri, in particolare per le aziende cinesi che hanno bisogno di trasferire denaro per acquisizioni all’estero o per investimenti locali in ricerca e sviluppo.

Generalmente, questi istituti di credito si concentrano sulle attività di banca commerciale e di banca d’affari, e non offrono un set completo di prodotti, come la gestione del risparmio o le banche di investimento, al contrario dei competitor internazionali. Il fatto che molti Paesi e organizzazioni utilizzino lo yuan per regolare i pagamenti, potrebbe far crescere sia il portfolio prodotti che l’influenza all’estero delle banche cinesi.

Questa è la parte più semplice della questione.
La parte più complessa è che alle banche cinesi manca l’elemento più importante per il successo di qualsiasi banca: la fiducia. Le principali banche cinesi, infatti, rispondono al Partito Comunista Cinese, non ai propri clienti. I sistemi e i processi sono spesso arcaici, e per ragioni politiche, gli istituti di credito statali rifiutano persino di usare il software leader a livello globale per il settore bancario, preferendo sistemi propri. Il risk management e la corporate governance sono quindi spesso gestite in modo ‘lassista’.

Per le banche cinesi la struttura di business per l’espansione globale va bene, ma rimane il problema della fiducia. E, sotto questo aspetto, le banche cinesi non risultano andare molto bene.

Articolo in inglese: http://www.theepochtimes.com/n3/2169046-follow-the-money-chinese-banks-on-course-for-global-expansion/

Traduzione di Valentina Schifano



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