L’assedio di Changchun, storia di una città ridotta alla fame

Le truppe comuniste nella guerra civile cinese. Qui, i carri armati dell’esercito di liberazione popolare partecipano alla campagna di Liaoshen, che ha portato la città di Changchun sotto assedio nel 1948. (Public Domain)

Il 23 maggio 1948, in piena guerra civile cinese, la città nazionalista di Changchun, nel nordest della Cina, veniva assediata e ridotta alla fame dai comunisti. Quella che segue, è la storia di un assedio durato cinque mesi e che ha causato più vittime delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Il 4 giugno 2006, durante la costruzione di un gasdotto nel distretto di Luyuan della città di Changchun, il giornale di regime Xinwenhua Bao riporta la scoperta di una grande quantità di scheletri: «Ogni colpo di badile si imbatteva in ossa giallastre. Dopo quattro giorni di scavi sono state scoperte migliaia di ossa».
Gli scheletri rivelano una pagina oscura della storia cinese: dopo la Seconda Guerra mondiale e la sconfitta dell’Impero giapponese, la pace in Cina dura poco, e nel 1946, dopo la cacciata degli invasori, scoppia la guerra civile.
Nel 1948, il Partito comunista cinese (Pcc), in piena crescita, sconfigge le truppe nazionaliste inviate per assicurarsi il nord-est del Paese: la serie di sconfitte dei nazionalisti si conclude con l’assedio di Changchun, dal 23 maggio al 19 ottobre 1948. Durante quei cinque mesi, le forze comuniste tagliano tutti i rifornimenti di cibo, impedendo ai civili di lasciare la città assediata causando, secondo le ultime stime, dai 150 ai 300 mila morti.

ASSEDIO E FAME

La moderna città di Changchun, costruita da architetti giapponesi e manodopera cinese, viene accerchiata in seguito alla sconfitta delle truppe nazionaliste. L’inizio della fine è il 13 marzo 1948: dopo la conquista del centro ferroviario di Siping da parte dei comunisti, che li privano dei loro alleati, le successive vittorie nella regione della Grande Muraglia segnano il destino della città. Alla fine di maggio, il Pcc blocca i collegamenti aerei verso Changchun, costringendo la città al totale isolamento militare ed economico. In giugno, gli ufficiali comunisti Lin Biao, Luo Ronghuan e Tan Zhenglian elaborano la loro strategia d’assedio di Changchun: chiudere tutti i collegamenti per il trasporto e il commercio con l’esterno; in particolare per l’approvvigionamento del cibo, della legna e di altri generi di prima necessità. Una strategia approvata del capo dei comunisti cinesi, Mao Zedong.

Communist troops in a preceding military campaign in the Chinese civil war. (Public Domain)

Truppe comuniste in una precedente campagna militare nella guerra civile cinese. (Pubblico dominio)

Poiché le riserve alimentari sono sufficienti solo fino a luglio, il capo dei nazionalisti cinesi Chiang Kai-shek ordina al generale Zheng Dongguo (vice comandante delle forze nazionaliste del nord-est) di evacuare i civili dalla città il 1° agosto. I comunisti però intuiscono questo piano, impediscono ai civili di lasciare la città per non riconoscere loro lo status di rifugiati: la presenza dei civili a Changchun è necessaria per il successo dell’assedio.

Duan Kewen, funzionario della provincia di Jilin, nel suo libro Memoirs of Defeat in War, cita alcune conversazioni di cui è testimone: «Una sentinella dice a un rifugiato: non andate più lontano, se lo farete dovremo uccidervi. Il rifugiato risponde: siamo semplici cittadini, come potete farci morire di fame? E la sentinella: è l’ordine del presidente Mao, non osiamo disobbedirgli». Secondo Duan, quelli che tentano di fuggire ugualmente, vengono abbattuti. Nello stesso periodo, si parla di un comandante comunista che si suicida, piuttosto che rendersi complice di un simile crimine contro dei compatrioti inermi.

Il 9 settembre, Lin Biao, Luo Ronghuan, Liu Yalou e Tan Zhenglian fanno rapporto a Mao: «L’assedio ha dato risultati notevoli: ha provocato scarsità di cibo […] per riempirsi lo stomaco gli abitanti mangiano le foglie degli alberi e l’erba. Molti sono già morti di fame». Gli uomini di Mao riferiscono poi che dei profughi si inginocchiano davanti alle sentinelle comuniste e le pregano di lasciarli partire, mentre altri muoiono davanti a loro, che li guardano senza fare niente. Alcuni civili hanno perfino lasciato i loro bambini prima di tornare indietro. Altri si sono impiccati davanti ai posti di guardia.

Il 20 ottobre, le truppe nazionaliste rimaste a Changchun sotto il comando del generale Zheng si arrendono, il Pcc si vanta di aver conquistato Changchun senza sparare un colpo: il prezzo sono di centinaia di migliaia di civili morti.
Il giornale nazionalista Central Daily New scrive che in quattro mesi, dalla fine di giugno all’inizio di ottobre, ci sono stati almeno 150 mila morti vicino al fronte di Changchun. Shang Chuandao, anziano sindaco della città, scrive nelle sue memorie che durante l’assedio almeno 120 mila persone sono morte di fame o di malattia.

L’INFERNO IN TERRA

Il generale Zheng ricorda alcuni episodi che hanno segnato quei mesi da luglio fino alla resa:

le persone uscite vive da Changchun ricordano di «aver mangiato l’erba e le foglie degli alberi, aver bevuto l’acqua piovana accumulata in vari recipienti, e quando quell’acqua è finita, abbiamo bevuto l’acqua raccolta nei crani umani pieni di larve». E ancora: «Ogni giorno, il Pcc annunciava che avrebbe liberato chi possedeva un’arma da fuoco, e in effetti quelli che consegnavano le loro armi venivano liberati. Ogni giorno, qualcuno veniva rilasciato, soprattutto gente ricca, che aveva comprato delle armi in città».

Col tempo, la fame arriva a un punto tale da indurre persino al cannibalismo, diventato un fenomeno comune. Duan Kewen racconta di aver sentito che gli abitanti hanno assaltato un magazzino dove si vende carne cotta; inviati i suoi uomini a indagare, scopre che la carne venduta è umana. In seguito, dei trafficanti cominciano a rapire i bambini e a picchiarli a morte; e, dopo averli decapitati e fatti a pezzi, li cucinano.

Duan racconta inoltre che a causa della carestia, sua moglie e suo figlio hanno vissuto per qualche giorno tra la città e il fronte del Pcc ma, non riuscendo a scappare sono infine tornati in città. Nei giorni seguenti hanno avuto entrambi problemi mentali, piangono continuamente, e il figlio parla sempre dei cadaveri che ha visto dappertutto, coi ventri gonfi per essere stati giorni sotto il sole.

Il generale Zheng, testimone della fame cronica, del cannibalismo e delle strade ricoperte di morti, senza diritto di sepoltura, conclude: «Changchun era una bella città, ma ora è devastata, con cadaveri dappertutto: è diventata un inferno in terra».

IL RICORDO DELL’ASSEDIO

Homare Endo, figlia di coloni giapponesi, è nata a Changchun nel 1941. A sette anni ha vissuto l’assedio durante il quale i suoi fratelli sono morti di fame, e in seguito lei stessa è stata testimone della follia delle varie campagne politiche seguite alla presa del potere del Pcc. Nel 1953 Homare Endo e la sua famiglia sono tornati in Giappone e nel 1984 ha pubblicato il libro Qiaz [il nome della ‘terra di nessuno’ attorno a Changchun, ndt]: nessuna via di fuga dalla Grande Terra.

Nell’agosto del 2016, in un’intervista rilasciata a Voice of America la signora Endo ricorda: «La fame ci costrinse a mangiare grani di cereali, dopo iniziammo a mangiare le verdure selvatiche, foglie di olmo e corteccia di alberi. Dovunque i corpi morti ricoprivano le strade e vedevamo i cani che li divoravano».

Un passaggio del libro descrive come Homare Endo ha guidato i 90 giapponesi ancora a Changchun verso la zona qiazi, che è stata recintata col filo spinato. Poiché il territorio è disseminato di cadaveri in decomposizione, cercano uno spazio pulito per dormire, ma al risveglio si accorgono di aver dormito sui cadaveri e di essere circondati di cadaveri e rifugiati.

L’opera della signora Endo non è stata pubblicata in Cina. Quasi tutti gli editori si sono rifiutati di pubblicare il libro con la stessa motivazione: il tema è troppo «delicato». Ma, nel 2014 il libro è stato tradotto in mandarino e pubblicato a Taiwan, e nel 2016 diffuso in inglese col titolo Japanese Girl at the Siege of Changchun.

Nel 1989, Zhang Zhenglong, colonnello cinese in pensione, ha pubblicato il libro White Snow, Red Blood dedicato all’assedio di Changchun, dove descrive nei dettagli il reclutamento forzato e le morti in massa conseguenti alla carestia; la sua pubblicazione ha fatto scalpore e ne sono state vendute 100 mila copie. Dopo poco tempo però il libro è stato vietato in Cina perché «onora» il capo nazionalista Chiang Kai-shek e contiene «inesattezze» sul generale Lin Biao, ufficialmente considerato un traditore del Partito. L’editore, Ma Chengyi, è stato imprigionato per 23 giorni e il colonnello Zhang per un mese.
Nel 2002 il libro è stato pubblicato anche a Hong Kong.

Il libro Mao: The Unknown Story di Jung Chang e Jon Halliday cita le parole di Su Yu, generale comunista di alto rango, il quale spiega che la carestia dei civili non è stata che una tattica per forzare i nazionalisti ad arrendersi e che «il modello Changchun» è stato applicato in «numerose altre città».

In seguito, dopo la presa del potere da parte del Pcc, le politiche economiche e sociali al servizio degli interessi del Partito hanno portato alla Grande carestia in Cina: la carestia che ha portato al maggior numero di morti nella Storia dell’umanità.

L’autore e cineasta cinese Du Bin, nel suo libro L’assedio per fame di Changchun, parla di Wang Junru, un veterano di 76 anni che a suo tempo era tra i 100 mila soldati comunisti che assediarono Changchun.
Wang si pente di aver seguito gli ordini del Pcc, che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di persone. Quanto al motivo che ha spinto il Pcc ad affamare gli abitanti di Changchun fino alla morte, Wang ha dichiarato al New York Times: «Avevamo ricevuto l’ordine che [i rifugiati, ndr] erano nostri nemici. Quindi dovevano morire».

Articolo in francese: Siege of Changchun: Memories From a Communist Famine

Traduzione di Francesca Saba

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