Marco De Domenico, la voce specchio dell’anima

Marco De Domenico (per concessione)

La voce umana è un mezzo di comunicazione unico e molto espressivo al punto che secondo alcune ricerche scientifiche la varietà di tono, timbro e inflessione rivela caratteristiche importanti della persona. Per conoscere e dare uno sguardo più approfondito al mondo della voce e ai professionisti del suono, Epoch Times ha intervistato Marco De Domenico, speaker, doppiatore pubblicitario e sound engineer. Tra i numerosi impegni lavorativi, De Domenico è anche conduttore radiofonico di un programma su Radio Company.

Marco, come e quando hai intrapreso la tua professione?

A diciassette anni quando ho cominciato a lavorare per una piccola radio nella provincia di Milano. Andavo ancora al liceo. L’anno dopo mi sono diplomato e ho continuato a lavorare in radio. Ho avuto un brutto incidente in moto, per via del quale mi è stata amputata la gamba destra. Nonostante questa tragedia ho continuato a lavorare in radio e non ho mai messo fino a quando, nel 1998, ho cominciato a frequentare dei corsi di dizione, di uso professionale della voce, di doppiaggio e pre-dopppiaggio. Nel 2000 mi sono lanciato, oltre che come conduttore radiofonico, come speaker per eventi sportivi, documentari audiovisivi e tutte quelle situazioni in cui era richiesta una voce professionale. Nel 2000 sono stato contattato da Italia 1 per diventare voce ufficiale del canale.

Cioè?

Quello che fa i promo: “Questa sera alle 20,30 su Italia 1”.

Lo sei ancora adesso?

No, ho smesso un anno e mezzo dopo. Poi nel 2004 sono diventato voce ufficiale di Nickelodeon, un canale per ragazzi su Sky. Lo sono stato fino a due anni fa. Voce ufficiale, quindi un ruolo grande: probabilmente uno dei miei più grandi contratti in assoluto.

Da bambino eri appassionato dell’uso della voce?

Sì, moltissimo. Non ho mai desiderato fare altro nella vita. Semplicemente ho coronato un sogno. Non ho fatto che inseguire la mia inclinazione naturale, molto semplice.

Parlami della tua produzione in qualità di speaker, doppiatore, animatore radiofonico e sound engineer

Allora, facendo un calcolo spannometrico e considerando che incido almeno sei ore al giorno per sei giorni alla settimana.

Tra l’altro, immagino che la tecnica debba essere veramente molto importante per non sforzare la voce quando si lavora per così tante ore…

Esatto, sono molto bravo ad adoperare l’organismo al massimo delle sue potenzialità senza sovraffaticarlo. Infatti, uso molto bene il diaframma. Questo mi permette di avere una bella voce, densa e compatta, senza spingere troppo sulla gola.
Comunque, dal 1994 a oggi ho prodotto circa 44 mila spot, tra cui quelli famosi che vediamo in televisione. Per esempio sono la voce dello spot di Coca Cola e dello spot del dentifricio Elmex che inonda tutte le reti televisive. Poi sono stato per anni la voce ufficiale di Burger King. Attualmente sono in onda con la pubblicità Disney, nella collana in cui si impara l’inglese. Ho prodotto circa 15 mila servizi audio e trascorso circa 60 mila ore al microfono.

In pratica lo studio di registrazione è la tua seconda casa?

In realtà è dentro casa, non potrebbe essere altrimenti. Un’ala di casa mia è una vera propria sala di doppiaggio dove registro dalla mattina alla sera e qualche volta anche alla notte, se serve. Ci sono dei giorni in cui sono fuori studio perché in certe ore devo essere fuori anche per seguire le mie passioni. È vero che sono amputato di gamba e in teoria sono un disabile. Ma sono anche un ciclista semiprofessionista, quindi adoro pedalare. Per cui sto fuori qualche ora per divertimento personale, poi alla sera dopo cena recupero.

Non sapevo della tua amputazione e nemmeno di questa tua passione a livello semiprofessionistico

Per ciclismo semiprofessionistico intendo che investo molto tempo e denaro in questo mio divertimento. Quindi per professione non intendo qualcosa che mi produce del denaro, non ancora e non so se mai lo farà, ma lo dico semplicemente per il tipo di impegno che ci metto: pedalo tutti i giorni circa cento chilometri.

Hai una bicicletta particolare?

No, è una bicicletta da corsa tradizionale: la gamba sinistra è la mia, la destra è una protesi.

Con una gamba riesci a pedalare tutti questi chilometri?

Anche 150. Ma per allenamento ne faccio cento.

Quanto tempo pedali ogni giorno?

Circa quattro ore. Sempre in una sessione unica, quando mi è data la possibilità. Quando invece non è possibile, perché c’è brutto tempo, ho un rullo: metto la mia bicicletta da corsa dentro casa e pedalo.

 

Marco De Domenico durante un viaggio alle isole Canarie (per concessione).

Come è nata questa tua passione?

Ero obeso, molto obeso, oltre che amputato. Due anni fa ho subito un intervento di bypass gastrico per provare a perdere chili. Purtroppo questo intervento è andato a male: si è aperta una grossa fistola gastrica nello stomaco che mi ha quasi mandato all’altro mondo. Sono stato recuperato per miracolo grazie a un intervento chirurgico di emergenza, la notte di Natale 2015. E purtroppo sono dovuto rimanere in ospedale quasi tre mesi. Tre mesi di inferno perché non potevo né mangiare, né soprattutto bere. È stato un fortissimo stress psicologico.

In quel momento ho capito che la mia vita, siccome ero sopravvissuto, sarebbe dovuta cambiare in maniera definitiva. Ho pensato prima di tutto a provare a diventare uno sportivo – io che ero sempre stato sedentario e grande obeso che pesavo più di 140 chili. Allora, mentre ero nel letto di ospedale in rianimazione, ho comprato online una bicicletta con il motore, con la pedalata assistita. Quando sono uscito dall’ospedale, ho cominciato a pedalare per qualche settimana. Quando mi sono reso conto che riuscivo a pedalare anche su una bicicletta normale, ho venduto quella e mi sono comprato una bicicletta da corsa tradizionale, e da allora, due anni fa, non ho mai smesso e mi alleno praticamente tutti i giorni.

È avvenuto un cambio drastico. Chi mi conosceva prima, ha fatto un po’ fatica anche a riconoscermi nell’aspetto: ora peso 70 chili, quindi la metà e soprattutto non mi riconoscono nella voglia di fare, nell’entusiasmo di usare il corpo per fare sport. È cambiata tutta la mia vita.

Il ciclismo ti ha aiutato nel lavoro? Perché nel tuo lavoro occorre usare bene il diaframma…

Mi ha aiutato ma non per l’aspetto che pensi. Perché nel mio ambito – quello pubblicitario ad altissimo livello – l’aspetto gioca un ruolo importante. Non puoi avere un aspetto distonico rispetto alla voce, perché ho paura che in questo modo non vieni apprezzato fino in fondo. Onestamente, da quando ho perso peso, lavoro e guadagno di più. Ho la sensazione di essere più convincente. Probabilmente è un fatto emotivo. Avendo di me un’immagine un po’ più sana, un po’ più bella, è probabile che proietti anche verso l’esterno un’immagine più affascinante di me. E in più, probabilmente mi è cambiata anche un po’ la voce: è diventata più bella più profonda.
In seguito ho capito il motivo: il grasso che si depositava anche intorno alle corde vocali, mi impediva di avere il mio bel timbro originale. Per tanti anni ho lavorato con una voce veramente falsata rispetto alla mia.
Per me ha funzionato esattamente così. Sono abbastanza sicuro che un qualunque medico potrebbe dire la stessa cosa.

Hai anche smesso di fumare?

Sì ed è successo in corrispondenza dell’intervento chirurgico. Ero un grande fumatore, quasi trenta sigarette al giorno. Ho smesso, sono stato bravo e non ho mai più ricominciato. In questi due anni sono stato alla larga dal tabacco.

Questo ha cambiato un po’ la tua voce?

Non saprei, ma è cambiata la resistenza, che è notevolmente migliorata. Mentre prima ero pieno di catarro un po’ in tutte le stagioni e sempre un po’ infiammato in gola, adesso non più. Quindi secondo il mio punto di vista, il fatto che il fumo migliori la voce, che la renda più calda, non è vero.

Sul tuo sito c’è scritto anche che sei un sound engineer. Cosa significa?

Che sono un bravo tecnico del suono. Cioè, conosco le tecniche di ripresa, infatti lavoro da solo, e mixo: al cliente non fornisco soltanto la voce pura – la pura presa microfonica – ma gli invio il prodotto finito, definitivo. In altre parole, mixo con le musiche e i suoni. Quindi faccio i jingle per la radio e le televisioni.

Lavori in post-produzione?

Sì. E aggiungo che da circa un anno e mezzo insegno anche l’uso della voce presso l’Accademia 09 di Milano, che è una delle più importanti scuole di recitazione e di preparazione per allievi che intendono diventare speaker e doppiatori professionisti.

A che genere di persone insegni in questa accademia?

Sono docente in tre corsi. Uno è di public speaking, rivolto a persone adulte che già lavorano nei loro rispettivi ruoli – normalmente in grosse imprese. Sono persone che hanno grosse difficoltà a parlare in pubblico e le aiuto a sbloccarle attraverso degli esercizi che sono un po’ psicologici, ma che utilizzano anche in buona parte la voce. Sono quindi esercizi che lavorano anche sul piano emotivo.
Comunque, ripercorrendo la mia strada, credo che non sia facile per nessuno iniziare a parlare professionalmente davanti agli altri senza imbarazzarsi troppo. La mia storia è ricca di momenti in cui è stata dura cavarmela, pur avendocela comunque fatta.

Poi, c’è il corso di dizione e uso della voce dove sono docente unico. Sono ragazzi da 15 anni a 30/35 anni, persone che tendenzialmente investono per diventare speaker e doppiatori pubblicitari. Gente che insomma vorrebbero fare il mio lavoro.

Hai avuto difficoltà quando hai parlato in pubblico le prime volte?

Sì, ci sono state delle situazioni specialmente all’inizio della mia attività di speaker. Ma durante la conduzione radiofonica mai perché non si è davanti a nessuno. Tuttavia quando lavori come speaker e vieni convocato per esempio a Milano in un grosso studio di produzione, sei seguito visivamente e acusticamente da una pletora di persone. Ci sono perlomeno sei/otto persone: il direttore creativo, il copywrighter e altre figure professionali pronte per ascoltarti, due o tre tecnici del suono e il cliente stesso, cioè direttore dell’agenzia pubblicitaria.
Mi ricordo tre o quattro situazioni avvenute a inizio della mia carriera. Per esempio, la pubblicità di una Jacuzzi, che è stata una delle mie prime grandi produzioni nazionali: sono stato seriamente messo in difficoltà dalle persone di fronte e ho vissuto una fortissima sensazione di imbarazzo poiché non mi sentivo ancora pronto per affrontare un esperienza così grande; d’altronde dentro di me mi dicevo che da qualche parte dovevo pur partire. Mi ricordo quel pomeriggio come un momento molto difficile di inizio carriera, si parla ormai di 18 anni fa.
Inoltre ho sempre vissuto in distonia con il mio aspetto, essendo stato appunto un grande obeso, per cui credo che anche questo non mi abbia aiutato. Oggi ho 42 anni con un aspetto normolineo e mi considero molto professionale nel mio lavoro. Per cui, ovviamente ho un livello di sicurezza diverso. Penso che questo aspetto sia importante da sottolineare e ha concorso notevolmente.

Sul tuo sito hai scritto che la voce è una alchimia fatta di colore, timbro, emissione, velocità, fonetica, ortoepia . Mi puoi spiegare questo ampio concetto?

Sì, iniziamo dal timbro. Il timbro è la nostra caratteristica peculiare. Come un sassofono ha un timbro, il pianoforte e anche il violino hanno un loro timbro specifico. Per cui per esempio un violino si riconosce senza che nessuno te lo debba far notare e lo stesso discorso vale per la voce. In altre parole, grazie a una serie di aspetti prevalentemente biologici, ogni persona ha un timbro caratteristico, che è la nostra impronta digitale. La nostra lingua come tutte le lingue è un codice univoco di fonemi: per generarli apriamo e chiudiamo la bocca, muoviamo la lingua, e spostiamo i denti in varie posizioni, a seconda dei suoni che vogliamo generare.

Per gli aspetti biologici ti riferisci alla conformazione fisica dell’apparato fonatorio?

Sì, ma anche tutto il resto del corpo in realtà concorre a dare la risonanza che genera il timbro: la forma della cassa toracica, i muscoli della faccia, le ossa della faccia, la quantità di idratazione dei tessuti molli intorno alla gola. Non sono medico, però, per quanto riguarda la formazione me ne intendo abbastanza.

E quindi immagino sia un discorso molto ampio dato che riguarda l’anatomia umana…

Assolutamente sì. La voce è uno dei suoni più naturali che esista. È proprio il classico suono che tra l’altro viaggia proprio, guardacaso, su un tipico range di frequenze che l’orecchio umano è in grado di percepire con più naturalezza. È come se l’orecchio umano fosse già sincronizzato per l’ascolto della voce e questo me lo hanno confermato anche degli ingegneri tecnici del suono con i quali ho lavorato.

Riprendiamo il discorso della voce

C’è il volume che è la pressione generata – l’energia sonora – un qualcosa correlato alla pressione media dell’aria nella gola. Noi speaker abbiamo molta capacità in termini di volume vocale poiché ne facciamo un uso estremo. Siamo un po’ dei piloti di Formula 1 della voce. Abbiamo la consapevolezza estrema di come esce il suono.

Poi anche il ritmo gioca un ruolo importante. I rallentamenti e le accelerazioni, sono infatti tipici di tutti i grandi oratori. Nel nostro caso le usiamo con grande cognizione di causa poiché aiutano nella concentrazione delle persone che ci ascoltano. In definitiva, la tua audience sarà infinitamente più eccitata da quello che tu dici se adoperi la tecnica delle accelerazioni e dei rallentamenti. Altrimenti sei monotono, monocorde, tipicamente come un prete che annoia e addormenta. Noi invece vogliamo ottenere esattamente l’effetto opposto: eccitare e informare, anche perché usiamo la voce prevalentemente per vendere varie cose, come un oggetto, un’idea politica o anche se stessi nel caso in cui si voglia conquistare una ragazza una sera a cena.

Cosa sono invece l’ortoepia e la prosodia?

L’ortoepia, in definitiva, è la punteggiatura. È molto importante poiché dà una mano a restituire il più ampio senso logico del testo scritto da qualcun altro. Esistono delle tecniche per rispettare la punteggiatura a regola d’arte, che insegno nei miei corsi, le quali restituiscono una logica ineccepibile.

Faccio un esempio: nel caso di un punto si farà una certa pausa, se ci fosse un virgola un pausa diversa. È così?

Sì ma non solo, perché vale anche con un’intonazione diversa della voce. Qua entra in gioco la prosodia, che è il telaio attorno al quale sono appoggiate le parole della nostra lingua. È la cantilena. Ogni nazionalità, ogni lingua, ha la sua cantilena. Noi abbiamo la nostra, che sono esattamente le note che tocchiamo con le parole. Ti potrei fare mille esempi; potrei fare lo stesso identico discorso senza mettere le parole ma soltanto una cantilena. Saresti in grado comunque di capire un po’ il senso. Anche senza usare le parole, solo con la cantilena.

Quindi questa cantilena, se ben padroneggiata…

É funzionale alla comunicazione.

Come si anticipasse qualcosa?

Provo a farti un esempio. Ti dico questa frase: “Sono andato al mercato, ho comprato dieci uova, cinque carote e sono tornato a casa”. La cantilena di questa frase suona in un certo modo particolare. Se ripetessi la cantilena di questa frase, si capirebbe perfettamente dove sono le virgole, senza usare le parole; semplicemente cambiando il tono si comprende il punto di fine frase. Questa è la prosodia.

Va sempre di pari passo con l’ortoepia?

Sì certo perché ha molto a che fare con la punteggiatura e la punteggiatura serve a dare un senso alla frase. Se non ci fossero né virgole, né punti, sarebbe un flusso indecifrabile. Noi con la prosodia, con l’uso più consapevole della prosodia, arricchiamo di senso l’ortoepia perché l’ascoltatore che ci ascolta non ha con sé il testo in mano. Il testo l’abbiamo solo noi speaker. Quindi a noi viene dato il compito di tradurre in suoni il contenuto di un testo.

Quindi solo l’ortoepia rischia di produrre un suono monotono?

Immagina un computer che legge un testo senza quello che ho detto prima. In effetti è stato proprio così fino a poco fa, solo adesso si comincia a fare questo con dei programmi text to speech che sanno un po’ riconoscere le virgole e cambiare il tono a fine frase, per dare un minimo di senso al testo. Altrimenti una volta era un unico flusso con lo stesso tono, un po’ come la voce alla stazione. Oggi il computer è più evoluto e prova a restituire un po’ più di senso umano. A noi tutto questo viene istintivo, ma è difficile quando si tratta di farlo a regola d’arte. Richiede uno studio.

E arricchisce il messaggio, conferendone maggiore forza

Sì, esatto. Il messaggio si carica di senso e viene restituito a regola d’arte. Nella comunicazione si perde sempre qualcosa, è fisiologico. Ma in presenza di uno speaker professionista o di un conduttore radiofonico, il messaggio arriva di più.

Sul tuo sito hai scritto che si è speaker prima di tutto nell’anima

Le persone non hanno tutti lo stesso trascorso. Si dice che si cresce nel dolore e nella frustrazione e io considero questo molto vero. Non soltanto perché mi è capitato ma anche perché è istintivo: gli scatti in avanti di crescita, si fanno quando si soffre. Dal momento che la voce è una questione essenzialmente organica, è inevitabilmente figlia del nostro vissuto. Quando si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima, mi viene da pensare che invece è la voce lo specchio dell’anima. Perché è nell’uso della voce che risiedono e si sedimentano tutte le esperienze dell’essere umano che parla in quel determinato momento. La voce è la rappresentazione acustica del nostro ambito. Se io non avessi avuto questa vita ma un’altra, probabilmente non avrei parlato con questo tono, con questa intensità.

Interessante, anche il passato ha un suo peso

Sì, la voce è una sommatoria di tutte le esperienze, dal primo all’ultimo secondo di vita. Si prenda per esempio la faccia di un ‘lupo di mare’: è cotta dal sole, pieno di rughe e ha un’espressione molto bella nel suo essere segnato dalla sua vita. Quando si dice che la vita ti segna, secondo me è un’espressione multi-camposemantica poiché ha a che fare con l’aspetto ma anche con la personalità e la voce. Un doppiatore che ha vissuto molto, che ha sofferto molto, sarà inevitabilmente migliore di un comunicatore che non ha provato molto. Chi vive intensamente la vita, avrà molto da comunicare, anche sulle esperienze degli altri poiché le avrà codificate e paragonate alla sue, e anche in questo modo avrà qualcosa da insegnare.

Quanto conta secondo te l’intenzione nella voce?

Molto, tant’è vero che hai adoperato, forse inconsapevolmente, un termine che nel nostro settore utilizziamo molto. Quando incidiamo una frase, il direttore del doppiaggio ci può comunicare che la resa non è stata buona e ci indica un’altra intenzione. L’intenzione è un mix di velocità, ritmo, colore, timbro, tono, frequenze prese – ci sono tutti gli ingredienti. L’intenzione è il vero senso della frase e il motivo per cui, mettendo per esempio un punto di domanda alla fine della frase, cambia l’intenzione: da assertiva a interrogativa.

L’affermazione conferisce certezza

Sì, infatti l’asserzione è proprio questo.

Prima hai parlato di colore della voce

Qua si entra in un ambito un po’ più raffinato e delicato. Ha molto a che fare con il suono dell’anima. Il colore della voce è come ci si pone psicologicamente nei confronti del testo. Immagina una mamma che sta parlando con il figlio prima dell’addormentamento: avrà una voce estremamente dolce e si capisce che c’è tutto l’amore materno nei confronti del figlio per fargli vivere una vita migliore, che in quel momento è il dormire. Oppure immagina un politico che deve fare un’arringa; potrebbe dire le stesse parole ma con un tono completamente diverso. Comunque non si tratta solamente del tono, ma proprio il colore della voce, il modo di usarla. Io stesso te la posso fare un po’ più di testa, risonante nel naso, bassa e cattiva, aggressiva, un po’ insicura di uomo che è un po’ spaventato davanti alla situazioni, o anche quasi terrorizzato perché è successa una cosa incredibile.

 

Molto bello, la voce se ben usata è evocativa

Gioca proprio questo ruolo.

Il colore si può dire che è una sfumatura?

Bravo. In realtà, l’uso della parola ‘colore’ nei confronti di qualcosa di uditivo, è ovviamente un’invasione di campo poiché il colore è una cosa che si vede e non si sente. Però rende l’idea.

Cosa consigli a un aspirante doppiatore, speaker, animatore o sound engineer?

Primo, di studiare la dizione per eliminare ogni accento di pronuncia regionale e difetti di fonazione. E poi studiare recitazione, perché in realtà siamo tutti attori. Ovviamente solo con la voce. Dopodiché occorre impegnarsi molto sul campo ossia provarci, non importa se all’inizio non si guadagna quasi nulla. Avere l’opportunità di farlo come palestra. A un certo punto, dopo aver ascoltato e prodotto tanto, si potrà essere considerati professionisti del settore. Certo, come in ogni ambito, anche un po’ di fortuna è indispensabile. Ma gli ingredienti sono quelli che ho appena detto.
Aggiungo inoltre che è importante lavorare con dei professionisti perché ti possono guidare ed è importante ascoltarli perché provando a imitarli si otterrà qualcosa di personale e unico: la somma degli altri con la propria esperienza e inclinazione.

La voce è quindi una sommatoria non solo delle esperienze personali, ma anche di quello che si ascolta dagli altri

Sì, tutti i professionisti si sono ispirati a una persona che gli piaceva. Io l’ho fatto con qualche collega doppiatore che consideravo un mito quando ero piccolo. Imitandoli ho creato un mio stile personale, come succede nella pittura e nella musica.

Può essere utile prendere lezioni di canto?

Sì, il canto è la quintessenza dell’uso della voce.

Quanto conta il talento naturale in questo mestiere?

Da ragazzino ero molto capace a fare le imitazioni. Ascoltavo gli altri e li emulavo. Mi ricordo che da piccolo rubavo il microfono dell’impianto stereo di mio padre, registravo la cassetta e la modificavo. Quello che voglio dire è che secondo me un’inclinazione naturale fa tanto. È difficile prendere una persona disinteressata in questo settore e portarla a un livello di ragionevole bravura. Forse con una motivazione forte, che però ha molto a che fare con l’inclinazione naturale.

Infine tornando a prima, hai parlato di semiprofessionismo della bicicletta. Hai pensato di fare delle gare?

No, qualcosa di meglio. Considera che sono bravo a produrre audio in quasi tutti gli ambienti e che mi sposto molto dal mio studio per via del ciclismo; circa una volta al mese vado infatti in un luogo caldo, pedalo per una settimana e lo faccio tutti i mesi. Vado per esempio alla Canarie, a Creta o a Tenerife. Quando arrivo sul posto, registro il materiale al mattino nella stanza d’albergo, sfruttando qualche escamotage tecnico di mia invenzione per produrre audio di alta qualità anche in questi luoghi.
Ebbene, mi piacerebbe iniziare una sorta di giro del mondo fatto da un disabile, come me, a cui manca una gamba e che da dimostrazione di essere in grado di continuare a svolgere il lavoro che ama, anche da luoghi incredibili e con un minimo di apparecchiatura tecnica. Mi piacerebbe fare un giro del mondo da ciclista disabile e allo stesso tempo da doppiatore. E lo voglio fare rapidamente, entro i prossimi cinque anni.

Marco De Domenico a Gran Canaria, durante un viaggio nel 2013 (per concessione).

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