Il ritorno del Samurai

di David T. Jones*

Il Giappone vive da settant’anni un conflitto interiore fra la propria tradizione guerriera – manifestatasi a Pearl Harbour e in tutta l’Asia – e il senso di sconfitta conseguente all’essere l’unica nazione ad aver mai subito un attacco nucleare (anche se per molti americani per cui l’idea è «niente Pearl Harbor, niente Hiroshima», si tratta di vittimismo).

Ma, nonostante il passato aggressivo e i crimini sul trattamento riservato ai civili cinesi e ai prigionieri di guerra statunitensi emersi nel secondo dopoguerra, il Paese del Sol Levante è diventato subito un prezioso alleato degli Usa: gli Stati Uniti spinti dal bisogno di avere delle basi in Giappone durante la guerra di Corea, e dalla necessità di creare un baluardo nei confronti della Cina comunista, a partire dal 1950 hanno archiviato la questione Pearl Harbor e prigionieri di guerra per poter ristabilire gli equilibri strategici militari nella regione.

Nel frattempo, nel tentativo di scongiurare ogni pericolo di aggressione, sono state incluse nella costituzione giapponese (di fatto scritta da statunitensi, al punto da essere etichettata come ‘Costituzione MacArthur’) disposizioni volte a limitare le forze armate giapponesi a un’azione difensiva.
Inoltre, la stabilità del consolidato ‘quadrilatero’ (Russia, Cina, Giappone, Corea) per l’Asia nordorientale è stata garantita per oltre mezzo secolo dalla presenza militare degli Stati Uniti e, in ultima analisi, dall’ombrello nucleare statunitense che tutt’oggi protegge Giappone e Corea del Sud.

Negli ultimi dieci anni, tuttavia, le circostanze sono cambiate: Mosca ha sostanzialmente deciso di non partecipare alle attività dell’estremo oriente, e Seul si è evoluta in grande potenza economica e ha sviluppato una potenza militare sufficiente a resistere a un attacco convenzionale di Pyongyang. Pechino è a sua volta diventata una potenza economica globale con capacità militari potenzialmente dominanti nella regione.
Ma il caso più sorprendente è Pyongyang, che – facendo enormi sacrifici economici, e imponendo restrizioni al limite del sopportabile ai sudocoreani – è diventato una potenza nucleare, forse con la capacità di lanciare gli Icbm, armi in grado di minacciare gli interi Stati Uniti e, ovviamente, Tokyo.

Il Giappone non ha mai accolto con grande entusiasmo la spina nel fianco Seul, diventato un concorrente economico/commerciale. Né tantomeno la crescita di Pechino – che ha mostrato i muscoli a Tokyo dal palcoscenico mondiale globale asiatico, rilanciando dispute territoriali sulle isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, diventando l’equivalente internazionale del bullo del quartiere. Ma il fatto più sconvolgente per il Giappone, sotto molti aspetti, è la minaccia di Pyongyang, che rimane implacabilmente ostile e che ha addirittura rapito dei cittadini giapponesi per usarli come istruttori di lingue a (potenziali) spie nordcoreane.

Mentre la cruda realtà è che le armi nucleari nordcoreane – piombando sulle città nipponiche – distruggerebbero di fatto il Giappone, e la leadership giapponese (riflettendo sulla reale volontà del governo statunitense di sacrificare le sue principali città, per salvare quelle giapponesi in caso di attacco) si accorge che, di fronte al ricatto nucleare di Pyongyang, l’ombrello nucleare degli Stati Uniti sembra diventare sempre più un gruviera.
E, data la pressoché quotidiana retorica di aggressività del dittatore di Pyongyang, nessuno nella regione è ottimista sul fatto che il potere balistico nucleare nordcoreano possa essere scoraggiato dalle tradizionali combinazioni di diplomazia, sanzioni e contromosse militari.

Comunque, la prudenza è virtù inscindibile dal coraggio: il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che ha appena rafforzato la sua posizione politica, vincendo con una schiacciante maggioranza le elezioni a ottobre, sta manovrando per rimuovere le limitazioni militari previste nella Costituzione. Sempre più violata, la costituzione del Giappone alla fine è stata revisionata, e ha conferito ai giapponesi la ‘forza dell’autodifesa’: hanno ufficialmente ottenuto l’autorizzazione di agire in modo più aggressivo, e di cooperare più attivamente a fianco delle forze statunitensi.
E infatti, nel Paese del Sol Levante è appena diventato operativo un enorme concentramento di aerei da caccia F-15 (oltre 200, e si prevede l’acquisto di almeno altri quaranta F35): il progetto è di imbarcarli su navi da guerra trasformate in mini portaerei, per metterli in grado di colpire obiettivi nordcoreani.

Non solo: il Giappone ha annunciato l’acquisto di missili cruise terra-terra, che potrebbero essere impiegati contro le postazioni missilistiche di Pyongyang, e, allo stesso tempo, ha deciso anche di alzare la posta nella difesa, con un complesso sistema antimissile, tra cui due scudi antimissile Aegis Ashore, che andranno a completare i sei incrociatori missilistici Agis, che il Giappone ha già preparato per difendersi contro un potenziale attacco. Un aumento della potenza di fuoco che ha portato addirittura a lamentele (ignorate) da parte di Mosca.

Infine, seppur trattenuta e sussurrata, c’è la domanda su quanto tempo impiegherebbe Tokyo a sviluppare un proprio deterrente nucleare. Le stime ufficiose variano da pochi anni, al tempo minimo indispensabile per estrarre le armi dai siti sicuri.
Ma se il Sudafrica è in grado di sviluppare armi nucleari in totale segretezza, il Giappone può certamente fare altrettanto. E Tokyo ha materiale fissile sufficiente e ingegneri capaci in abbondanza. Quindi, il suo percorso verso l’armamento nucleare è già tracciato. E un leader giapponese responsabile, considerando l’altalenante impegno difensivo statunitense, potrebbe senz’altro attivarsi per sviluppare un proprio deterrente nucleare. Ammesso che non l’abbia già fatto.

* David T. Jones è un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha pubblicato diverse centinaia di libri, articoli e recensioni sulle questioni bilaterali Stati Uniti-Canada e sulla politica estera in generale. Nel corso di una carriera di oltre 30 anni, si è concentrato su questioni politico-militari, ed è stato consulente per due capi di stato maggiore dell’esercito americano.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Japan Struggles to Define Itself

Traduzione di Massimo Marcon

 

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