La stampa tedesca dalla parte di Trump contro il dumping cinese

Giornali tedeschi, in primo piano la Frankfurter Allgemeine Zeitung (foto: John Macdougall/AFP/Getty Images).

In seguito ai dazi imposti dagli Stati Uniti sui prodotti cinesi, altri Paesi stanno ora osservando gli sviluppi di una probabile guerra commerciale tra la Superpotenza e il regime cinese. E recentemente, la stampa tedesca ha invitato l’Unione europea a unirsi agli Stati Uniti in questa lotta contro le pratiche commerciali illegali cinesi.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung, il 22 marzo ha infatti pubblicato un editoriale dal titolo «Combattere al fianco di Washington», in cui accusa la Cina di sovrapproduzione di acciaio, dovuta alle sovvenzioni governative, che hanno provocato da parte americana l’imposizione dei dazi sull’acciaio importato.

UNITI CONTRO IL REGIME CINESE

Nell’editoriale del quotidiano tedesco si legge che «l’Europa dovrebbe allinearsi agli Stati Uniti», anziché aumentare le tensioni commerciali. Suggerisce inoltre ai Paesi europei di stabilire degli accordi commerciali con gli alleati oltreatlantico, simili all’«Accordo di partenariato transpacifico globale e progressista» (Ptpgp), siglato recentemente dai principali Paesi dell’area Asia-Pacifico. La Frankfurter Allgemeine precisa anche: «I Paesi occidentali dovrebbero unirsi e battersi per il libero scambio e per i propri modelli socio-economici».

Il giorno seguente, lo stesso giornale ha pubblicato un altro editoriale, dal titolo «Inutili speranze», favorevole all’utilizzo dei dazi come sanzioni alla Cina per il furto della proprietà intellettuale occidentale, e che denuncia come l’Occidente abbia sperato invano che l’integrazione della Cina nell’economia mondiale potesse incoraggiarla a trasformarsi in una società più aperta: «La Cina ha dichiarato pubblicamente la sua intenzione di diventare una potenza egemone. Per far fronte a un simile Paese, l’Occidente deve impedire l’acquisizione delle tecnologie più avanzate. E i dazi più alti sono solo una delle contromisure».

Sempre il 22 marzo, anche il giornale di Düsseldorf Handelsblatt, ha esortato l’Europa a opporsi alla potenza asiatica: «L’Ue ha ripetutamente presentato richieste [alla Cina, ndr] di parità di trattamento. Ma se la Cina non cambierà politica nei confronti delle imprese straniere nel suo territorio, gli europei dovranno rendere più difficili gli investimenti cinesi nelle imprese europee».

Apparentemente, questo è già successo con il tentativo della Cina di acquisire quote del gestore di sistema energetico tedesco 50Hertz. Il 23 marzo, la società belga Elia – azionista di maggioranza di 50Hertz – ha annunciato che avrebbe esercitato il diritto di acquistarne il 20 percento a scapito di State Grid, azienda statale cinese.
Secondo Reuters, quando nel dicembre 2017 i cinesi hanno manifestato interesse per la medesima acquisizione, il parlamento tedesco ha espresso preoccupazione, poiché la partecipazione alla 50Hertz permetterebbe al regime cinese di mettere le mani sulle «tecnologie più avanzate».

Nel gennaio scorso, il segretario di Stato al Ministero federale tedesco degli Affari economici e dell’Energia Matthias Machnig, ha chiesto l’adozione di leggi europee più severe, per controllare le acquisizioni cinesi di società europee: «È fondamentale che quest’anno l’Unione europea approvi una legge più restrittiva, per impedire tentativi di acquisizione o fuoriuscita di tecnologie e competenze».

Anche funzionari americani hanno espresso il desiderio di lavorare con l’Unione europea e col Giappone, per far fronte alla strategia commerciale aggressiva della Cina.
Il 22 marzo, vigilia dell’annuncio di Donald Trump dei dazi alla Cina, Peter Navarro, consigliere commerciale del presidente americano, ha dichiarato che gli Stati Uniti sperano di lavorare con «partner commerciali che condividano gli stessi punti di vista» e che affrontino i problemi del furto di proprietà intellettuale», precisando che «tutti quelli che commerciano con la Cina si trovano di fronte a questo problema».

CHI HA PIÙ DA PERDERE È PECHINO

Commentatori ed esperti hanno rilasciato ai media le loro opinioni su chi abbia più da perdere in una guerra commerciale globale.

Liao Shiming, analista economico di Hong Kong, in un’intervista a questo giornale ha osservato come il regime cinese, nel corso di un recente conflitto commerciale, sia rimasto relativamente passivo. E questo perché i dirigenti del Partito Comunista Cinese non si aspettavano provvedimenti seri da parte degli Usa: pensavano che Trump si sarebbe limitato a sfruttare la questione del commercio con la Cina come sistema per guadagnare voti alle presidenziali. Ma, evidentemente, l’amministrazione Trump fa sul serio.

Un blogger cinese che, sotto lo pseudonimo di Manzu Yongshi, da diverso tempo commenta i problemi economici nazionali, ha pubblicato un articolo in cui spiega quanto la Cina dipenda dal mercato americano. Infatti, analizzando i prodotti che importa dall’America, se anche ne limitasse la quantità, il Paese asiatico avrebbe un margine limitato per controbattere ai dazi statunitensi.
Riferendosi ai dati delle dogane cinesi, Manzu Yongshi cita le diverse categorie di prodotti importati, fra cui la principale sono elettromeccanica e impianti audio: senza queste, la Cina dovrebbe rivolgersi al mercato sudcoreano o giapponese. Il problema è che con questi Paesi, da parecchio tempo, la Cina ha rapporti difficili.

La seconda categoria è rappresentata dai mezzi di trasporto: auto, aerei, navi, per i quali il regime cinese richiede norme di sicurezza elevate, come quelle americane. L’unica altra opzione, in questo caso, sarebbe l’Unione europea, che potrebbe approfittare di questo per aumentare i prezzi.

La terza categoria sono i prodotti agricoli: gli alimentari importati rappresentano il 20 percento della produzione nazionale. Il regime cinese ha sostenuto le importazioni a basso costo per frenare l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli nazionali, e questo fa supporre che sia improbabile che il regime si azzardi ad alzare i prezzi dei generi alimentari per ingaggiare una guerra commerciale.

Altra categoria cruciale per la Cina è la strumentazione medica, indispensabile per la cura dei malati.

Per contro, negli Stati Uniti la categoria di apparecchiature elettromeccaniche (principale per la Cina) e quella dei metalli a basso costo, sono già comprese nei dazi annunciati, mentre quelle di giocattoli e tessile per gli Usa non sono rilevanti.

A riprova della paura che inizia sul serio a dilagare a Pechino, il regime cinese ha abbandonato la sua retorica inizialmente ostile. E l’ambasciatore negli Stati Uniti Cui Tiankai, ha dichiarato in un’intervista del 23 marzo a Bloomberg News, che Pechino è disposta a fare sforzi per ridurre al minimo il deficit commerciale degli Usa con la Cina ed «è pronta ad acquistare più» beni americani.

 

Articolo in inglese: German Media Call for Europe to Join U.S. Fight Against China’s Unfair Trade Practices

Traduzione di Francesca Saba

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