La propaganda di Pechino mette le mani sulla stampa estera

(Frederic J. Brown/AFP/Getty Images)

In Cina non esiste libertà di stampa: agenzie di regime come Xinhua ed emittenti televisive China Central Television indottrinano la popolazione inculcando l’ideologia del Partito. La censura del regime vigila infatti su ogni tipo di piattaforma mediatica, dalla carta stampata alla televisione, fino al web, plasmando il modo in cui 1 miliardo e 300 milioni di cinesi ricevono le informazioni che riguardano ogni aspetto della sfera pubblica.

Negli ultimi anni, Pechino si è servita del suo strapotere economico per imporre la propria versione sui fatti anche alle società libere di diversi Paesi stranieri, Stati Uniti inclusi. Diversi fra i più influenti media occidentali infatti, allettati e sedotti dalla possibilità di accesso al vasto   ̶  ma strettamente controllato   ̶  mercato cinese, sono scesi a compromessi con il regime cinese.

Un articolo del Wall Street Journal mette in risalto proprio queste vere e proprie scorribande dei media di regime cinesi e delle loro aziende associate nel mondo libero, portando a titolo di esempio il documentario ‘China: Time of Xi‘, prodotto dall’edizione asiatica di Discovery Channel in stretta collaborazione con il China Intercontinental Communication Center (Cicc).

(JIM WATSON/AFP/Getty Images)

China: Time of Xi‘ è una finestra introduttiva sulla leadership del presidente cinese Xi Jinping, e con tono elogiativo esalta le sue mosse politiche attraverso le dichiarazioni di studiosi e uomini di Stato, ignorando però tutti gli abusi della dittatura cinese.
Il Cicc è gestito direttamente dal Dipartimento della propaganda del Partito Comunista Cinese, ma nonostante questo, come fa notare anche il Wall Street Journal, non appare nei titoli di coda del documentario.

La China International Television Corporation (Citc), un’altra azienda televisiva strettamente controllata dallo Stato, conta quasi settanta filiali in tutto il mondo, incluso in Paesi come Stati Uniti, Giappone, Francia e Australia.
In un articolo pubblicato sul sito web statale del Ministero della Cultura della Repubblica popolare cinese, si legge che la Citc nel 2016 ha creato una televisione basata su una community di cooperazione internazionale denominata ‘Silk Road Television’; l’azienda ha stretto rapporti di partnership con decine di aziende in 33 Paesi, che in comune hanno tutti il fatto di partecipare all’iniziativa strategica della ‘Nuova via della Seta’, un progetto di sviluppo considerato dall’amministrazione di Xi Jinping come una chiave di volta per la politica estera di Pechino. Sempre secondo l’articolo in questione, oltre dieci documentari e altri programmi prodotti dal governo cinese, hanno ottenuto il diritto di trasmissione, nella fascia oraria principale, sulle emittenti nazionali e sui media online di più di venti Paesi.

Secondo un resoconto dal titolo ‘Guiding Objectives for Exports of Cultural Products and Service’ [Obiettivi guida per le esportazioni di prodotti e servizi culturali, ndt], e disponibile sul sito web dell’Amministrazione statale della tassazione della Cina, tra le aspirazioni principali dell’industria televisiva cinese c’è quella di «ottenere un potenziale favorevole per l’espansione». Il resoconto invita inoltre a incrementare la produzione e la distribuzione della programmazione culturale, così come a stabilire efficienti reti di vendita e di propaganda all’estero.

SCAPPATOIE BUROCRATICHE

Secondo l’ultimo resoconto annuale della Commissione di riesame della sicurezza e dell’economia cinese negli Stati Uniti, il regime cinese ha aumentato le imposizioni e la censura sui propri media in cinese e in lingua straniera proprio nel momento in cui si stavano espandendo rapidamente all’estero.

Anche se gli Stati Uniti, ad esempio, attraverso il Foreign Agents Registration Act (Fara), dispongono delle misure necessarie per limitare le attività dei giornalisti corrispondenti stranieri, molti degli individui che lavorano per i media di regime cinesi negli Usa non sono soggetti a questa normativa.
Su China Daily ad esempio, un media in lingua inglese diretto dal Partito Comunista Cinese, solo i top manager sono tenuti a registrarsi alle autorità statunitensi. Il Fara è stato approvato negli Stati Uniti nel 1938 nell’ambito delle incombenze della Seconda Guerra Mondiale, per contrastare i tentativi di propaganda dei tedeschi. La normativa richiede al personale di governi stranieri, partiti politici e lobbisti che si trovino negli Stati Uniti, di registrarsi al ministero della Giustizia statunitense.

Ma i media statali cinesi negli Usa, essendo uno strumento propagandistico a beneficio del regime cinese, sono un rischio per la sicurezza degli Stati Uniti.
Sarah Cook, analista specializzata sull’Asia dell’Est e appartenente all’organizzazione per i diritti umani ‘Freedom House’, in un suo resoconto del 4 maggio ha scritto che «il numero delle persone o enti registrati dalla Cina appare considerevolmente piccolo, considerando quello che sappiamo in merito alle basi dell’intelligence cinese [presenti in Usa, ndr] e ai loro sforzi nell’ambito della guerra dell’informazione».

Queste organizzazioni gestite dal Partito Comunista Cinese si presentano come media ordinari che operano negli Stati Uniti. Ma in realtà esercitano la doppia funzione di basi per l’intelligence del regime, che vanno a costituire una vera e propria rete con il compito di informare l’apparato per la pianificazione strategica di Pechino e di identificare i dissidenti cinesi in Occidente. Secondo Sarah Cook, il cui resoconto è stato citato dalla Commissione di riesame della sicurezza e dell’economia, «sembrano esserci delle scappatoie nell’applicazione o nelle definizioni [della legge, ndr]; e si dovrebbero chiudere».

NON SOLO STAMPA

L’infiltrazione nello spazio dei media stranieri riflette l’obiettivo a lungo termine del regime cinese di costruirsi un punto d’appoggio ideologico precisamente in quelle società dove le persone sono libere di criticare il suo sistema dittatoriale.

Nell’ambito di questo vero e proprio piano operativo, sin dai primi anni del nuovo millennio il regime cinese ha promosso centinaia di ‘Istituti Confucio’ nelle scuole e università di tutto il mondo, pubblicizzandoli come programmi di istruzione culturale e di lingua. Tuttavia, come evidenziano le critiche di gruppi per i diritti e di diversi dissidenti, gli Istituti Confucio hanno un legame diretto con le ambasciate all’estero del regime comunista cinese, e ne seguono ed eseguono le direttive ideologiche: dalle pratiche discriminatorie di assunzione fino all’influenza negativa sull’apertura mentale del mondo accademico in generale.

E l’influenza del denaro cinese è evidente anche a Hollywood: verso la fine del 2016, il Wanda Group (collegato al regime cinese), ha realizzato investimenti multimiliardari nell’industria cinematografica americana, suscitando preoccupazioni in merito a una possibile violazione delle leggi antitrust statunitensi, e di un eccessivo influsso ideologico sulla produzione cinematografica. Diversi film di recente prodotti in Usa sono stati infatti criticati per aver evitato temi sgraditi alla censura cinese. Tra questi c’è Red Dawn il remake del film Alba Rossa del 1984, nel cui copione la nazionalità dell’esercito antagonista è stata cambiata da cinese a nordcoreana.

 

Articolo in inglese: ‘Reading Beijing’s Overseas Propaganda Machine

Traduzione di Alessandro Starnoni

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