La nuova guerra di Xi Jinping: eliminare la criminalità organizzata cinese

Dopo anni di guerra alla corruzione/eliminazione dei propri avversari politici, il leader del regime cinese Xi Jinping ha annunciato l’inizio di una nuova grande campagna di legalità: questa volta contro il crimine organizzato.

Il capo del Partito Comunista Cinese in persona, ha infatti pubblicamente dichiarato che d’ora in poi si dovrà «coordinare la campagna anti-corruzione con delle azioni mirate a spazzare via la criminalità ed eliminare ‘le forze del male’» con l’obiettivo di «colpire le organizzazioni legate alla criminalità e arrestare chi le protegge».
Il 24 gennaio 2018 le autorità centrali hanno poi diffuso un comunicato che ha definito gli sforzi per eliminare la criminalità e i suoi ‘protettori’ «un importante compito politico», richiedendo a tutti i comitati locali del Partito e del governo di «considerarla una questione prioritaria».

La scorsa settimana, gli organi di propaganda del regime cinese hanno pubblicato articoli e trasmesso servizi su diversi funzionari di alto livello collusi con grandi organizzazioni criminali: una sorta di campagna pubblicitaria per portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’ultima mossa del regime.

Viene spontaneo chiedersi perché, improvvisamente, un regime dittatoriale e dalla condotta criminale (basti pensare alle sistematiche violazioni dei diritti umani e alla persecuzione delle minoranze religiose/spirituali) si dimostri tanto dedito alla causa della legalità.

LA RICERCA DELLA STABILITÀ SOCIALE

In Cina è ormai prassi consolidata assoldare i teppisti delle gang di strada per ‘risolvere’ le dispute d’affari o per recuperare i propri crediti. In particolare, un caso ha recentemente attirato l’attenzione dei media cinesi: il 27 gennaio 2018, il direttore di un ospedale della città di Langfang identificato come tale «signor Zhang», si è ucciso buttandosi dalla finestra del proprio ufficio. Poco dopo il fatto, ha iniziato a circolare online una nota  – presumibilmente scritta in precedenza dal suicida – secondo cui, dopo che l’ospedale (fondato dallo stesso Zhang) aveva stretto una partnership con una società immobiliare locale, erano sorti conflitti sulla gestione finanziaria e medica dell’ospedale.

I membri dell’ Esercito di Liberazione Popolare Cinese al Palazzo Culturale del Popolo Lavoratore di Pechino il 1° gennaio 2018. (AFP/Getty Images)

Nella nota era scritto che a ottobre 2017, mentre Zhang stava andando a casa dei suoi genitori, quattro uomini con il volto coperto erano usciti all’improvviso da una macchina e per malmenarlo, fino al punto di rompergli una gamba. Il 31 gennaio la polizia locale dichiarava di aver scoperto che i quattro teppisti erano stati assoldati da un certo Zhao, che a sua volta aveva agito per conto di Yang Yuzhong, il socio di Zhang. Il tutto assume un certa importanza per il fatto che Yang Yuzhong è un rappresentate locale del Partito presso l’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento fantoccio della Repubblica Popolare Cinese).

Chen Kuide, accademico cinese e direttore dell’iniziativa dell’Università di Princeton China Initiative, ha dichiarato nel corso di un’intervista a Voice of America che, con la campagna per eliminare la criminalità organizzata, il regime cinese sta a suo modo cercando di «mantenere la stabilità sociale»: a parte l’ovvia evidenza che le organizzazioni criminali con la loro violenza ‘disturbano’ la quiete pubblica, l’espressione ‘stabilità’ è spesso utilizzata dalla retorica del regime di Pechino per giustificare ogni azione volta a eliminare qualsiasi eventuale causa di tensioni sociali, o dissenso nei confronti dell’autorità del Pcc.

IL PROBLEMA DELLA CORRUZIONE NELLA POLIZIA CINESE

In Cina criminalità e polizia spesso formano alleanze per trarne mutui benefici: le gang spesso corrompono gli agenti per tirarsi fuori dai guai, mentre la polizia e i funzionari corrotti ingaggiano i membri delle gang per svolgere alcuni ‘lavoretti’.

Un caso esemplare è quello di Liu Han, un importante e un tempo intoccabile boss della mafia della provincia dello Sichuan che è stato condannato a febbraio del 2015. L’ente anti-corruzione del Partito Comunista Cinese, il 28 gennaio, ha pubblicato un articolo su uno dei giornali di regime, sostenendo che i funzionari del dipartimento di pubblica sicurezza (perlopiù delle centrali di polizia) di Deyang e Shifang in passato hanno spesso ricevuto in regalo dalla gang di Liu alcolici e banchetti pagati. Loro, in cambio sembra che fornissero ai membri della gang armi e munizioni.

Cittadini davanti alla polizia di guardia fuori dal tribunale di Xianning, dove si celebrava il processo di Liu Han. Xianning,  31 marzo 2014 (STR/AFP/Getty Images).

Il fatto eclatante è che il più importante protettore di questa gang era Zhou Yongkang, ex zar assoluto della Sicurezza cinese condannato all’ergastolo per corruzione.
Altri due media di regime, il Quotidiano di Pechino e l’emittente Cctv hanno parlato dei legami tra Zhou Yangkang e Liu Han: nel 2001 Liu si era assicurato i favori del segretario del partito dello Sichuan, il figlio di Zhou Yongkang, Zhou Bin, acquistando un problematico progetto turistico per molti milioni più di quanto valesse. In cambio, quando Liu ha deciso di comprare una miniera nello Yunnan, Zhou Yongkang avrebbe chiamato il segretario del Pcc dello Yunnan per aiutarlo.
Alla fine Liu è riuscito a rilevare la partecipazione di controllo della miniera per un miliardo di yuan (circa 158 milioni di dollari).
Liu ha potuto accumulare gran parte delle sue ricchezze proprio grazie alle miniere, e la sua società di facciata, la Hanlong Group, era la più grande azienda privata dello Sichuan. E quando Liu Han poi decise di far fuori il suo rivale in affari (tale Yuan Baojing) Zhou e suo figlio lo hanno aiutato, organizzando l’arresto di Yuan e dei suoi fratelli (tutti condannati a morte nel 2006).

I RESTI DI UN NEMICO POLITICO

Il riferimento a Zhou Yongkang, il più importante funzionario purgato durante la campagna anti-corruzione di Xi Jinping si riallaccia con le profonde ragioni politiche dietro la campagna contro il crimine organizzato.

Zhou era a capo del Comitato Politico Centrale e degli Affari legali, e al tempo controllava ogni ambito dell’apparato statale preposto all’applicazione della legge, dalla polizia alla magistratura.
Secondo l’opinionista Xia Xiaoqiang, il pugno di ferro contro i gangster significa che il regime di Xi vuole eliminare ogni funzionario corrotto che – a suo tempo – sia sotto l’influenza di Zhou. L’ex zar e il suo clan sono infatti una spina nel fianco per Xi Jinping (in passato hanno perfino pianificato un golpe – poi fallito – per ribaltare gli equilibri di potere e mettere la fazione avversaria di Xi al controllo del Partito).

Zhou Yongkang, prima della sua condanna all’ergastolo per corruzione, presenzia alla sessione di apertura del Congresso Nazionale del Popolo, il 5 marzo 2012 (Liu Jin/AFP/Getty Images)

Infine, non bisogna tralasciare che la lotta al crimine organizzato sarà anche una prova di fedeltà per l’apparato di sicurezza, e mostrerà chi sia davvero ‘fedele’ a Xi Jinping.
Durante l’intervista con Voice of America Chen Kuide in proposito ha osservato che «operativamente [la campagna contro la criminalità, ndr] equivarrà a un ispezione e a un addestramento delle truppe». Chen ha anche ipotizzato che le autorità centrali potrebbero arrivare a sfruttare la campagna per fare cassa col denaro sequestrato alle gang, dal momento che non pochi governi locali hanno grossi problemi finanziari. Un’ipotesi plausibile, e che la dice lunga sulle condizioni morali in cui versa la pubblica amministrazione cinese.

 

Articolo originale: Why Does China Suddenly Want to Crack Down on Gangs?

Traduzione di Marco D’Ippolito e Emiliano Serra

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