La fine del settore privato e il trionfo delle macchine

Immagine dal film del 1927 Metropolis di Fritz Lang (pubblico dominio)

Esistono forti dubbi sullo stato dell’economia, sia negli Stati Uniti che nel mondo intero. Nonostante la notevole ripresa e la bassa disoccupazione, infatti, in America ci sono molte persone insoddisfatte della propria attuale situazione economica o sfiduciate rispetto al futuro.

Dall’aumento dei prezzi per i beni di prima necessità e per l’istruzione alla spietata asta al ribasso dei salari per i lavori meno qualificati, fino ad arrivare ai tassi di interesse negativi, negli Usa i poveri e la classe media si trovano a fronteggiare non pochi problemi.

Gli esperti del governo e delle banche centrali stanno lavorando a una soluzione di ripiego, ma non solo non hanno idea di che soluzioni adottare: non riescono nemmeno a isolare il problema.

In questo genere di scenario, Viktor Shvets, global strategist della banca di investimenti Macquarie Group, non solo ha il coraggio delle proprie idee ma parla anche senza peli sulla lingua, sostenendo punti di vista accattivanti e scioccanti al tempo stesso.

«Il settore privato non si riprenderà mai più. Non moltiplicherà più denaro» ha dichiarato in un’intervista a Epoch Times Shvets.

La base della teoria dell’economista della Macquarie è «ritorno sulle risorse umane decrescente», cioè a dire: nell’attuale mondo digitale, gli esseri umani non sono in grado di far aumentare la produttività abbastanza velocemente da giustificare più posti di lavoro e salari più elevati, perché le macchine stanno prendendo il sopravvento.

«Non esiste una produttività basata su scala globale. La stagnazione del mercato, l’incalzare della tecnologia, la politica monetaria, sono tutti fattori che stanno reprimendo i tassi di crescita».

Che ne è stato, allora, della teoria secondo cui la tecnologia renderebbe gli uomini più produttivi? Per Shvets questo è stato vero nella Prima e nella Seconda Rivoluzione industriale, in cui le professioni scalzate, come il cocchiere, venivano sostituite da corrispettivi a più alto contenuto tecnologico e maggiore produttività, come il tassista.

Ma in questa Terza Rivoluzione industriale, le macchine non stanno incrementando il potenziale produttivo delle persone, le stanno sostituendo: la macchina che guida da sola sostituirà l’autista.

Inoltre, anche nelle precedenti rivoluzioni industriali ‘meccaniche’, ci volevano spesso decine di anni prima che i posti di lavoro persi per effetto della tecnologia venissero rimpiazzati, e succedeva solo dopo che i settori a maggiore produttività riuscivano a dominare tutta l’economia.

«Attualmente ci troviamo lunga la parte finale della curva a S della tecnologia [la fase in cui la tecnologia incontra il proprio limite fisico, ndr]. La fase era iniziata all’inizio degli anni ’70 e ha avuto un picco negli ultimi 5-10 anni; i tassi di crescita della produttività non aumentano, calano. Ci vuole tempo per organizzare le macchine, un tempo in cui stiamo rimpiazzando in massa gli esseri umani con le macchine».

E non si parla solo di lavori per cui sono richieste capacità minori: basta dare un’occhiata al salone della Borsa di New York, dove ormai quasi non si vede più nemmeno un agente di cambio, perché i computer nel New Jersey eseguono le operazioni di borsa al posto degli agenti.

Certo vi sono aziende e settori in cui le macchine aumentano la produttività degli impiegati, ma sono una minoranza, e comunque sono sempre sul punto di vedere gli impiegati del tutto rimpiazzati dalle macchine. Amazon è un esempio: un dipendente ha generato 1 milione di dollari di vendite nel secondo trimestre 2016: «ci sono settori economici che sono diventati estremamente competitivi, mentre altri non lo sono: i due milioni di dipendenti di Wal Mart sono meno produttivi delle poche centinaia di migliaia di Amazon», spiega Shvets; i ricavi di Wal Mart per singolo dipendente erano 220 mila dollari alla fine del secondo trimestre 2016.

Il risultato di tutto questo è che (come sostenuto dal Consiglio di amministrazione della Federal Reserve di San Francisco) la crescita della produttività totale è negativa negli Usa da almeno dieci anni, e il cosiddetto Fattore di produttività totale è calato di quasi il 2 per cento su base annua nel secondo trimestre 2016.

LA LEVA

Per contrastare la caduta di produttività, le famiglie, le imprese e il governo hanno dovuto indebitarsi fino all’insostenibile per mantenere il consumo. Per Shvets, «quando gli economisti dicono che possiamo continuare a far leva come nei tre decenni passati, dimostrano di avere scarsa conoscenza di come sia un bilancio: oltre un certo livello di indebitamento, anche indebitandosi a tasso zero si finisce in bancarotta, perché il settore privato perde fiducia nel sistema».

Questo è il fenomeno della ‘recessione di bilancio’ – in cui è necessario contrarre l’intero bilancio dell’economia per ricostruire la fiducia nel sistema e riportare in ciclo positivo il settore privato – di cui il Giappone è il caso più noto, col suo bilancio di recessione vecchio di 25 anni.
Ma anche gli Stati Uniti e l’Europa hanno sostanzialmente lo stesso problema: dall’inizio degli anni ’80, il debito complessivo degli Usa è aumentato da 14 a 63,5 trilioni di dollari, mentre il Pil è cresciuto di soli 6,2 trilioni.

Viktor Shvets sostiene che il mondo avrebbe già dovuto ripagare il debito, in modo da restituire vigore all’iniziativa privata, ma pensa che le persone non riuscirebbero ad accettare i livelli di sofferenza connessi a questo: «si potrebbero eliminare gli effetti della sovraccapacità produttiva attraverso la deflazione, ma nessuno è pronto a rinunciare a decenni di crescita solo per eliminare la ‘leva’. Le banche vanno male, ci sono default, fallimenti per bancarotta, licenziamenti».

Il global strategist del Macquarie Group crede che il giubileo del debito biblico (in cui gli schiavi venivano liberati e i debiti venivano condonati ogni 50 anni) sarebbe una buona idea e che funzionerebbe anche al giorno d’oggi, se non fosse per certi speciali ‘interessi’: «il debito non è distribuito uniformemente, viviamo ancora in un mondo tribale: è più facile dichiarare guerra che condonare i debiti».

Le banche centrali di tutto il mondo, dice Shvets, con le loro politiche monetarie permissive fatte di tassi di interesse negativi e quantitative easing, lavorano contro la deflazione del debito, e con scarsi successi: «Questa è l’idea delle politiche monetarie aggressive: stimolare investimenti e consumi. Ma nessuna funziona mai, non ve n’è alcuna prova. Possono aver ripercussioni sul costo degli asset, ma non defluiscono fino all’economia reale».

«Va ricordato quelli che lavorano alla Fed e alla Banca d’Inghilterra non sono dei superuomini: sono gente dal quoziente intellettivo al di sopra della media che cerca di fare un lavoro davvero difficile in un ambiente altamente complesso».

L’eccessivo uso della leva, le politiche monetarie permissive e l’evoluzione tecnologica sono tutti responsabili per l’aumento dei livelli si diseguaglianza in tutto il mondo, altro segno distintivo delle due precedenti rivoluzioni industriali: poche persone che controllano gran parte della ricchezza.

Secondo la Banca Mondiale, il Coefficiente di Gini (che misura la diseguaglianza) è salito dal 37,7 del 1986 al 41,1 del 2013. E in Cina è salito dal 27,7 del 1984 al 42,1 del 2010. Maggiore è il coefficiente, maggiore è la concentrazione di guadagno a vantaggio di un determinato gruppo di individui.

LA RINASCITA DELLO STATO

Quindi, se il settore privato non può riprendersi finché gran parte del debito non viene cancellata, cosa che non accadrà perché né la gente né le élite lo vogliono, chi si prenderà questa patata bollente?

«Nessuno ha idea di come fare, e i segnali dal settore privato sono azzerati: non ha idea di cosa fare» risponde Shvets, «più il settore privato diventa aggressivo, meno visibilità ottiene. Non spende e non investe come dovrebbe».

Secondo l’economista, lo Stato dovrà assumere il controllo, è solo questione di come: «Siamo in un mondo in cui essenzialmente dominano i segnali provenienti dal settore pubblico, come le banche centrali, che muovono i mercati più che gli utili e i dati del commercio. Se il settore privato si rifiuta di moltiplicare il denaro, allora lo dovrà fare lo Stato».

Ma questo intervento statale ha i suoi problemi: «Il settore pubblico non ha i cicli come il settore privato, e la teoria degli investimenti si è sviluppata attorno ai cicli: se c’è un dominio del settore pubblico, gli investimenti in senso tradizionale non sono più possibili».

La teoria economica basata sui cicli si fonda sull’espansione e la contrazione della moneta e del credito tanto quanto l’attività produttiva, gli utili e la valutazione delle azioni: se soldi e credito abbondano, le imprese investono e si espandono, assumono personale; così aumentano i consumi e i profitti delle imprese aumentano. E le azioni tendono a salire in proporzione al ciclo espansivo».

Ma questo non vale per lo Stato: gli investimenti pubblici in infrastrutture e il denaro stampato dalle banche centrali creano un super-ciclo, che di solito termina con una brusca frenata.

Lo S&P 500 sta andando bene come non mai, nonostante le seconde più costose valutazioni dalla bolla azionaria del 1999. E nonostante il fatto che i guadagni totali dello S&P 500 siano crollati in ogni periodo di riferimento a partire dal terzo trimestre 2015. Il mercato sta facendo conto sul fatto che la Fed riapra i rubinetti da un momento all’altro.

Shvets ritiene che «il ciclo pubblico sia allineato alla politica: le persone evitano sempre le soluzioni radicali, per cui fanno solo piccoli interventi qua e là».

Alla fine, se il settore privato non si riprende da sé e lo Stato assume più potere, secondo Shvets una nazione degenera verso il fascismo o il comunismo, proprio come è accaduto negli anni ’20 e ’30, la cui situazione economica è comparabile a quella attuale.

«Ai giovani piace il comunismo perché è ‘inclusivo’ e rappresenta un quadro positivo del futuro. Nessuno ci crede, ma ha un forte appeal e i giovani non hanno nulla da perdere. Le persone più mature, tendono a essere più razziste, meno inclusive, protezioniste e contro l’immigrazione, piuttosto che credere in un radioso futuro in cui tutti ci si tiene per mano baciati dal sole», sintetizza Shvets.

A ogni modo, il risultato potrebbe essere simile a quanto accaduto negli anni ’30 in Europa e in America: meno globalizzazione e più potere allo Stato; Shvets sostiene che «il pendolo sta indubbiamente andando verso lo Stato. E sarà lo Stato a decidere dove andranno i capitali».

In un modo o nell’altro, dovrà farsi carico di gran parte del debito privato, forse attraverso la nazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni: «è impossibile trovare un altro modo di risolvere il debito che grava su tutta l’economia».

Secondo Viktor Shvets, la Cina è il maggior esempio di capitalismo di Stato che vi sia: «La Cina è come una città sbrilluccicante in cima a una collina. Vi sono stretti legami fra politica monetaria, Stato, politica fiscale e investimenti. Tutti i Paesi occidentali somiglieranno sempre più alla Cina, che sta cercando di allontanarsi da quel sistema perché ne conosce le conseguenze, mentre noi non le conosciamo».

Nonostante questo quadro tetro, l’economista del Macquarie Group ritiene che esistano dei programmi governativi in grado di aumentare la produttività umana in modo da favorire il settore privato; come la ricerca e sviluppo (si consideri la Nasa negli anni ’60) o i programmi di riqualificazione professionale, che potrebbero mettere l’uomo in grado di competere con la macchina.

In particolare, Shvets crede che nel lungo periodo le biotecnologie potrebbero giocare un ruolo importante in questo processo. Ma per ora è qualcosa di molto remoto.

COME INVESTIRE?

Nonostante tutte queste sfide, Shvets consiglia ancora ai suoi clienti di investire in un certo tipo di azioni: «I prossimi 10-15 anni potrebbero essere alquanto drammatici. Come investire in un simile clima? Ci sono solo due modi di investire: il primo è assumere che non ci sia nessuna tendenza alla stabilizzazione nel lungo periodo. Cioè che il settore privato non si riprenda più, e che rimanga solo il ciclo del settore pubblico».

Questo significa che si potrebbero dimenticare i profitti dalle grandi aziende o le valutazioni come il tasso di prezzo/guadagno dello S&P 500, come numerosi investitori già hanno fatto.

Un esempio estremo di questo è forse il Venezuela: mentre il Paese va a fuoco, la gente non ha da mangiare e la moneta si sta dissolvendo nel circolo vizioso dell’iperinflazione, il mercato azionario è cresciuto di dieci volte dall’inizio del 2012. Solo recentemente l’economia reale ha raggiunto l’azionario, e il mercato ha ceduto il 15 per cento dall’inizio dell’anno.

«Ma una crescita sostenibile porta un elevato ritorno in termini di redditività del proprio capitale [c.d. ‘return on equity’, ndr], e società capaci di generare un elevato return on equity grazie ai margini, non alla leva. Lasciate perdere l’indice prezzi/guadagni, non esiste nessuna mean reversion [tendenza alla stabilizzazione nel lungo periodo, ndt]» dice senza mezzi termini Shvets. E non bisogna detenere alcun titolo nel settore finanziario. Un buon consiglio, visto che i prezzi delle azioni del tipo di Deutsche Bank e Credit Suisse sono andati malissimo quest’anno.

La seconda possibilità è investire in coerenza con lo scenario da incubo delineato da Shvets. «La gente ancora ragiona alla vecchia maniera del 20esimo secolo».

Nessuna nuova tendenza può essere definita positiva né incoraggiante, ma il tema fondamentale secondo cui Macquarie costruisce il proprio portfolio ha battuto l’Indice mondiale Msci di quasi il 30 percento dall’inizio del 2015.

«Il tema principale è il declino del ritorno sul lavoro umano: la sostituzione degli esseri umani, la biotecnologia, la realtà aumentata (oppio dei popoli) come i videogiochi e il gioco d’azzardo» osserva Shvets.

Poi ci sono i temi del rischio geopolitico, la possibilità di guerre locali e di insurrezioni popolari, centri detentivi, armi, droni. Un altro tema non confortante è l’invecchiamento della popolazione occidentale, e quindi le società che possiedono ospedali, servizi funebri e istituti psichiatrici dovrebbero andare bene.

Il fronte positivo per Shvets è rappresentato dalla dirompenza tecnologica di soggetti come Amazon e Google, società che sarebbe bene restassero indipendenti e colonne portanti nel lungo periodo: «Loro, vanno avanti a prescindere da tutto».

Per chi preferisce evitare di arricchirsi da queste tendenze macroeconomiche, resta sempre l’oro: «Quanto all’oro, l’unico modo in cui potrebbe perdere, sarebbe in caso di ripresa della normale economia di mercato e del settore privato. Nel qual caso l’oro tornerebbe a 100 dollari l’oncia. Mentre gli altri fattori come deflazione, stagflazione e iperinflazione vanno tutti bene per l’oro».

Quanto a un ritorno al gold standard, Shvets è di nuovo pessimista: «il gold standard viene dopo la guerra, non prima».

 

Articolo in inglese: Viktor Shvets: ‘The Private Sector Will Never Recover

Traduzione di Emiliano Serra

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