La fine del califfato dell’Isis

(Army photo by Cpl. Rachel Diehm)

L’Isis ha perso una delle ultime roccaforti del suo proclamato ‘califfato’, dopo che le forze di coalizione hanno espulso i miliziani anche dalla città siriana di Raqqa.
Raqqa era l’ultima grande roccaforte rimasta all’organizzazione terroristica, considerata anche la recente perdita di Mosul in Iraq. L’esercito dell’Isis è adesso costretto nella valle del fiume Eufrate, e l’auto-proclamato Stato sta per essere annientato.

Secondo Drew Berquist, un ex funzionario dell’intelligence e caporedattore di OpsLens, l’Isis era ben conscio del fatto che «queste due capitali sarebbero cadute, e quindi aveva bisogno di espandersi». L’organizzazione ha inviato alcuni dei suoi membri in Libia, nello Yemen e in altre parti dell’Africa, ma anche in Europa.
Per i militanti dell’Isis, continua Berquist, il fatto di essere stati espulsi da Raqqa e Mosul significa «che avranno meno fondi nelle loro casse, e meno infrastrutture di comando e controllo». Questo probabilmente indebolirà la loro voglia di combattere nella regione.

Ma secondo Robert J. Bunker, professore aggiunto di ricerca presso l’Istituto di Studi Strategici dell’Army War College degli Stati Uniti, non è detta l’ultima parola: «Il califfato è letteralmente a pezzi, ma l’Isis lo indosserà come il sudario di un martire per scopi di propaganda e di reclutamento». L’Isis si sentirà insomma in «diritto di vantarsi», del fatto che sia stata necessaria una coalizione di nazioni e fazioni (sostenute da Usa e Russia) per abbattere il proprio regime, strumentalizzando così la sua stessa sconfitta per reclutare altri terroristi.

Sia Bunker che Berquist fanno notare che l’Isis aveva «previsto il tracollo territoriale e quindi era già corso ai ripari sia nella teoria che nella pratica». Secondo Bunker, l’Isis stava per questo trasferendo uomini e risorse finanziarie fuori dalla regione.
Inoltre, secondo il professore dell’Istituto di Studi Strategici, l’Isis potrebbe sparire dalla scena e riapparire sotto forma di un’insurrezione in Siria e in Iraq, e lanciare attacchi terroristici all’Occidente, cercando al contempo regioni con governi deboli dove poter stabilire il proprio controllo.

Ma l’esercito statunitense continuerà probabilmente a combattere l’Isis ovunque esso cerchi di prendere potere: «Gli Stati Uniti li seguiranno, a meno che, naturalmente, la Russia o altre potenze del luogo abbiano alleati nella zona che se ne possano occupare direttamente».

(Foto: sergente dell’esercito degli Stati Uniti Jason Hull)

Un esempio di questo è quello che è avvenuto il 16 ottobre quando il media portavoce del Pentagono DoD News ha riportato che le forze Usa avevano ucciso «decine di membri Isis», durante degli attacchi ai campi di addestramento Isis nello Yemen (tenuti con la complicità del governo yemenita). La notizia riportava anche che «lo Yemen ha funto da centro di reclutamento, formazione e transito dei terroristi».

Secondo Berquist, ora che l’Isis ha perso Raqqa, numerosi suoi combattenti potrebbero fuggire o arrendersi, mentre alcuni gruppi rimanenti continueranno a combattere in modo meno organizzato; sarà infatti difficile per l’Isis lanciare un attacco coordinato a meno che non riesca a ristabilire una base di potere.

La più grande minaccia che potrebbe provenire dall’Isis, continua Bunker, è costituita dai membri che si possono infiltrare in Europa confondendosi tra i migranti: «Molti di loro sono facilitatori, reclutatori, e non di quelli che fanno il lavoro in prima persona […] Questi sono i più difficili da abbattere». E cita rapporti in cui si afferma che la polizia nel Regno Unito ha individuato 20 mila persone conosciute per le loro opinioni estremiste, ma aggiunge che questo numero include solo quelli di cui la polizia è a conoscenza, e che «riguarda solo una zona».

Il capo di gabinetto della Casa Bianca John Kelly, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca del 12 ottobre, ha dichiarato: «Questo cancro del terrorismo, ora che lo abbiamo schiacciato nel califfato, come tutti sapete, si sta muovendo in altre direzioni che includono l’occidente e l’Europa occidentale».

Kelly assicura però che gli «Stati Uniti d’America supporteranno qualsiasi Paese contro il terrorismo».

LA CADUTA DEL CALIFFATO

Secondo Max Abrahms, professore di scienze politiche alla Northeastern University, il collasso del ‘califfato’ Isis era inevitabile.
Abrahms, che ha dedicato gran parte della sua ricerca all’uso della violenza da parte di organizzazioni terroristiche e regimi politici, sostiene che per un gruppo militante, l’uso della violenza contro civili è il sentiero più veloce per autodistruggersi.

Da quando l’Isis, o Stato Islamico, ha dichiarato il suo califfato nel 2014, continua Abrahms, «ho previsto centinaia e centinaia di volte la sua implosione, perché questo è un gruppo che si comporta in modo fallimentare». Abrahms fa poi notare che molte analisi opinionistiche sull’Isis si sono dimostrate sbagliate, dal momento che alcuni hanno considerato come ‘mosse strategiche’ l’utilizzo della violenza contro i civili, i suoi video propagandistici violenti, e le sue rigide e brutali modalità di controllo: «L’opinione generale ha impiegato tanto tempo a capire cosa stava accadendo […]  ̶  continua il professore  ̶  il problema non è solo che lo Stato Islamico ha usato la violenza; molti gruppi militanti ricorrono alla violenza. Il problema è che lo Stato Islamico non sapeva come usare la violenza».

«Ha semplicemente cercato di uccidere chiunque, in tutto il mondo. E questo ha fondamentalmente unito il mondo contro il gruppo  ̶  prosegue Abrahms  ̶  Ma l’opinione che tra gli analisti è andata per la maggiore per anni, dal giugno 2014, era quella che considerava ogni decisione dello Stato Islamico come strategica. Storicamente, i gruppi che hanno utilizzato la violenza in questo modo hanno pagato un caro prezzo».

La sconfitta dell’Isis è stata catalizzata dall’amministrazione Trump, che ha rimosso le lungaggini burocratiche dal campo di battaglia, elaborando una chiara missione per uccidere i terroristi. Il segretario alla Difesa Jim Mattis ha dichiarato a maggio che gli Stati Uniti avevano iniziato a usare «tattiche di annientamento» contro l’Isis, la cui intenzione era «di far in modo che i combattenti stranieri non sopravvivessero, di modo che non avrebbero potuto ritirarsi e tornare» nei loro Paesi d’origine.
Il vicepresidente Mike Pence, durante una conferenza stampa del 13 ottobre, ha affermato che «grazie alla leadership del presidente, l’Isis è stato costretto alla fuga».

Berquist sostiene che la strategia abbia fatto la differenza, ma la forte spinta alle forze statunitensi e ai loro alleati è arrivata «dall’atteggiamento e la mentalità» che Donald Trump ha conferito alla guerra. Aggiunge inoltre che le truppe hanno seguito la politica di Trump del «prima l’America» e che si sono focalizzate sul «fare semplicemente il lavoro, portare a termine la missione».
«Chi si trova sul campo di battaglia vuole solo che le cose vengano fatte», insiste Berquist, sottolineando che «gran parte della burocrazia che nel passato ha ostacolato le operazioni, è stata ora rimossa».

TORNARE ALL’ORDINE

Se da una parte l’Isis perde il suo ‘califfato’, dall’altra il conflitto nella regione potrebbe essere ancora lontano dal concludersi. Secondo Bunker, la riconquista di Raqqa è solo il primo passo e, probabilmente, il processo per riportare la zona all’ordine sarà ancora lungo e difficile.

Abrahms fa notare infatti che le idee che hanno motivato l’estrema violenza con la quale l’Isis ha formato il suo califfato, potrebbero continuare a persistere nella regione: «Lo Stato Islamico è solo il gruppo più noto sotto il nome di un califfato, ma l’idea del califfato esiste da tempo: quel sogno non svanisce. L’idea di avere una legge fondata sulla sharia non sparirà con la fine dello Stato islamico». Il professore osserva anche che la maggior parte del Medio Oriente, e in particolare l’Iraq e la Siria, ha comunque diversi problemi, con o senza Isis: «La creazione dello Stato islamico ha formato una confluenza di obiettivi a breve termine tra gruppi che altrimenti non andrebbero mai d’accordo».
«Quindi, i vari gruppi o Stati contendenti, adesso che lo Stato islamico si è allontanato dall’Iraq e dalla Siria, potrebbero scontrarsi tra di loro».

Bunker, a sua volta, pone l’enfasi sullo stesso problema: «Raqqa è stata conquistata dalle forze democratiche siriane  ̶  principalmente curde con alcuni elementi arabi  ̶  sostenute dagli Stati Uniti»; nei conflitti tra curdi, governo iracheno e milizie sciite, le diverse fazioni stanno cominciando a «prepararsi per quello che verrà dopo».

Reclute delle forze democratiche siriane, volontari arabi e curdi in pari quantità, in formazione durante una cerimonia nel nord della Siria, il 9 agosto 2017 (sergente dell’esercito degli Stati Uniti Mitchell Ryan).

In Siria, continua Bunker, il regime di Assad, sostenuto dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah, sta cominciando a «esercitare maggiori pressioni sui curdi, così come faranno i turchi e gli iraniani, per assicurare che i curdi non ottengano la sovrana indipendenza».

Di fronte a questa situazione, «i curdi probabilmente si ritroveranno le mani piene (rendere stabile Raqqa e altre aree recentemente sequestrate, non sarà una priorità per loro) tanto più ora che gli Stati Uniti stanno cercando di tenersi fuori dalla disputa territoriale tra curdi e iracheni».

Il governo degli Stati Uniti è consapevole dell’incombere di questo problema, e l’amministrazione di Trump si sta attivando per aiutare a stabilizzare la regione in concomitanza con la caduta dell’Isis. Parte di questo processo è stato descritto durante una conferenza del 4 ottobre da Mark Swayne, vice-assistente segretario alla difesa per la stabilità e gli affari umanitari, nell’Ufficio dell’Assistente Segretario alla Difesa per le Operazioni Speciali e il Conflitto a bassa intensità.

Swayne ha affermato che in Iraq in particolare, il governo degli Stati Uniti sta collaborando con i suoi partner per riportare la regione all’ordine e aiutare i rifugiati a tornare nelle loro case: «Stiamo lavorando a stretto contatto con il Dipartimento di Stato, con l’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, le Nazioni Unite e i nostri partner di coalizione, sulle attività di stabilizzazione a breve termine per sostenere il governo iracheno».

 

Articolo in inglese: With Loss of Raqqa, the ISIS ‘Caliphate’ Is Ending

Traduzione di Alessandro Starnoni

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