La collassologia è una scienza?

Secondo il Club di Roma, nel 2020 la nostra società crollerà. (foto: dric/Pixabay,Cc By)

Nel 1972, con la firma del Club di Roma e sulla base dei lavori commissionati a un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit), è stato pubblicato il rapporto The Limits to Growth [Il limite della crescita, ndt]. Si tratta di una teoria senza precedenti: il crollo del nostro sistema economico ed ecologico è considerato partendo da un’analisi sistematica di relazioni tra crescita della popolazione, consumi e produzione di energia.

Le reazioni notevolmente controverse scaturite da questo rapporto, hanno messo in ombra il fatto che, per la prima volta, il concetto di superamento dei limiti e di collasso del sistema è stato concepito su basi scientifiche. Nel corso della Storia, numerosi pensatori, soprattutto romanzieri e filosofi, hanno individuato la scomparsa della nostra civiltà come conseguenza del Primo conflitto mondiale. Ma quella del Club di Roma è una previsione reale e fondata su modelli scientifici.

L’AMBIENTE IN PRIMA LINEA

Occorre constatare che, fortunatamente, quelle previsioni non si sono avverate – anche se il crollo era previsto per il 2020 – dando così ragione a quelli che avevano criticato sia le ipotesi che il metodo di J.W. Forrester, cioè la dinamica dei sistemi. La teoria del Club di Roma non ha avuto molti seguaci, forse solo W.R. Catton [uno dei più significativi e influenti pensatori ecologici del secolo scorso, ndt], ma l’idea del crollo doveva seguire un’altra via: era prevista partendo essenzialmente da considerazioni ecologiche, e più raramente da quelle economiche.

Ad esempio, nel 1988 lo storico americano Joseph Tainter in The collapse of Complex Societies, sostiene che le cause evidenti del collasso, come il degrado ambientale, derivano dalla diminuzione della produzione di energia, dell’istruzione e dell’innovazione tecnologica.

CATTIVA GESTIONE UMANA

Ma, se la collassologia è una scienza, si può dire che la sua origine risieda in un saggio del 2004 di Jared Diamond, How Societies Choose to Fail or Survive [Come le società scelgono di sparire o di sopravvivere, ndt]. L’autore, che ha ricevuto il premio Pulitzer per un saggio precedente, inizia col ritrarre l’ambiente del Montana, mostrando poi, nel seguito dell’opera, lo sviluppo di elementi che sono già presenti nello Stato americano, ritenuto invece molto protetto.
Più avanti, descrive alcune civiltà del passato (l’Isola di Pasqua, le isole Pitcairn, i Maya e altre), mettendo in risalto le cause del crollo: degrado ambientale, cambiamenti climatici, mancato adattamento, disgregazione dei legami sociali. Sebbene il libro di Diamond sia stato criticato, soprattutto per l’interpretazione cha dà sull’Isola di Pasqua, ha avuto ugualmente una forte risonanza mediatica.

Nel 2012 su Nature, è stato pubblicato un importante articolo, firmato da ventidue autori, sotto la direzione di Anthony Barnosky di Berkeley, che prevedeva un punto di non ritorno nel degrado ambientale, per gli effetti cumulati di riscaldamento climatico, impoverimento delle risorse e inquinamento del terreno, ormai saturo di fertilizzanti e pesticidi.

Si tratta di una versione con una base scientifica più solida, rispetto al saggio di Diamond, ma l’idea generale è identica: la mancanza di rispetto, la cattiva comprensione e, in definitiva, la gestione umana inadeguata delle situazioni ambientali, determinano la disgregazione della società.

UNA DISCIPLINA BALBUZIENTE

Sulla base di queste pubblicazioni, e di molte altre, supportate dai dibattiti che ne sono derivati, un nuovo concetto ha preso forma: la «collassologia», di cui reclamano la paternità i due autori francesi Pablo Servigne e Raphaël Stevens.

In Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes [Come tutto può collassare. Piccolo manuale di collaborazione per le generazioni attuali, ndt], danno questa definizione: «L’impostazione interdisciplinare degli studi sul collasso della nostra civiltà industriale, e di quello che potrà succedere, si fonda su due modelli cognitivi, che sono la ragione e l’intuizione, e su attività scientifiche riconosciute».

Si tratta semplicemente di un concetto – e in questo caso non appare trascurabile – o il germe di quello che potrebbe diventare una branca della scienza? I due autori definiscono la disciplina «balbuziente», e elencano i numerosi elementi che la costituiscono: ambito della termodinamica e frontiere planetarie, antropologia e sociologia del collasso (sopravvivenza, immaginario, violenza, collaborazione, resilienza), economia del collasso (rischi sistemici, corruzione, mafia, razionamento, ‘riavvio’, economia post-crescita, bassa tecnologia).

RISCRIVERE I MITI FONDANTI

Questa lista parziale evidenzia il carattere multidisciplinare della nascente collassologia e, se gli autori auspicano che diventi «transdisciplinare», tale ‘carattere’ dovrà essere realizzato.

Perché fino a ora, a parte l’idea di collasso, di quel paradigma non si comprende quali principi abbiano in comune i soggetti che vi sono elencati.

Il fatto di suddividere un concetto – ed evidentemente il collasso lo è – non crea da solo una disciplina scientifica, che presuppone un’articolazione di concetti e, in questo caso, l’articolazione è diversa in biologia, in fisica, in antropologia, in psicologia. Fatta questa riserva, la collassologia sembra tuttavia avere un brillante avvenire: dovrebbe per esempio portare a una riscrittura dei nostri miti fondanti circa la necessità dello sviluppo, dei benefici della Scienza o della natura incontrovertibile del liberalismo economico.
La collassologia non produrrà forse nuove conoscenze [sono le scienze da cui dipende che lo faranno, ndr], ma genererà un discorso nuovo sulla nostra vita comune, e questo è sicuramente di grande utilità.

Articolo in francese: La collapsologie est-elle une science ?

Traduzione di Francesca Saba

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