La Cina ha le istituzioni per un’economia di successo?

Lo skyline di un quartiere d’affari di Pechino, il 27 novembre 2013. (Wang Zhao/AFP/Getty Images)

Solitamente si pensa che i fattori importanti per un’economia di successo siano buoni tassi d’interesse, tassazione agevolata o una giusta legislazione sui diritti di proprietà. Il premio Nobel recentemente scomparso Douglass North, ritiene invece che siano le istituzioni a determinare il successo di un’economia: «Le concezioni umane vincolano la struttura politica, economica e sociale». In nessun altro luogo questo concetto è vero come nella Cina di oggi.
Andrew Sheng, professore associato presso l’Università Tsinghua di Pechino, e Xiao Geng, professore dell’Università di Hong Kong, hanno esaminato il lavoro di North e l’hanno applicato alle istituzioni della Cina, scoprendo che il gigante asiatico si sta muovendo verso il quadro istituzionale che North suggerisce. 

North sostiene che le istituzioni dovrebbero promuovere la concorrenza all’interno e tra entità sovrane. Sheng e Geng hanno osservato che questo è quello che sempre di più si sta verificando in Cina: «le sue principali città (tra cui Shanghai, Guangdong, Tianjin e Xiamen) sono ancora in forte competizione l’una con l’altra e una nuova generazione d’imprese tecnologicamente innovative, come Huawei, Tencent e Alibaba, sono in lotta per aprire nuovi mercati di beni, servizi, talento, capitale e conoscenza». I due accademici hanno fatto anche notare che «il Partito Comunista cinese (Pcc) si è dedicato alla creazione di un’economia guidata dai servizi più efficiente, soggetta al mercato e allo Stato di diritto». In effetti si può facilmente constatare che le città cinesi e le società private siano in competizione tra loro. Ma una domanda importante è chiedersi se il Pcc abbia veramente creato un’economia subordinata al mercato e allo Stato di diritto.

Contributo alla crescita mondiale da parte del Giappone (verde), Cina (rosso), zona Euro (giallo) e resto del mondo (grigio), dal 2000 fino in prospettiva al 2018. (World Economic Forum) 

Secondo Woody Brock, presidente dello Strategic Economic Decisions, l’economia cinese non è un buon modello: «Quando ‘tizio’ ha grande necessità, corromperà il giudice per metterti fuori dal mercato». Questo è vero anche per il gigante tecnologico Alibaba, i cui azionisti hanno infatti recentemente messo nei guai l’attuale leader cinese Xi Jinping, a causa dei loro legami con la famiglia dell’ex leader regime cinese Jiang Zemin. 

Per quanto riguarda invece la cattiva gestione del crollo del mercato azionario durante l’estate del 2015, Sheng e Geng hanno dichiarato che «nonostante le gravi turbolenze di mercato, il Pcc ha confermato il suo impegno nel consentire al mercato di svolgere un “ruolo decisivo nell’assegnazione delle risorse”». Se con questa espressione il Pcc e i due professori hanno voluto intendere la preparazione di una bolla del mercato azionario per poi arrestare e imbavagliare i giornalisti e gli investitori – con lo scopo di fermare il declino del mercato – devono aver frainteso la visione di North dello Stato di diritto e del funzionamento del mercato. Difatti, per il Pcc l’espressione ‘favorire il mercato’ significa permettere che esista nella misura in cui questo si adatti al suo imperativo categorico: rimanere al potere.
Basti infatti pensare ai politici cinesi, spaventanti a tal punto dal rallentamento dell’economia, che sono ricorsi ai loro vecchi metodi (non proprio rispondenti al ‘mercato’) per nascondere le tensioni sociali: hanno svalutato lo yuan per stimolare le esportazioni e hanno ordinato ai governi locali e alle imprese statali di iniziare a investire nuovamente nelle infrastrutture. 

«Questo rappresenta un ritorno al vecchio modello di crescita d’investimento trainato dalle esportazioni, da cui Pechino stava cercando di liberarsi. I funzionari del Partito Comunista, di fronte al rallentamento dell’inizio di quest’anno che ha superato di gran lunga le loro aspettative, hanno cambiato rotta. Indubbiamente perché temevano che l’elevata disoccupazione nelle industrie più grandi avrebbe provocato disordini sociali tali da costituire una minaccia per la presa al potere del Partito», ha scritto John Plender del Financial Times. «North ha osservato che il cambiamento istituzionale è estremamente difficile, poiché richiede il superamento non solo degli interessi di parte, ma anche di sistemi di ideologie e modelli mentali obsoleti», hanno dichiarato Sheng e Geng. Ma contrariamente alla loro interpretazione ottimistica delle teorie di North, il Pcc è ancora ben lontano da questo ‘superamento’. 

      Per saperne di più:

Articolo in inglese: ‘Does China Have the Institutions for Economic Success?

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