Giulio Andreetta, il piano del cuore

Giulio Andreetta è un giovane pianista e compositore padovano, vincitore di diversi premi internazionali. La musica è per lui una ricerca continua, sia estetica che interiore, che può andare avanti solo nel momento in cui ci si dimentica completamente di se stessi, pur rimanendo presenti «al cento per cento», per poter mettere al primo posto l’arte. La sua passione per la musica e per il pianoforte, sbocciata fin dalla tenera età, rappresenta anche quella dei tanti giovani artisti in Italia, che in un modo o nell’altro vorrebbero vedere una partecipazione più attiva del pubblico, che «c’è e non c’è», soprattutto perché, nel campo dello spettacolo, manca un sostegno costante ed efficace da parte dello Stato. Questa è la sua intervista a Epoch Times:

Cos’è la musica per lei?

Eh, bella domanda, per me ha a che fare con tutto ciò che non può essere espresso a parole o in un testo scritto, quindi ha a che fare non solo con l’emotività, col sentimento, ma anche proprio con un percorso iniziatico ed estetico che ha poco a che vedere con qualcosa che può essere definito; quindi c’è questa tendenza verso un altrove, per quel che riguarda proprio la mia esperienza estetica.

Quando e come ha iniziato a capire che la musica sarebbe stata la sua vita?

Fin da piccolo ho avuto molta passione per lo studio del pianoforte, lo studiavo molto volentieri ma è partito tutto come un gioco; verso i 20-23 anni ho iniziato invece questo percorso come una professione vera e propria. In realtà all’inizio mi ero iscritto a medicina, poi però ho abbandonato medicina perché in contemporanea avevo preso il diploma in pianoforte, e poi una volta diplomato in pianoforte al Conservatorio Pollini, ho deciso di iscrivermi a musicologia.

Cosa ha il pianoforte in più rispetto agli altri strumenti?

È uno strumento completo, nel senso che è una piccola orchestra tascabile, o a misura di camera, e quindi si possono fare tante cose, possono essere fatte delle trascrizioni dall’orchestra oppure ti permette di sperimentare anche in diversi modi rispetto a strumenti che magari hanno solo una linea melodica ma non hanno la compiutezza del pianoforte, quindi questo mi ha sempre molto attratto, infatti anche come compositore cerco sempre di muovermi più sul terreno orchestrale, e non sul terreno di un singolo strumento solista.

A livello di sensazioni cosa le trasmette e cosa riesce a trasmettere attraverso il pianoforte?

Di preciso non so, però mi trasmette molte sensazioni, effettivamente mentre suono molte volte mi creo volontariamente degli ostacoli, nel senso che suonare il pianoforte per me è difficile, è un’attività che richiede che io sia presente al cento per cento come concentrazione e come abilità e come tecnica, e quindi è un qualcosa che richiede la mia presenza al cento per cento, e quindi mentre io suono devo in qualche modo dare tutto me stesso, o meglio negare me stesso per poter raggiungere un abbandono che mi consenta di esprimere la musica.

Nel comunicato stampa del suo ultimo concerto c’è scritto: “Nelle intenzioni di Andreetta questi concerti sono da intendersi più come un laboratorio di sperimentazione, nel quale anche il pubblico assume un ruolo attivo nella fruizione musicale”. Può spiegare meglio cosa si intende con questo?

Proprio perché la musica pura è svincolata dal linguaggio, da un testo scritto o da un parlato o da un cantato, soprattutto per quel che riguarda il pianoforte solista ovviamente, la bellezza è proprio questa, che può essere interpretato… c’è un contenuto musicale, ma questo contenuto musicale può essere interpretato sempre in modo diverso dal pubblico, e quindi io ho tentato di fare un lavoro non monografico su un singolo autore ma ho cercato si spaziare il più possibile fra diversi generi musicali, tra diversi stili compositivi, mettendoci dentro anche le mie composizioni, in modo che il pubblico possa in qualche modo crearsi i propri nessi contenutistici, i propri nessi semantici, per poter interpretare come più gli aggrada quello che ho suonato; ho cercato insomma di lasciare libertà massima al pubblico, di interpretare nel modo migliore quello che suonavo, cosa che diventa più difficile magari se si presenta un impianto filologico e monografico. Questo è stato il mio intento.

La risposta del pubblico è quindi anche un motivo di ispirazione per le sue composizioni future? Si può dire che sia un laboratorio di sperimentazione anche in questo senso…

Sì, infatti dopo alla fine del concerto mi confronto sempre con più persone possibili per sentire quali possono essere le loro impressioni e i loro giudizi, le loro suggestioni, per elaborare poi in futuro eventuali tracce per un repertorio… quindi questo è più o meno il motore del lavoro.

Lo stava spiegando anche un po’ all’inizio: a cosa pensa quando deve comporre un brano?

Io non penso, cerco di pensare il meno possibile, perché per me il pensiero diventa un problema in quel caso, cerco di ottenere un abbandono espressivo, cercando di dimenticarmi proprio di me stesso, di uscire da tutte le impasse linguistiche, di definizioni o anche di emulazione nei confronti degli altri compositori e composizioni… quindi nell’ambito della creazione cerco di sbarazzarmi di qualsiasi retaggio culturale o convenzionale, questo è importante sì.

Un approccio un po’ ‘zen’ diciamo…

Sì sono molto affascinato dalla filosofia orientale, e anche dalla filosofia di Schopenhauer, che comunque ha dei nessi profondi con il pensiero orientale, e anche dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein per quel che riguarda il linguaggio, la trattazione del problema linguistico, e quindi tutte queste cose a livello intuitivo e non razionale sono un po’ sedimentate, però insomma si cerca sempre di fare il ‘vuoto’ ecco.

Quanto impiega di solito a comporre un pezzo?

Dipende, ci sono brani orchestrali, e lì ci vuole un po’ di più perché ci sono varie parti da scrivere, per violini, percussioni, timpani ecc., se è per pianoforte il lavoro procede un po’ più velocemente; per una composizione di 4 o 5 minuti per pianoforte il tempo da dedicare potrebbe essere un mese e mezzo più o meno; perché sì sono una persona che compone piuttosto lentamente, cerco di prendermi i miei tempi, non mi sento obbligato ad andare avanti se non ho una motivazione, non mi pongo obbiettivi… a meno che non abbia delle scadenze ovviamente da rispettare, però se c’è una certa libertà preferisco assecondare quelli che sono i miei ritmi.

Giulio Andreetta (su gentile concessione di Giulio Andreetta)

Le sue composizioni si basano sul genere della musica classica o ci sono anche altri generi?

Io sono partito anche a livello di ricerca, perché ho fatto una tesi di laurea sul minimalismo, che è un’avanguardia musicale del 900, ma dalla sperimentazione, dall’avanguardia novecentesca, da cui ho preso le mosse a livello compositivo, ho cercato di svincolarmi anche dal concetto stesso di avanguardia, che comunque ormai è tramontato, e ora cerco in qualche modo di proporre un’operazione eclettica, cioè che si basa sull’apporto che possono avere diversi stili compositivi, senza essere troppo dogmatico nell’appartenere o nel sentirsi parte di un determinato stile o una determinata avanguardia; io ho fatto anche musica da film, mi muovo anche su altri territori che non siano solo la musica contemporanea, quindi cerco di evitare le etichette in questo senso. Poi chiaramente essendo musica scritta su pentagramma e pubblicata su pentagramma, tecnicamente si definisce musica colta e contemporanea, questa sarebbe la definizione, perché è scritta su un pentagramma, non è improvvisata più di tanto e non è registrata come potrebbe essere un’improvvisazione appunto.

I suoi concerti, oltre che sulle sue composizioni, sono incentrati anche su interpretazioni di brani di musica classica. Nel suonare il pianoforte, in cosa si traduce il concetto di interpretazione?

Questo è un quesito che mi sono posto spesso anche io, ci ho riflettuto molto, e sono arrivato a una conclusione parziale, ho un’idea che mi frulla nella testa ed è molto imprecisa però, io penso che l’interpretazione sia qualcosa di diverso rispetto all’esecuzione, quindi lo spartito musicale, il testo musicale, che corrisponderebbe al copione per gli attori, deve essere meramente una traccia, un canovaccio, non può essere qualcosa di strettamente vincolante per l’interpretazione. Perché altrimenti si proporrebbe sempre una stessa esecuzione cristallizzata, e una volta raggiunto questo tipo di esecuzione, precisa e completa, non ci sarebbe proprio più bisogno di incontrarsi, di fruire un qualsiasi tipo di concerto, perché avendo questa idea di composizione perfetta, che deve essere ricreata perfettamente una volta per tutte, secondo me si perde proprio il contatto con l’immediato, con l’immediatezza, anche con l’improvvisazione, anche con l’errore, anche con gli ostacoli che noi possiamo incontrare nel momento in cui suoniamo insomma. Quindi secondo me l’interpretazione dovrebbe recuperare questo contatto con l’immediatezza, con l’attimo, quindi anche andando oltre quello che c’è scritto sullo spartito, cercando di fare anche qualcosa di diverso, non ovviamente con l’idea di fare per forza qualcosa di diverso, ma cercare questa libertà espressiva ecco. Non so se ho reso più o meno l’idea perché son cose un po’ difficili da sintetizzare in breve tempo.

Quindi in una interpretazione di una sonata di Mozart ad esempio, c’è sia un po’ di Mozart che un po’ di Giulio si potrebbe dire…

Sì ma non si tratta di un discorso mio narcisistico di espressione del mio Io, si tratta invece di creare un abbandono, in cui proprio ci si dimentica, non solo di noi stessi, ma anche dello spartito, si cerca di entrare in questo ‘abbandono’, che poi è anche la fase operativa per l’improvvisazione e per la creazione musicale, infatti io mi muovo come dicevo anche in altri territori, cerco di portare questa immediatezza anche nell’ambito interpretativo, al di là di quello che c’è scritto nello spartito.

Il suo compositore classico preferito

Ho molta ammirazione per Bach, Mozart, Liszt e anche per Maurice Ravel, del novecento, e anche John Cage, che è un primo grande, vero sperimentatore, ci sono tutta una serie di autori anche del novecento dell’avanguardia, che mi piacciono molto, però cerco sempre di non essere influenzato molto, cioè li ascolto ma non in prossimità del momento in cui compongo, per evitare di essere eccessivamente influenzato.

Parlando sempre di musica classica, nonostante il successo degli altri generi odierni, pop, rock ecc., si potrebbe dire che è comunque apprezzata e ascoltata dai giovani oggigiorno, secondo lei qual è il motivo di questa sua ‘immortalità’?

Bhe, effettivamente come giustamente dice, vedo che c’è un revival di interesse per la musica classica nei giovani, rispetto a dieci anni fa ad esempio, in effetti sì, devo constatare che insomma, pur sempre limitatamente rispetto ai grandi numeri, vedo che c’è un rinnovato interesse, questo probabilmente perché queste musiche hanno superato la prova del tempo, cioè hanno una struttura compositiva, delle soluzioni espressive che si sono qualificate nel tempo come ‘classiche’, questo è il concetto, quindi hanno sempre qualcosa da dire, non diventano mai vecchie, non passano mai di moda per questa ragione, perché hanno sempre un qualcosa che emerge e che diventa sempre comprensibile e contemporaneo a chi ne fruisce.

Pensa che la sua professione, questo genere di arte, sia sufficientemente supportato in Italia dalle istituzioni?

Assolutamente no, assolutamente no. Su questo bisogna essere chiari, mi pare che siano veramente pochi i fondi destinati allo spettacolo in Italia, e nell’ambito della musica classica è una tragedia nella tragedia secondo me, nel senso che soprattutto per quel che riguarda la musica sinfonica e la musica da camera, non ci sono fondi, assolutamente.

Un po’ come per l’Opera anche…

L’Opera in realtà è come un buco nero che catalizza praticamente quasi tutte le risorse del Fus, che è il fondo unico dello spettacolo, e quindi rimangono veramente le briciole per la musica sinfonica e per la musica da camera insomma, questi sono dati oggettivi, quindi è molto difficile per un giovane, per uno che inizia a sperimentare in questo campo, porsi il problema intanto del pubblico, perché il pubblico c’è e non c’è, nel senso che non si tratta di stadi, non si tratta di riempire uno stadio, perché lì allora obiettivamente non ci sarebbe più bisogno di un finanziamento pubblico, è molto complesso il problema, ci sono pochi enti che sono sovvenzionati dallo Stato e per il resto diventa veramente difficile, per un giovane, anche per un organizzatore, organizzare un evento di musica classica, diventa veramente un problema per chiunque ecco.

Sì diciamo che se ci sono dei fondi in questo senso, la priorità viene data all’Opera, anche se poi sentendo anche chi lavora nel campo dell’Opera ovviamente dice la stessa cosa, che mancano i fondi.

Esatto, certo, poi ovviamente anche quelli sono insufficienti, infatti con questo non voglio assolutamente dire… diciamo che è un’insufficienza collettiva, però ci sono vari livelli di insufficienza secondo me.

Progetti, concerti e impegni futuri?

Nei prossimi mesi ho qualche data in Veneto a Piazzola sul Brenta in maggio, poi dovrò andare verso la fine dell’anno in Trentino Alto Adige, però a breve ci saranno le date precise; mi premeva invece dire che verranno pubblicate tra poco, due opere orchestrali, una basata sulla tragedia dell’Antigone di Sofocle, e quindi con testo in lingua greca, e anche un’opera, per la ricorrenza della Prima Guerra Mondiale, sempre per orchestra.



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