L’industria Usa del fast food abbandona la carne agli antibiotici

Mangiare fuori casa è parte integrante della cultura americana e, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America, è una abitudine sempre più diffusa. E la stessa dinamica si sta da anni verificando in Europa. Ma c’è un problema: la gran parte della carne impiegata nel settore della ristorazione proviene da allevamenti di animali nutriti con antibiotici.

Secondo la Food and Drug Administration, circa l’80 per cento degli antibiotici venduti negli Stati Uniti vengono impiegati negli allevamenti animali. La resistenza agli antibiotici sta diventando sempre più comune e l’Organizzazione Mondiale della Sanità attualmente la considera «una delle principali minacce per la salute globale, la sicurezza alimentare e lo sviluppo». L’Oms ritiene anche che «l’uso eccessivo degli antibiotici» negli allevamenti animali è tra le principali cause della resistenza a questo tipo di farmaco.

L’abuso di antibiotici può rendere le infezioni intrattabili poiché i batteri dopo essersi scontrati ripetutamente con gli antibiotici possono adattarsi e sviluppare una resistenza. Ma ora diverse catene di fast food (in America, perlomeno) garantiscono che non useranno più carne di animali alimentati con antibiotici, e quattordici delle venticinque società più importanti analizzate nel 2017 hanno preso provvedimenti per limitare l’uso degli antibiotici nelle proprie filiere produttive.

Il fatturato di queste 14 società ammonta a due terzi del fatturato complessivo dell’industria dei fast food statunitense. Un’indagine, condotta dall’Unione consumatori americana, ha inoltre constatato che cinque di queste società si sono impegnate per la prima volta a limitare l’uso di antibiotici: Kfc, Burger King, Starbucks, Dunkin’ Donuts e Jack in the Box.
I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte degli sforzi delle catene di fast food per ridurre o eliminare l’uso degli antibiotici nelle proprie filiere produttive si sono indirizzati verso la pollicoltura. È un importante passo in avanti se si considera che un quarto del pollame ‘prodotto’ negli Stati Uniti viene venduto ai fast food.

Ci sono alcune aziende che seguono già standard più elevati: Chipotle e Panera Bread offrono maiale, manzo e pollo da animali cresciuti senza antibiotici. Entrambe le catene hanno ottenuto una ‘A’ nell’inchiesta condotta dall’Unione dei Consumatori.

Le catene di fast food che operano in tutto il territorio nazionale non sono le sole ad aver adottato nuove politiche relative agli antibiotici. Pollo Tropical, una catena presente in Florida e in Georgia di proprietà del Fiesta Group, ha recentemente annunciato che tutti i suoi piatti a base di pollo saranno cucinati con pollame privo di antibiotici. Il Presidente del Fiesta Restaurant Group, Rich Stockinger, ha dichiarato che la catena informerà i propri clienti di questo cambiamento tramite «ogni genere di pubblicità, social media, e avvisi all’interno dei punti vendita». Jack in the Box, una catena di fast food americana, si è impegnata a eliminare gradualmente l’uso degli antibiotici dalle proprie filiere produttive entro il 2020. E anche Shake Shack (un’altra catena – di ristoranti hamburger-gourmet – presente solo negli Usa) si rifornisce già di manzo, maiale e pollame unicamente da produttori che non usano antibiotici.

 

Articolo in inglese: The Fast Foods Industry Is Ditching Antibiotic-Laced Chicken

Traduzione di Marco D’Ippolito

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