Il separatismo in Europa

(JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

Di Jaime Nogueira Pinto*

 

I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo hanno sorpreso anche per l’enorme balzo in avanti della Lega, passata dal misero quattro percento di consensi del 2013 all’oltre 18 percento di oggi.
A ottobre 2017, il leader del partito, Matteo Salvini, annunciava infatti che era giunto il momento per la Lega Nord di evolversi da movimento regionale a un partito nazionale rivolto a tutti gli italiani.

Per un movimento nato e cresciuto basandosi su un programma separatista, la trasformazione è stata sorprendente: abbandonata l’identità politica regionale, che disprezzava i ‘fannulloni’ meridionali e lo Stato centralizzato di Roma, si è convertito in partito nazionale, euro-scettico e contrario all’immigrazione musulmana.
Probabilmente è un esempio evolutivo che rimarrà un caso anomalo, anche perché – nonostante esistano movimenti politici anti Unione europea – storicamente il separatismo in Europa ha una forte impronta regionale.

CATALOGNA

Dal referendum sull’indipendenza del primo ottobre 2017, il movimento separatista in Catalogna ha subito un’evoluzione complessa. La popolazione è stata chiamata al voto dal parlamento catalano e sostenuto da un gruppo eterogeneo di formazioni, tra cui il partito di centro-destra Insieme per la Catalogna (Junts per Catalunya), quello della sinistra repubblicana Sinistra della Catalogna (Erc) e quello di ultra-sinistra Candidatura d’Unitat Popular (Cup).

Poi la Corte costituzionale spagnola ha dichiarato illegale il referendum, e il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha reagito inviando la Guardia Civil e la polizia di Stato a fermare le votazioni.
Ma nonostante gli sforzi di Madrid, il referendum ha avuto luogo, con oltre il 92 percento dei consensi a favore dell’indipendenza (complice anche l’astensione di diversi molti avversari).
Dopo che il Parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza, Madrid ha sospeso l’autonomia della Catalogna, ne ha sciolto il governo e ha indetto nuove elezioni. Però, anche le elezioni regionali della Catalogna, del 21 dicembre, hanno concesso una seppur leggera maggioranza ai partiti indipendentisti, provocando a quel punto una completa paralisi.

Ma, contrariamente alla maggior parte dei movimenti separatisti in Europa, che in genere si oppongono all’Unione europea, i separatisti catalani vogliono il riconoscimento dall’Ue, e persino l’adesione all’Unione. Ma, finora, sia Bruxelles che i governi membri hanno mantenuto la solidarietà con Madrid e rifiutato di avviare un dialogo separato con Barcellona.
È difficile vedere come il movimento indipendentista della Catalogna possa oltrepassare questo ostacolo. Oltre allo stallo in parlamento, i partiti indipendentisti non hanno ancora concordato il passo successivo: mentre il Cup chiede una separazione immediata dalla Spagna, i suoi alleati preferiscono un approccio graduale; inoltre, non hanno ancora trovato l’accordo su chi dovrebbe guidare il governo regionale.

I DIVERSI GRADI DI SEPARAZIONE IN SPAGNA

L’indecisione tra autonomia e indipendenza prevale tra i principali movimenti separatisti in Europa, compresi alcuni dei più persistenti, come quello della regione basca della Spagna: il Partito nazionalista basco (Eaj-Pnv), movimento politico schierato a centro-destra che ha sempre negato collegamenti con il militante Euskadi Ta Askatasuna (Eta).
L’Eta, classificato come gruppo terroristico da Spagna, Francia, Ue, Regno Unito e Stati Uniti, nel 2011 ha accettato un cessate il fuoco, che è ancora in vigore. E i significativi privilegi fiscali che sono stati concessi al Paese basco – maggiori di quelli concessi alla Catalogna – spiegano perché la tregua continui a resistere.

Forse a causa del prolungato processo di costruzione della nazione, che mira a riunire diverse entità precedentemente indipendenti, l’elenco delle regioni che hanno acquisito una sorta di status autonomo è lungo: Andalusia, Aragona, Asturie, Isole Baleari, Paesi Baschi, Canarie Isole, Cantabria, Castiglia e Leon, Castiglia-La Mancha, Catalogna, Comunità di Madrid, Estremadura, Galizia, La Rioja, Murcia, Navarra e Comunità Valenciana. E in alcune di queste regioni, le richieste di indipendenza sono più preoccupanti che in altre. La Catalogna, i Paesi Baschi (e persino la Galizia) hanno maggiori richieste legittime, radicate nella storia, nella tradizione e nella lingua.

Oggi questi movimenti tendono a passare dalla violenza alla partecipazione al processo politico: così è stato per i baschi e l’Eta in Spagna, e in Irlanda per l’Ira, l’Esercito repubblicano irlandese. Nessuno garantisce che questa situazione continui, e tutto potrebbe cambiare molto rapidamente. Ma politiche intelligenti possono evitare un ritorno alla violenza.

LE SOLUZIONI PACIFICHE

Un esempio illuminante è il Sud Tirolo, in Trentino-Alto Adige: un territorio con una popolazione di etnia e lingua di origine germanica – ma situata geograficamente nella penisola italiana – che l’Italia, durante il processo di unificazione nazionale, nel 1866 non riuscì a strappare all’impero austro-ungarico.

Alla fine, la regione però è stata annessa al Bel Paese al termine della prima guerra mondiale, nel 1918, con la sconfitta delle Potenze Centrali e la dissoluzione dell’impero asburgico.
Benito Mussolini spinse fortemente per l’italianizzazione di queste regioni, che dopo la seconda guerra mondiale sono state invase da un’ondata di violenza. Ma nel 1971, dopo che Italia e Austria hanno stipulato un accordo concedendo al Sud Tirolo maggiore autonomia, le tensioni si sono attenuate e la violenza è svanita.

La nonviolenza, invece, sembra essere la regola nelle aree che hanno già un’autonomia significativa. Ad esempio, il movimento di indipendenza scozzese si è astenuto dalla lotta armata, così come quello della nuova alleanza fiamminga, che opera per l’indipendenza delle Fiandre dal Belgio all’interno del quadro costituzionale.

Un altro esempio europeo in cui le forze indipendentiste virano dalla violenza alla politica è quello fornito dalla Corsica. Negli anni ’60, l’isola si fratturò internamente a causa dal collasso dell’Algeria francese: dopo che l’Algeria ottenne l’indipendenza, il governo francese trasferì alcuni dei coloni francesi algerini (i Pieds-Noirs) in Corsica, concedendo loro diritti speciali sui territori occidentali dell’isola.
Il loro arrivo e il declino economico innescarono una ripresa del separatismo che, negli anni ’70, portò alla fondazione del Fronte di liberazione nazionale della Corsica (Flnc), un’organizzazione responsabile di numerosi bombardamenti, attacchi armati e uccisioni di poliziotti.

Ora, i partiti nazionalisti corsi – Femu a Corsica, guidati da Gilles Simeoni (per l’autonomia) e Corsica Libera, guidati da Jean-Guy Talamoni (per l’indipendenza) – detengono complessivamente la maggioranza nell’Assemblea della Corsica.
Ma sebbene il movimento indipendentista corso sia stato paragonato a quello catalano, il presidente francese Emmanuel Macron, in una recente visita nell’isola, è stato risoluto nella sua opposizione all’indipendenza e nel riaffermare l’unità della Francia.

SEPARATISMO SOVRANO

Le principali cause del recente aumento di movimenti separatisti nazionali in tutta Europa sono interconnesse: la crescita dell’immigrazione musulmana, principalmente nei maggiori paesi dell’Ue – Francia, Germania, Italia e Regno Unito – ma anche in alcune nazioni nordiche e del Benelux, è percepita come una minaccia all’identità nazionale, all’occupazione e alla sicurezza.
E secondo questi movimenti, dietro le indesiderate politiche di globalizzazione e d’immigrazione si nasconde l’Ue.

Limitare l’immigrazione, favorendo la crescita dei movimenti politici di destra, è diventata una questione politica fondamentale. La globalizzazione, con la sua tendenza a spostare industrie e posti di lavoro in località a basso costo, e la concorrenza degli immigrati – disposti a lavorare per salari più bassi – hanno reso il protezionismo più attraente per gli europei occidentali. Inoltre ci sono anche i governi dei paesi dell’Europa centrale e orientale (come la Polonia e l’Ungheria) ancorati a valori religiosi e nazionalisti, che hanno reagito con forza contro i principi liberali e laici dell’Ue, favorendo politiche di immigrazione molto più severe.

Comunque, la questione del separatismo negli Stati sovrani è, soprattutto, il risultato di identità nazionali e regionali che si scontrano con entità più grandi – tipicamente più globalizzate – che sono percepite come lontane, aliene e oppressive.

Ma sebbene i movimenti che sono radicati nella storia, nella cultura, nella lingua e nel sostegno popolare come quello della Catalogna siano più forti, mentre quelli che manipolano le identità folcloristiche solo per ottenere una maggiore autonomia finanziaria o politica, e con scarse intenzioni a creare una nuova comunità politica, siano più deboli, nei prossimi anni presenteranno entrambi una sfida cruciale per l’Europa.

Quindi, si presentano due possibili scenari per l’evoluzione dei movimenti separatisti europei: uno in cui Bruxelles e i leader dell’Ue non rispondono adeguatamente alle richieste di maggiore autonomia o indipendenza in varie regioni, dando così spazio al malcontento e alle proteste, e di conseguenza i separatisti registreranno un maggiore successo elettorale, che porterà a scontri a livello locale e nazionale.
L’altro, più probabile, un modus vivendi pacifico raggiungibile se le forze politiche tradizionali adotteranno verso alle aspirazioni separatiste e autonomiste un approccio più equilibrato, in cui i governi realizzino che tali sentimenti sono una reazione comprensibile ai problemi causati dalla globalizzazione e dal multiculturalismo.
In definitiva, invece di denigrare questi movimenti come reazioni eccessive radicali, irrazionali o regressive, i governi dovrebbero affrontarne le cause alla radice.

 

* Jaime Nogueira Pinto è un professore di scienze politiche presso le università di Lusíada a Lisbona e Católica a Porto. È editore di Futuro Presente ed esperto di intelligence e geopolitica.

 

Articolo in inglese: Separatism in Europe

Traduzione di Massimo Marcon

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