Il regime cinese inasprisce la censura su internet

(TEH ENG KOON/AFP/Getty Images)

Il Partito Comunista Cinese (Pcc) stringe il bavaglio su internet: il 30 ottobre, il principale organismo per la censura e il controllo di internet ha diramato un avviso relativo ai contenuti online, secondo cui, a partire dal 1° dicembre, a chi pubblica su internet è richiesto di mantenere posizioni politiche «corrette» e di dirigere l’opinione pubblica verso la direzione ‘giusta’. Si deve, in pratica, «continuare a promuovere, nelle notizie, i punti di vista del marxismo e i valori principali del socialismo».
Le regole si applicheranno anche ai messaggi istantanei e ai video.

L’ex giornalista della testata cinese Zhejiang Youth Times, Wei Zhenling, ha raccontato che i suoi articoli venivano spesso modificati e resi praticamente irriconoscibili dall’originale, prima di ricevere l’ok per la pubblicazione: «Devi essere il portavoce del Partito. Scrivi solo quello che il Partito ti permette di scrivere. Quello che il Partito considera giusto, non puoi considerarlo sbagliato».
Secondo Wei, le linee guide hanno lo scopo di eliminare quel minimo spazio per la libertà di parola che rimaneva su internet. Il Pcc vuole censurare quello su cui finora non aveva ancora il controllo totale, e fare in modo che il pubblico possa vedere solo la propaganda diffusa dai media di regime.
Nell’avviso, l’Amministrazione del Cyberspazio ha anche specificato che le autorità centrali e gli uffici locali dell’Amministrazione creeranno dei file per chiunque produca contenuti giornalistici, e stileranno una lista nera, organizzando così un sistema che punisca chi scrive notizie che non seguono le linee guida.
I normali cittadini cinesi e i giornalisti freelance, stanno utilizzando sempre più internet per fare informazione, talvolta infastidendo il regime. In Cina, l’informazione è fortemente ristretta da un firewall, e le autorità censurano costantemente ciò che non è in accordo con le idee del Partito, dalla politica all’ambiente e a qualsiasi cosa che possa mettere il Pcc in cattiva luce. È il personale delle internet companies, a venire direttamente assunto per monitorare i contenuti e denunciare gli utenti che esprimono dissenso.

Qualche settimana fa, un giornalista che aveva pubblicato un articolo su alcuni studenti universitari scomparsi nella città di Wuhan, è stato incarcerato dalla polizia locale, e la sua storia, ripubblicata da molti,  poco dopo è stata fatta sparire.
Secondo Wei, molti cittadini comuni possono raccogliere e pubblicare informazioni di prima mano su internet: «Se fai un video o qualcos’altro, lo metti su internet, e il Pcc non può controllare del tutto. Quindi ora sta utilizzando metodi come richiedere una registrazione online con il vero nome, o stabilire un sistema di punti [per classificare il comportamento delle persone online, ndr]».

A settembre per esempio, un utente del servizio messaggistico istantaneo WeChat, ha postato prove del fatto che in una nota libreria di Pechino ci fossero dei libri in edizione pirata; di conseguenza, la libreria è stata chiusa: in questo caso, quindi, le autorità si sono servite del messaggio su WeChat. Ma se un utente posta qualcosa che il regime non approva, possono immediatamente scoprire la sua identità, dal momento che bisogna obbligatoriamente registrarsi con un numero di cellulare.

Inoltre, a maggio, il ministero della Tecnologia Informatica ha imposto a tutti gli operatori delle telecomunicazioni di richiedere ai clienti i loro veri nomi, al momento della registrazione, e anche a tutti quelli che possiedono un cellulare.

Nel servizio Sina Weibo, il Twitter cinese, alcuni hanno reagito alla notizia con rabbia o sarcasmo. Un abbonato della provincia dello Shanxi ha scritto: «Viene chiuso tutto e rimarranno solo il Quotidiano del Popolo, Xinhua e Cctv [tutti portavoce del regime]».
Un altro utente della provincia dello Shandong si è limitato a dell’amaro sarcasmo: «Un Paese libero».

 

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