Il nuovo Grande Gioco sulla penisola coreana

Soldati nordcoreani in una sfilata militare in piazza Kim II-Sung. (Ed Jones/AFP/Getty Images)

Nella Storia, l’espressione ‘Il Grande Gioco’ si riferisce al confronto in campo diplomatico e militare del XIX secolo tra Gran Bretagna e Russia zarista, quando la prima tentava di imporre il dominio britannico in Asia del Sud a scapito di Mosca.

Oggi, nell’Asia del Nord, la situazione è quella di un classico scontro a quattro tra Cina, Russia, Giappone e le due Coree. Con in più gli Stati Uniti. E tutti tengono comportamenti contraddittori.

Pyongyang, che è forse la peggiore dittatura del XXI secolo, vuole sentirsi totalmente al sicuro dai suoi vicini, che sostiene vogliano un «cambio di regime»; e per raggiungere questo obiettivo, lavora senza sosta alla costruzione di armi nucleari e al miglioramento della gittata dei propri missili balistici (che attualmente costituiscono una minaccia solo per le zone prossime al confine, ma che si avviano rapidamente a diventare intercontinentali).

Seoul, probabilmente preferirebbe essere lasciata in pace a godersi prosperità e prestigio internazionale. E, sebbene il porre fine ufficialmente alla Guerra Coreana (che tecnicamente risulta ancora in ‘tregua’) e l’unione della penisola sotto un unico governo democratico siano obiettivi politicamente soddisfacenti, nessuno vuole riprendere la guerra, indipendentemente dal risultato.
E tra i problemi di Seoul c’è anche l’instabilità dovuta all’impeachment del suo primo presidente donna, Park Geun-hye, accusata di tangenti, estorsione e corruzione. Il 9 maggio saranno indette nuove elezioni presidenziali, che potrebbero anche portare a un governo più amichevole nei confronti di Pyongyang.

Pechino, vuole pace nella penisola coreana. Storicamente, la Cina ha combattuto per preservare uno Stato cuscinetto comunista contro Seoul e gli Usa. Pyongyang ha verso Pechino anche un debito di sangue (circa 500 mila soldati cinesi uccisi), oltre ai debiti monetari per aiuti militari ed economici.
Il presidente cinese Xi Jinping e altri funzionari di Pechino sembrano in difficoltà per le azioni imprevedibili del leader nordcoreano Kim Jong-un, ma sono comunque riluttanti a promuovere un cambio di regime.

Tokyo è preoccupata dalle minacce di Pyongyang, a cui è da lungo tempo ostile (la Corea del Nord ha persino rapito dei cittadini giapponesi per costringerli a fare da insegnanti di lingua alle proprie spie). La crescente ostilità di Pyongyang, inoltre, ha portato il Giappone ad aumentare le spese di difesa e ad aumentare le difese antimissilistiche.

Mosca invece si è tirata fuori. La Russia, infatti, non è più un attore di rilievo in Estremo Oriente e si concentra sulla ricostruzione della propria influenza e sulla presenza in Europa Centrale e in Asia Centrale, espandendola in Medioriente (Siria/Iran). Ma al tempo stesso ha chiesto al Consiglio di Sicurezza una soluzione «diplomatica» per la violazione delle sanzioni da parte di Pyongyang.

Quanto a Washington, è stata per decenni l’unico attore che avrebbe potuto farsi indietro, ma invece si è legata a Tokyo e Seoul, garantendo il proprio appoggio contro un’eventuale ripresa dell’espansionismo di Pyongyang e di Pechino.
Per più di 20 anni, Washington e i suoi alleati hanno usato la ‘carota’ economica e il ‘bastone’ delle sanzioni politico-economiche per trattenere il programma nucleare di Pyongyang. Questi sforzi però si sono rivelati inefficaci: ora gli Stati Uniti hanno annunciato che le trattative sono fallite e che il periodo della «pazienza strategica» è finito.

Ma Pyongyang – che prima faceva solo ridere – ora ha armi nucleari efficaci, e fa paura.

IL PROSSIMO FUTURO

Di recente, la Corea del Nord ha messo in scena una grande parata in cui ha fatto ampia mostra di missili balistici (forse anche alcuni intercontinentali) per commemorare il 105esimo compleanno del defunto Kim Il-sung. Durante la festa è stato lanciato un missile (anche se il lancio è fallito in modo imbarazzante) ma non c’è stato nessun test nucleare, nonostante se ne fosse parlato.

Dall’incontro fra Trump e il cinese Xi, pare sia venuto fuori un accordo esplorativo, per il quale Pechino proverà a intervenire sul programma nucleare di Pyongyang. E questo potrebbe essere stato il motivo che ha spinto la Corea del Nord a non testare un’altra arma nucleare: Pechino, da parte sua, ha già sospeso le importazioni di carbone nordcoreano e ha minacciato di sospendere anche quelle di petrolio.


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump siede con il presidente cinese Xi Jinping durante in una riunione bilaterale tenuta a West Palm Beach, in Florida, il 6 aprile 2017 (Jim Watson/AFP/Getty Images).

Intanto il segretario di Stato americano Tillerson e il vice presidente Pence hanno ripetutamente inviato avvertimenti a Pyongyang per il suo comportamento «spregiudicato», le forze armate americane e sudcoreane stanno conducendo le loro esercitazioni (da tempo in programma) e Pyongyang ha dichiarato (come al solito, del resto) che ci sono i segni precursori di un’invasione.

Washington sembra essersi convinta di non poter dormire sonni tranquilli con la bomba atomica nelle mani della Corea del Nord. I vari tentativi di dissuadere Pyongyang dal portare avanti il suo programma nucleare sono falliti; gli Usa normalmente non sono del parere che si debba intervenire militarmente contro i programmi nucleari degli Stati ostili, e nemmeno vedono di buon occhio la ‘soluzione israeliana’: la creazione di un unico Stato coreano a seguito di un intervento militare.
Pyongyang, d’altra parte, sembra essere assolutamente convinta del fatto che gli Stati che rinunciano ai propri programmi nucleari (come per esempio Iraq e Libia) siano destinati a essere rovesciati dalle forze occidentali. Quindi alcune opzioni possibili sono:

  • Pechino convince Pyongyang a rinunciare al programma nucleare (ma in passato non ci è riuscita);
  • temendo l’intervento militare degli Usa (visto che già sono stati impiegati i missili da crociera in Siria e la ‘madre di tutte le bombe’ in Afghanistan) Pyongyang si convince a fare meno la voce grossa, ma continua a sviluppare bombe e missili in segreto;
  • il governo americano ridà a Corea e Giappone la bomba atomica o si offre di aiutare entrambi i Paesi a sviluppare il proprio deterrente atomico (come già ha fatto con il Regno Unito);
  • il governo americano (se possibile in combinazione con altre potenze regionali) colpisce, e mette fine fisicamente al programma nucleare e missilistico nordcoreano, con un’offensiva decisa e definitiva. Ma questo porterebbe facilmente a una sanguinosa guerra con gravi danni per la Corea del Sud.

David T. Jones, ora in pensione, ha lavorato per il Ministero degli Esteri Usa e ha pubblicato centinaia di libri e articoli sulle questioni bilaterali tra Usa e Canada e sulla politica estera americana in generale. Nella sua trentennale carriera, si è concentrato sulle questioni politico-militari lavorando anche come consulente per due capi di stato maggiore.

Le opinioni espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Articolo in inglese: New ‘Great Game’ in Play on the Korean Peninsula

Traduzione di Vincenzo Cassano

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