Il Macellaio dietro l’omicidio Regeni? Una ricostruzione del caso

Membri delle forze speciali della polizia egiziana in una foto d’archivio. (MOHAMED EL-SHAHED/AFP/Getty Images)

L’omicidio Regeni non può essere del tutto interpretato come lo sbobinarsi di una pellicola razionalmente e meticolosamente pianificata, come un complotto ordito nei minimi dettagli. Infatti numerose evidenze stridono e si oppongono a tale interpretazione.
La verità è che la vita stessa non funziona così, e gli esseri umani non sono capaci di tanta precisione. A volte avvenimenti casuali vengono sfruttati per creare un’ordine; altre volte, dei piani ordinati vengono sconvolti da eventi imprevedibili.

Il caso di Giulio Regeni rientra facilmente nella prima categoria. È nato probabilmente per caso. Consideriamo quest’uomo di 28 anni, in un’età matura ma ancora in piena giovinezza; un tipico ragazzo, come lo si definisce di solito, idealista, uno che he voleva migliorare la società egiziana. Questo ragazzo esce di casa, sempre per caso, il 25 gennaio, la data nera della rivoluzione anti-Mubarak del 2011. La data in cui la polizia controlla meticolosamete tutti, specialmente chi è stato già ‘schedato’ perché individuato come sostenitore dei sindacati, e quindi ritenuto individuo pericoloso per lo Stato. Uno da tenere d’occhio.

E infine, inseriamo l’ultimo ingrediente: Khaled Shalaby capo del Dipartimento investigativo di Giza. Un generale, chiamato «il Macellaio» sui social. Uno che ha perpetrato torture e manipolato indagini, venendo per questo condannato nel 2003 a un anno di prigione con pena sospesa. Un uomo capace di dire che un sospetto rapinatore era morto perché aveva sbattuto la testa contro un palo, racconta Associated Press, quando invece era stato preso a pugni e strangolato. Dai suoi uomini, ovviamente.

E Khaled Shalaby è proprio quello a capo delle indagini su Regeni. Il funzionario che aveva dichiarato che secondo le prime indagini Regeni era morto di incidente stradale. Quello, ancora, che ha tirato fuori la storia dei rapinatori che sequestrano stranieri per derubarli. Quei ‘rapinatori’ ormai morti, crivellati dalla polizia in un presunto scontro a fuoco, e accusati postumi della morte del ragazzo italiano.

Forse Khaled Shalaby, un senso di giustizia ce l’ha, da qualche parte. Forse è un poliziotto con il fiuto per chi può essere pericoloso per il Paese. Ma è anche un uomo disposto a torturare e uccidere chi ritiene una minaccia: quegli uomini con Regeni non c’entravano niente, ma erano comunque dei criminali. Dalla sua ottica, forse, se la meritavano comunque la morte. E potevano essere usati per risolvere la controversia italo-egiziana.

Probabilmente Khaled si sente un patriota. Ma è un patriota spietato e anche sciocco: un generale evidentemente abituato poco alla strategia e molto al fucile. Sotto le sue mani, per il solo caso Regeni, sono morte almeno quattro persone, per creare una ricostruzione che non è nemmeno credibile. Ma per lui i criminali sono feccia.

«Ok, basha. Perché sei arrabbiato, basha? Dimmi solo cosa vuoi. Lo giuro su Dio, farò quello che vuoi, basha». Così implorava uno degli uomini uccisi dalla polizia (secondo una ricostruzione della Cnn) usando un termine, basha, utilizzato per rivolgersi a una persona di autorità superiore, compresa la polizia. L’uomo che parla è uno di quei criminali accusati dell’omicidio Regeni. Di sottofondo, i rantoli di suo cognato che stava morendo, con il cellulare in mano, rispondendo alla chiamata della moglie che ascoltava tutto.

Salah, l’uomo morto con il cellulare in mano, doveva solo andare nella capitale per lavoro. Ma sua moglie temeva che lo tradisse – racconta la Cnn – e quindi aveva mandato con lui il fratello e il padre (di lei), e un amico di famiglia. Non poteva immaginare che sarebbero stati usati dalla polizia per il caso Regeni: tutti uccisi senza pietà. Dire che erano criminali è dire tanto, in realtà, perché secondo la donna i loro crimini passati consistevano in possesso di droga e impersonamento di agente di polizia; ma quest’ultimo crimine, secondo la moglie era dovuto a un portafoglio appartenente a un poliziotto che avevano trovato e conservato. Crimini da non ignorare, ma ben lontani dall’accusa di associazione a delinquere a scopo di rapimento e rapina.

Inoltre la moglie di Salah ha affermato che tutti gli oggetti rinvenuti dalla polizia a casa sua, quando è stata perquisita – zaini, portafogli eccetera – erano a lei noti (tranne i documenti di Regeni). Ma uno dei portafogli rinvenuti apparteneva al marito defunto (cioè Salah) ed è quindi molto strano che sia stato rinvenuto a casa sua, dal momento che si dichiara certa che il marito lo avesse addosso.
Questo, agli occhi della moglie di Salah, è un’ulteriore prova del fatto che la polizia stessa ha portato i documenti di Regeni a casa sua per poi ‘trovarli’ durante la perquisizione, assieme al portadocumenti del marito. La cosa più logica da immaginare è che Salah avesse estratto il portafoglio per mostrare i documenti alla polizia, ma dopo averlo crivellato di colpi gli agenti potrebbero aver pensato che il portadocumenti, integro e non sporco di sangue (magari con le loro impronte) avrebbe potuto generare sospetti. Così potrebbero aver deciso di trovarlo a casa sua.

È quindi ponendo nel piatto questi tre ingredienti, il ricercatore appassionato, la data peggiore possibile e «il Macellaio» Khaled Shalaby, che si può capire meglio il caso Regeni. In particolare, la presenza di un elemento irrazionale, quello di Khaled Shalaby, spiega le ricostruzioni fasulle, altrimenti prive di senso. Le autorità egiziane non possono essere così sciocche da inventarsi che Regeni, torturato, sia morto in un incidente stradale, o ucciso da certi rapinatori. Invece, un generale dai modi sbrigativi, che secondo gli standard occidentali avrebbe dovuto starsene a casa dopo la galera, rientra perfettamente nel quadro.
Poi, che Regeni sia uscito proprio ‘per caso’ in quella data, o che sia stato manipolato da qualche servizio segreto – una richiesta dell’università di Cambridge? Una persona da intervistare? – proprio come un cervo, liberato da un parco naturale, per finire nella trappola del cacciatore, questo purtroppo non è dato di saperlo. Fatto sta che il cacciatore ha contribuito a fare il resto, inventandosi scuse sciocche, e creando confusione, collaborando ad affossare la credibilità di quell’Egitto che forse, invece, lui voleva proteggere.

Ma sarebbe sbrigativo sostenere che la cosa si chiuda qui. Non possiamo sapere chi fosse Giulio Regeni. Se fosse solo un ricercatore, una spia, o un ricercatore usato da delle spie. Questo non è nemmeno il punto. Il punto però è che un caso del genere non riguarda soltanto un ragazzo morto, ma le relazioni tra due Paesi cruciali in quello che potrebbe essere il prossimo intervento militare dell’Onu: la Libia.

Sfruttando questa morte forse non pianificata, poi, molti Paesi possono mettere il naso nei rapporti tra Italia ed Egitto, minando la loro interrelazione privilegiata, o minando il ruolo stesso dell’Egitto in Libia. Attualmente quasi tutto l’Occidente sta convergendo nel criticare il presidente egiziano Al Sisi sul caso Regeni, con forte partecipazione dei grandi media internazionali.

Al Sisi potrebbe uscire dall’empasse sacrificando Khaled Shalaby. Nei mesi scorsi si era già vociferato di questa possibilità, ma alla fine il Macellaio era rimasto al suo posto. Forse il generale è troppo forte per essere sacrificato, o forse si teme che l’opposizione al governo capitalizzi troppo sull’abbattimento del Macellaio, e chieda sempre più diritti.

CHE FARE?

Anche per l’Italia si apre un conflitto morale non da poco. Se è vero che vanno difesi i diritti umani, l’Egitto è però uno dei più importanti bastioni anti-Isis. Opporsi all’Egitto fino al punto di mettere fine agli scambi commerciali, sarebbe davvero irrazionale. Dopotutto l’Egitto non è che sia proprio la terra del diavolo: è un Paese autoritario come ce ne sono tanti. Se non volessimo fare affari con i Paesi autoritari, andremmo in bancarotta. Per non parlare del fatto che abbiamo relazioni persino con la Cina e la Corea del Nord, che fanno ben di peggio e con maggiore regolarità.

D’altro canto, non dobbiamo certo tacere di fronte alla morte ingiusta di un nostro connazionale. Né i nostri ideali democratici possono essere zittiti di fronte a interessi economici e politici. L’Italia, come Paese portatore di certi valori, deve imparare a farsi rispettare. Mirare ad Al Sisi, o pensare di mettere in ginocchio tutto l’Egitto per Regeni, non è realistico, né razionale. Ma l’Italia dovrebbe almeno ottenere giustizia sul ‘Macellaio’. E non sarebbe nemmeno necessario il caso Regeni per farlo. Se non sotto processo, che per lo meno se ne vada in pensione, quel generale ormai eredità d’altri tempi. In una moderna democrazia, gli aguzzini vanno in carcere, non diventano capo della polizia.

Le opinioni espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times. 

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