Il contadino analfabeta che sfida il colosso petrolchimico cinese

Wang Enlin nella sua camera (foto: NICOLAS ASFOURI/AFP/Getty Images).

Wang Enlin, un contadino di 64 anni, non è una persona istruita, ma per far fronte all’inquinamento chimico che minaccia il suo villaggio ha deciso di studiare Diritto da autodidatta. E oggi sfida davanti ai tribunali il gruppo chimico più importante della Cina.

La sua sola ‘arma’ è un testo sulla protezione dell’ambiente, che studia con l’aiuto di un dizionario nell’intento di ottenere un risarcimento.

Wang Enlin non ha dubbi: «In Cina, dietro ogni problema di inquinamento si nasconde un affare di corruzione». Wang insieme ad altri abitanti di Yushutun, nella provincia del Nordest Heilongjiang, ha denunciato la società Qihua accusandola di aver reso le loro terre inadatte all’agricoltura. La questione si trascina da sedici anni, ma nel febbraio 2017 c’è stata la prima vittoria: il tribunale ha ordinato all’impresa di bonificare la discarica dei prodotti chimici denunciata da Wang, e di versare 820mila yuan (circa 106 mila euro) a 55 famiglie come risarcimento per il mancato raccolto.

Ma l’industria ha fatto ricorso in appello e Wang, che con altri abitanti del villaggio si prepara a nuovi scontri nelle aule di tribunale, seduto nella sua modesta abitazione parla con sicurezza: «Noi vinceremo di sicuro: la legge è dalla nostra parte».

La battaglia di Wang mette alla prova i limiti della legge cinese sull’ambiente, modificata nel 2015 con l’obiettivo di facilitare i ricorsi dei cittadini contro le imprese inquinanti.
Qihua è una filiale del gigante statale ChemChina, il maggiore gruppo chimico della Cina, specializzata soprattutto nella trasformazione del petrolio grezzo. La crociata di Wang è iniziata nel 2001, quando le autorità locali hanno affittato 28 ettari di terreno per costruire una fabbrica con relativa discarica, senza il consenso degli abitanti, che accusano il colosso petrolchimico di scaricare i liquami nel terreno agricolo circostante.

LO STUDIO DEL DIRITTO

Wang Enlin dice di essersi sentito obbligato a imparare il Diritto, per affrontare il gigante industriale: un lavoro da autodidatta duro, per un modesto agricoltore, che ha lasciato la scuola a dieci anni, durante la Grande Carestia. Per accelerare la transizione verso il comunismo, Mao Zedong aveva infatti provocato un disastro economico-agricolo, affamando la sua gente e causando 36 milioni di morti: era il ‘Grande Balzo’. Racconta Wang: «L’istruzione in quel periodo non era ritenuta interessante: non era quella che poteva cambiare la sorte di una persona».

All’inizio della sua battaglia contro la Qihua, Wang ha trovato in una libreria un volume sul  Diritto dell’ambiente, ma ha impiegato numerosi anni per iniziare capire un minimo del testo, decifrando tutti i termini sconosciuti con l’aiuto di un vecchio dizionario malridotto.

21 agosto 2017, Wang nella sua camera a Yushutun. (Nicolas Asfouri/Afp/Getty Images)

Il viso serio ed emaciato, passa ormai tutto il suo tempo nella sua camera dai muri ammuffiti trasformata in aula: tutti i giorni riunisce gli anziani del villaggio per un piccolo corso di Diritto.

Nel 2013, un’associazione ecologista di Pechino ha riscontrato in quel terreno un livello di mercurio «incompatibile con l’agricoltura».
L’anno seguente, il ministero dell’Ambiente ha messo sotto indagine la Qihua, contestando inoltre alla fabbrica di aver chiuso e deviato gli scarichi verso un’altra zona. Ma il documento elaborato da Wang con l’assistenza di un’associazione giuridica, è stato accolto dal tribunale solo nel 2015.
Oggi l’agricoltore sta preparando da solo la contromossa in giudizio, cosa che gli procura frequenti visite alla polizia, che lo esorta ad abbandonare e a non parlare più coi giornalisti.

All’inizio di settembre 2017, un tribunale locale ha finalmente accettato la richiesta di Wang di presentare appello contro la decisione che annullava la vittoria iniziale. Commenta Wang Baoqin, un contadino del luogo: «Siamo semplici agricoltori, senza mezzi né potere, non si può vincere contro lo Stato, e ancora meno contro funzionari corrotti. Abbiamo deciso quindi di seguire un’altra via: attaccare l’impresa».

La ricercatrice Rachel Stern ha scritto in un rapporto che il numero di casi riguardanti l’ambiente trattati dalla giustizia in primo grado in Cina sono decuplicati. E alcuni hanno vinto la causa: nel 2015 un gigante petrolifero è stato condannato al pagamento di un milione e 680 mila yuan (pari a circa 220 mila euro) a ventuno pescatori la cui attività è stata compromessa dagli scarichi di idrocarburi.

Lo stabilimento petrolchimico di Qihua recentemente sembra non funzionare più: il terreno intorno è invaso dalle erbacce e non c’è traccia del bacino di scarico dei liquami. Ma nessuna pianta crescerà più qui, dice Wang Baoqin: «Può darsi che noi non otterremo mai giustizia in vita: facciamo tutto questo per le generazioni future».

 

Articolo in francese: L’histoire d’un paysan chinois non-éduqué qui voulait attaquer un site chimique dévastant sa région

Traduzione di Francesca Saba

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