Il ‘Mezzogiorno di buio’ della Corea

I soldati della Corea del Sud pattugliano lungo recinzione di ferro a Paju in Corea del Sud, nei pressi della Zona Demilitarizzata che divide le due Coree, il 19 dicembre 2011. (Yonhap/AFP/Getty Images)

Il mondo ora è tutto concentrato sulla guerra in Siria, sulla crisi dei rifugiati in Europa e sull’accesa discussione per le primarie americane; ma in estremo Oriente le due Coree stanno andando incontro a una catastrofe. 

Sebbene la penisola coreana abbia sperimentato il periodo migliore nei rapporti da otto anni a questa parte, gli ultimi sei mesi sono stati particolarmente tesi. Recentemente, infatti, la Corea del Nord ha condotto il quarto test nucleare e ha lanciato un satellite utilizzando un razzo a lungo raggio. La comunità internazionale ha reagito come di consueto, con condanne e l’imposizione di ulteriori sanzioni dal mondo intero. Anche la Corea del Sud si è unita al coro, ma questa volta è andata oltre: ha reciso l’ultimo importante legame economico con il Nord. 

Il complesso industriale di Kaesong rappresentava l’ultima eredità della politica ‘Alla luce del Sole’, un progetto che ha fruttato il premio Nobel al suo autore, l’ex presidente sudcoreano Kim Dae-jung. Fondato nel 2004, questo polo riuniva le imprese della Corea del Sud e la manodopera del Nord in un parco commerciale situato appena a nord della Zona Demilitarizzata, nell’antica capitale coreana di Kaesong. 

Ma la scorsa settimana il presidente sudcoreano Park Geun-hye ha staccato la spina. La Corea del Nord ha invece espulso i lavoratori del Sud e ha congelato loro i beni; inoltre ha anche tagliato le linee dirette di comunicazione che collegavano i due Paesi.
In questo modo, l’ultimo tentativo di cooperazione tra le parti si è spento come l’ultimo raggio di sole. Inizialmente il ministero sudcoreano dell’Unificazione aveva sostenuto che i proventi di Kaesong aiutassero il Nord a finanziare i programmi nucleari e missilistici. Ma poi il ministro ha fatto un passo indietro, ammettendo che il Governo non aveva queste prove. Tuttavia, questo non ha impedito al presidente Park di ripetere la stessa dichiarazione il giorno successivo.

A ogni modo, la picchiata dei rapporti nella penisola coreana sta già avendo un impatto regionale. La Corea del Nord ha annunciato, in risposta a un nuovo giro di sanzioni da Tokyo, che sospenderà le indagini sulle persone che aveva rapito dal Giappone negli anni 70 e 80. Inoltre, sia Cina che Russia sono preoccupate che la Corea del Sud adotti un nuovo sistema di difesa missilistica contro il Nord. Per questo motivo gli Stati Uniti hanno inviato quattro Stealth F-22 sopra la Corea del Sud, oltre a una portaerei, che ormai sono pronti per compiere un’esercitazione.

Quattro stealth F-22 sorvolano l’Osan Air Base a Pyeongtaek in Corea del Sud, il 17 febbraio 2016. (Jeon Heon-Kyun/Getty Images) 

Ma la questione più preoccupante è la sospensione di Kaesong. Il progetto rappresentava l’unico vero esempio di riunificazione coreana ante litteram: un modello in cui due Paesi molto diversi potevano gradualmente lavorare assieme verso obiettivi comuni. Kaesong è durata per più di un decennio, nonostante i test nucleari della Corea del Nord e lo spostamento politico a destra della Corea del Sud. È il simbolo del trionfo del pragmatismo sulla propaganda. 

Ma ora il presidente Park Geun-hye ha abbandonato tutti i suoi precedenti discorsi sul ‘trustpolitik’ (un approccio politico in cui la Corea del Sud avrebbe ripristinato i contatti culturali e l’aiuto al Nord, in cambio di un suo comportamento migliore): «adesso abbiamo bisogno di trovare una soluzione fondamentale per cambiare in modo efficace la Corea del Nord, ed è il momento di essere coraggiosi», ha dichiarato questa settimana, con parole che suonano piuttosto aggressive. 

Gli ottimisti dicono sempre che il buio viene prima dell’alba. Ma la penisola coreana è ben oltre l’alba e si sta dirigendo verso una resa dei conti a mezzogiorno. Eppure il cielo sembra sempre più buio. 

L’IMPORTANZA DI KAESONG 

Nel 2015, il complesso industriale di Kaesong ha dato lavoro a oltre 50 mila lavoratori nordcoreani e a oltre 800 dirigenti di 124 imprese della Corea del Sud. È stato il suo momento d’oro: per la prima volta, da quando è stato aperto oltre dieci anni fa, il complesso ha generato più di 445 milioni di euro di fatturato, derivanti perlopiù dalla produzione di scarpe, cappotti e prodotti elettrici, molti dei quali vengono venduti in Corea del Sud.
A Kaesong i lavoratori nordcoreani, perlopiù donne, guadagnavano l’equivalente di 135-142 euro al mese, mentre il governo nordcoreano guadagnava circa il 70-80 per cento del fatturato totale; molti stranieri hanno quindi concluso che il posto fosse una fabbrica di sfruttamento se non di schiavitù. 

Ma 26-42 euro al mese sono molti soldi per il Nord, se si considera la sua economia depressa e lo stipendio medio di un lavoratore in un’impresa statale: solo un dollaro al mese. Come ha detto recentemente Je Son Lee, disertore della Corea del Nord: «Quando vivevo ancora in Corea del Nord, si diceva: “Se una persona della famiglia lavora presso il Complesso industriale di Kaesong, può sfamare tutte le bocche”». Per non parlare di altri benefici al lavoro, come pranzi e spuntini.
Inoltre, le condizioni di lavoro a Kaesong erano migliori rispetto a qualsiasi altra fabbrica in Corea del Nord. Sebbene il Nord e i lavoratori della Corea del Sud mangiassero separatamente e avessero poche interazioni tra loro, il complesso, tuttavia, forniva un’opportunità senza precedenti di contatto umano.   

Purtroppo la comunità internazionale ha in gran parte trattato Kaesong come il figlio illegittimo delle relazioni tra le due Coree. Speriamo che i prodotti di Kaesong non passino furtivamente in altri Paesi coperti da accordi di libero scambio con la Corea del Sud. Un concetto che avevo già espresso a settembre: 

«Nonostante le preoccupazioni sindacali, l’Accordo di Libero Scambio che è entrato in vigore nel 2012, non ha offerto alcun beneficio a Kaesong. Gli Stati Uniti, assieme all’Unione Europea e alla Turchia, si affidano a una tavola rotonda per determinare se i prodotti provenienti da Kaesong siano ammissibili nell’ambito dell’Accordo di Libero Scambio. Finora, il comitato ha bocciato ogni prodotto». 

Inoltre, la Corea del Nord non è capace di attrarre notevoli investimenti stranieri nella zona, se non quelli sudcoreani. Eppure, paradossalmente, qui c’era qualcosa che gli statunitensi e i sudcoreani conservatori avrebbero dovuto sostenere subito. Kaesong è stata una chiara invasione capitalista in quello che molti considerano uno degli ultimi bastioni del comunismo in tutto il mondo (anche se preferisco pensare alla Corea del Nord come a un esempio di nazionalismo corporativo). Era una zona senza sindacati, e ai conservatori piace parlare della loro avversione per i sindacati (a eccezione, ovviamente, di quei Paesi dove vogliono che i lavoratori si organizzino e cambino il regime). Oltretutto, questa zona era nel bel mezzo di uno dei percorsi d’invasione della Corea del Nord verso il Sud e la scorsa settimana i militari del Nord hanno preso il controllo della zona. Mi chiedo in quale modo la chiusura di Kaesong rappresenti una vittoria per Seoul e Washington.

 

Hummer militari passano attraverso il ponte Tongil, un posto di blocco che porta alla zona industriale congiunta di Kaesong, a Paju in Corea del Sud, l’11 febbraio, 2016. (Ed Jones/AFP/Getty Images) 

LA MINACCIA DEL NORD 

Il senatore americano Bernie Sanders, quando è stato incalzato da Chuck Todd su MSNBC in uno dei dibattiti democratici in cui si discuteva quale fosse la più grande minaccia per gli Stati Uniti (Russia, Corea del Nord o Iran), ha scelto la Corea del Nord.
Di per sé non è stata una risposta insolita: dopotutto gli Stati Uniti continuano a collaborare con la Russia su una serie di questioni e ultimamente hanno stipulato un accordo nucleare con l’Iran. Nessuno a Pyongyang o a Washington vuole irritare Bernie per questa scelta. 

In realtà, la risposta completa di Sanders ha rivelato non tanto la sua ignoranza in politica estera (come hanno valutato gli esperti), ma quanto sia del tutto convenzionale il suo approccio: 

«Chiaramente la Corea del Nord rappresenta una situazione parecchio strana perché è un Paese molto isolato gestito da un pugno di dittatori, o forse solo uno, che sembra essere un po’ paranoico. E che ha le armi nucleari».

«E il nostro obiettivo qui, a mio avviso, è quello di lavorare e di appoggiarsi fortemente alla Cina per mettere maggiore pressione. La Cina è uno dei pochi grandi Paesi al mondo che sostiene in modo rilevante la Corea del Nord, e penso che abbiamo fatto tutto il possibile per fare pressione sulla Cina. Mi preoccupa molto un Paese paranoico e isolato, con le bombe atomiche». 

Sanders è favorevole all’aumento delle sanzioni contro la Corea del Nord e vuole che la Cina faccia altrettanta pressione. Ancora una volta, questo mette il candidato presidenziale democratico in buona compagnia. Infatti, il Senato ha approvato di nuovo le ultime normative sulle sanzioni con uno schiacciante 96-0, e il Congresso ha fatto lo stesso con un margine di 408-2. 

Ma c’è un problema in questa linea di pensiero. In primo luogo, se l’isolamento della Corea del Nord la fa diventare così pericolosa, viene da chiedersi per quale motivo un maggior numero di sanzioni internazionali renderebbe il Paese in meno pericoloso. Poi, in secondo luogo, se la Cina ha resistito alle pressioni per cercare di trasformare il suo vicino per più di due decenni, ci si domanda perché mai dovrebbe cambiare idea in questo momento. 

Personalmente non sono contento che la Corea del Nord abbia un programma di armi nucleari. E sono sicuro che anche la Cina non ne sia felice. Ma la nostra opposizione al programma non elimina magicamente le armi nucleari del Nord, né ulteriori sanzioni convinceranno la leadership di Pyongyang a cambiare idea – non più di quanto abbia fatto l’embargo economico contro Cuba a trasformare il suo sistema. La Corea del Nord è convinta che il mondo esterno voglia distruggerla (che non è una semplice paranoia) e un’arma nucleare è la sua unica sicurezza. 

I cinici sosterranno che la comunità internazionale ha tentato le strade dell’isolamento e del coinvolgimento, e che nessuna delle due ha funzionato. In realtà non è proprio così: la comunità internazionale si è dedicata anima e corpo all’isolamento e, nella migliore delle ipotesi, non ha mai creduto davvero alla politica del coinvolgimento. I politici l’hanno condannata per i test nucleari e i lanci dei missili, se non altro per coerenza con la politica di non proliferazione nucleare.

Ma a un certo punto, ancora una volta nell’interesse di tale politica, i protagonisti devono tornare al tavolo con la Corea del Nord per cercare di interrompere lo sviluppo delle sue capacità nucleari al loro attuale livello rudimentale. Ancora più importante, devono aumentare i punti d’impegno piuttosto che chiuderli. 

Il regime nordcoreano è nocivo in molti aspetti, ma una cosa è certa: anche se disarmato, alla resa dei conti del ‘Mezzogiorno di Fuoco’ non si ritirerà. E a meno d’iniziare a usare il dialogo, l’Asia orientale sarà immersa in un’oscurità molto più profonda di quella che esiste di notte in Corea del Nord. 

      Per saperne di più:

 

John Feffer è direttore di Foreign Policy in Focus (Fpif). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Fpif. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non necessariamente riflettono il punto di vista di Epoch Times. 


Articolo in inglese: ‘Darkness at High Noon in Korea

Top