Il 19esimo Congresso del Pcc e Xi Jinping l’intoccabile

Xi Jinping (S) e Jiang Zemin (D) (Getty Images)

Senza sorprendere nessuno, il 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese ha confermato Xi Jinping quale leader assoluto. Meno scontata, invece – e quindi attesa con trepidazione dagli osservatori – era la nuova composizione del Comitato Permanente del Politburo, che comprende gli uomini più potenti del Paese. Xi Jinping incluso.

Il Comitato Permanente è attualmente composto da sette membri. Il suo capo è il leader del Pcc e presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Prima dell’ultimo congresso, gli altri sei membri erano Li Keqiang, Zhang Dejiang, Yu Zhengsheng, Liu Yunshan, Wang Qishan e Zhang Gaoli.

Tra i membri attuali viene riconfermato Li Keqiang, primo ministro cinese e alleato di Xi Jinping. Invece Wang Qishan – altro cruciale alleato di Xi, e finora a capo dell’intero apparato di contrasto alla corruzione, che ha caratterizzato più di ogni altro fattore la leadership di Xi Jinping – se ne va in pensione per limiti di età. Tra gli analisti si era più volte ipotizzato che Xi Jinping avrebbe violato le regole per mantenere in carica un suo così prezioso alleato, ma non è successo. E non è noto se il motivo sia dovuto al fatto che Xi non sia riuscito a prevalere a sufficienza nei giochi di potere o se semplicemente non lo abbia ritenuto abbastanza importante. Al suo posto entra Zhao Leji, un altro collaboratore di Xi, che sostituirà Wang Qishan anche al vertice dell’organismo di contrasto alla corruzione.

Zhang Gaoli, Zhang Dejiang, Liu Yunshan e Yu Zhengsheng, quattro degli ex membri del Comitato Permanente che hanno perso il posto, erano alleati di Jiang Zemin, l’arcinemico di Xi Jinping. Sono stati sostituiti da tre alleati di Xi Jinping, ovvero Li Zhanshu, Wang Huning e Wang Yang. A prendere l’ultimo posto nel Comitato è Han Zheng, alleato invece di Jiang Zemin.

Di conseguenza, riesaminando il tutto, da un Comitato Permanente che fino a pochi giorni fa comprendeva tre membri della fazione di Xi Jinping e quattro della fazione di Jiang Zemin, si è passati a un Comitato Permanente composto di ben sei membri della fazione di Xi e uno solo della fazione di Jiang. È quindi evidente come questa sia una vittoria schiacciante per l’attuale capo assoluto della Cina.

COME FUNZIONA LA CINA SOTTO IL PCC

In Occidente quasi nessuno conosce il funzionamento della Repubblica Popolare Cinese. E il nome stesso di ‘repubblica’ contribuisce a creare confusione: è una dittatura? Ci sono delle elezioni?

Per certi versi, la Cina sotto il Partito Comunista Cinese, può assomigliare a una repubblica semipresidenziale, in quanto dotata di un presidente della repubblica (Xi Jinping) che detiene anche il potere esecutivo (a differenza del presidente delle repubbliche di tipo parlamentare, come quella italiana), e di un primo ministro, o premier (in questo momento Li Keqiang). Nelle democrazie occidentali, il primo ministro può dipendere dalla fiducia del Parlamento o del presidente della repubblica, e quest’ultimo è spesso eletto direttamente dal popolo. Ma in Cina il primo ministro non è scelto necessariamente dal presidente. E né il presidente della repubblica né il primo ministro sono eletti dal popolo. Ma, soprattutto, nemmeno i parlamentari sono eletti dal popolo.

L’organo omologo (si fa per dire) del Parlamento democratico, all’interno della Repubblica Popolare Cinese, è l’Assemblea Nazionale del Popolo: un organo legislativo (come un normale Parlamento) composto da membri di differenti partiti, con la differenza però che può solo ratificare decisioni già prese all’interno del Pcc; e gli altri partiti hanno un significato più che altro simbolico e di facciata, dal momento che sono in realtà sottoposti al partito comunista. Infine, i membri dell’Assemblea Nazionale del Popolo non sono affatto eletti dal popolo in generale ma da membri di certe associazioni ‘territoriali’ comuniste. Quindi l’intero operato e l’intera struttura di questo ‘parlamento’ sono sotto il totale controllo del Pcc, dalle elezioni alla formulazione delle leggi.

Per quanto riguarda la nomina del Comitato Permanente del Politburo e del segretario generale del Partito Comunista Cinese, la decisione viene presa a porte chiuse in base agli equilibri di potere tra le varie fazioni interne al partito stesso. Di conseguenza, l’allineamento dei membri del Comitato Permanente riflette sempre in pieno il livello di controllo sullo Stato detenuto dal leader.
Formalmente, tuttavia, il Politburo e il segretario generale del Pcc sono nominati dal Comitato Centrale del Pcc, i cui membri sono eletti dal Congresso nazionale del Partito. Ma i votanti sono controllati strettamente e il loro voto è, in pratica, predeterminato.

ISTITUZIONI VUOTE, OVVERO LE MODERNE SCATOLE CINESI DEL PCC

Il presidente della Repubblica Popolare Cinese, invece, è formalmente eletto dall’Assemblea Nazionale del Popolo, ma anche la sua nomina è decisa all’interno del Partito e solo formalmente ratificata da questo parlamento di facciata.

Al di là delle elezioni fasulle, una peculiarità di questa organizzazione dello Stato è il fatto che l’intero processo politico non parta dal popolo ma dal Partito. Solo i membri del Partito, infatti, votano i parlamentari, i quali votano il presidente. E nemmeno il primo ministro e il presidente della repubblica, che rappresenterebbero il governo e la repubblica stessa, sono eletti dal popolo, ma vengono nominati dagli organi del Partito.

La differenza con una repubblica parlamentare come l’Italia, per essere chiari, è che nonostante gli italiani non eleggano direttamente né il primo ministro né il presidente della Repubblica, eleggono i parlamentari, i quali a loro volta votano la fiducia al governo ed eleggono il presidente della Repubblica.
In Cina, invece, nemmeno i parlamentari sono eletti dal popolo, e quindi l’elezione delle massime cariche dello Stato da parte del popolo non è nemmeno indiretta: semplicemente non esiste.

Insomma l’elemento fondante della res publica, ossia la rappresentatività di chi detiene il potere – che, a sua volta, rispecchia una volontà dialettica condivisa tra le diverse fazioni sociali, basata sul voler comporre posizioni e interessi contrapposti al fine di evitare il conflitto fisico e di preservare le basi fondamentali del patto sociale – in Cina non esiste. Come d’altronde non esisteva nella vecchia Urss, un’altra nazione in cui l’unico elemento ‘repubblicano’ era quello contenuto nel nome.
Ovvio inoltre come, in uno Stato del genere, della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario identificata da Montesquieu – la base imprescindibile del moderno Stato di diritto – non possa sussistere nemmeno l’ombra. Al punto che per un occidentale risulta persino difficile capire quale sia l’effettiva ‘carica’ di Xi Jinping, che attualmente in Cina sembra essere il capo assoluto di tutto, una sorta di ‘intoccabile’.

Ma non potrebbe essere altrimenti: il Partito Comunista Cinese non ha preso il potere con una rivoluzione voluta dal popolo, ma ha letteralmente conquistato la Cina con la forza militare, nel contesto dei diversi anni di guerra civile cinese per la liberazione dalla dominazione giapponese.

In tutto e per tutto, quindi, il Pcc è un’entità esterna, mai investita né confermata al potere da un voto popolare. Una sorta di soggetto terzo che domina da settant’anni la Cina con metodi dittatoriali (spesso crudeli e sanguinari oltre ogni immaginazione) e che, avendo preso il totale controllo delle istituzioni e dell’istruzione delle masse, ha reso quasi impossibile al popolo cinese la distinzione tra nazione e Partito. E questo, sul piano politico e sociale, è l’inganno peggiore che un popolo possa subire.

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