Ikea, nuovo sciopero per le condizioni di lavoro

C’era una volta Ikea, il grande mobilificio famiglia dalla Svezia. Un’azienda amata dai suoi lavoratori per il codice etico all’avanguardia, e dagli italiani in generale, che grazie a lei riempivano di mobili e sorrisi le loro case. Poi, insieme all’eliminazione degli Azzurri dal mondiale per mano proprio degli scandinavi, tra Italia e Svezia è finito l’idillio. E così anche quello tra Ikea e gli italiani, siano essi i suoi dipendenti, sindacati o in qualche misura anche consumatori, sembra aver preso la stessa piega.

Per averne conferma, basta domandare alla schiera di lavoratori licenziati da Ikea per «futili motivi», come sottolinea il sindacato Flaica, con conseguente sciopero dei dipendenti del 15 dicembre nei negozi romani di Anagnina e Porta di Roma.
Parallelamente al problema dei «facili licenziamenti», c’è anche quello delle difficili condizioni di lavoro e delle gestioni salariali, per i quali è in programma un altro sciopero per la giornata di venerdì 22 dicembre a Pisa davanti al punto vendita Ikea, indetto dalle sigle Cgil-Cisl-Uil.

Problemi che, tuttavia, fa notare l’Rsu in una nota di dicembre, vanno avanti da diversi anni: «Negli ultimi anni non c’è stato verso di discutere con Ikea di quanto siano diventate insostenibili le condizioni di lavoro nei negozi, nonostante sia le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali, sia l’Rsu l’abbiano posto come tema prioritario negli incontri con l’impresa».
I punti di scontro tra sindacati e azienda, a livello contrattuale, hanno in passato riguardato la retribuzione di domenicali e festivi e la questione dei premi aziendali. E ancora oggi le parti discutono, secondo quanto riportano le sigle sindacali Cgil-Cisl-Ui, oltre che sulle procedure dei licenziamenti ‘facili’, anche sui rinnovi dei contratti nazionali, sulle pretese di massima flessibilità sugli orari, e sulla questione del lavoro durante i festivi, tutti fattori che andrebbero a incidere negativamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Per quanto riguarda i licenziamenti, il caso che più ha fatto scalpore negli ultimi giorni, tanto da essere finito anche in Parlamento, è stato sicuramente quello della mamma 39enne Marica Ricutti, che aveva richiesto maggiori flessibilità sugli orari in quanto uno dei suoi due figli, entrambi minorenni, aveva bisogno di cure sanitarie e lei era l’unica persona in grado di accompagnarlo nella struttura ospedaliera al mattino. Le è costato una lettera di licenziamento. Seguita da un’ondata di messaggi di solidarietà provenienti da tutti i poli della società.

In quell’occasione la multinazionale si era difesa, comunicando in una nota che la decisione era stata difficile ma necessaria, in quanto «negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio. Nell’ultimo periodo, in più occasioni, la lavoratrice – per sua stessa ammissione – si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili. Di fronte alla contestazione di tali episodi e alla richiesta di spiegazioni da parte dei suoi responsabili su questo comportamento, la signora Ricutti si è lasciata andare a gravi e pubblici episodi di insubordinazione».

La Flaica, nel comunicato dello sciopero del 15 dicembre, aveva a sua volta replicato: «Stiamo assistendo a una escalation di licenziamenti di persone con limitazioni lavorative, disabili e con figli invalidi che probabilmente, non essendo più performanti secondo gli “standard Ikea” vanno eliminati dall’azienda».

Situazioni molti simili vengono lamentate anche negli ambienti di altre grandi multinazionali in Italia, come nel caso di Amazon, o dell’aviolinea low cost Ryanair, come a voler indicare un comune atteggiamento, da parte di queste aziende, di forte pressione nei confronti dei propri dipendenti.
Una tendenza plausibilmente scaturita dalla crisi ma anche dall’attuale situazione di forte competitività nei rispettivi settori, che rende difficile alle aziende il rimanere con la testa fuori dall’acqua in condizioni di alta marea, a meno dell’adozione di strategie più aggressive che le aiutino a posizionarsi meglio sui mercati.

Sulla questione licenziamenti, la Filcams Cgil di recente ha persino inviato un appello all’ambasciata di Svezia, affinché solleciti la sua Società a riconsiderare le sue ultime decisioni, e con l’intento di «ripristinare un contesto di corrette relazioni sindacali e tornare ad affrontare nel merito le problematiche ad oggi irrisolte».

Nell’occasione dello sciopero del 15 dicembre però, l’azienda svedese ha tenuto a far notare in un comunicato che hanno aderito alla protesta solo «26 dipendenti su un totale di 489 lavoratori in turno» e che il servizio era stato «regolare per tutta la giornata in entrambi i negozi».
Sempre in un comunicato, Ikea tiene a mettere l’accento sui suoi valori e sul suo impegno a garantire il rispetto del codice etico, ricordando di essere sempre stata un’azienda «sensibile e rispettosa delle diversità», e che in Italia fa lavorare oltre 6.500 persone in oltre 21 punti vendita.
«I risultati della nostra indagine di clima interno, infatti, confermano che l’82 per cento dei nostri lavoratori si sente rispettato e valorizzato e l’83 per cento si dichiara orgoglioso di lavorare in Ikea e di farlo sapere», conclude l’azienda.
Questione di punti di vista, quindi.

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