III. La tirannia del Partito comunista cinese

Tirannia fotografata: poliziotti cinesi in divisa e in borghese arrestano circa 10 praticanti del Falun Gong, che si erano recati in Piazza Tiananmen per appellarsi pacificamente per la fine della persecuzione, 9 Novembre 2000 (Global Photos / Liaison)

Introduzione

La maggior parte dei cinesi, quando pensa alla tirannia, ricorda Qin Shi Huang (259-210 A.C.), il primo imperatore della Dinastia Qin, il cui governo oppressivo bruciava i libri di filosofia e seppelliva vivi gli studiosi confuciani. Il modo duro e violento con cui Qin Shi Huang trattava la sua gente prendeva il via dalla sua regola “sostenere il proprio potere con ogni risorsa esistente sulla terra”. [1] Questa regola aveva quattro aspetti principali: tassazioni eccessivamente pesanti, lo spreco del lavoro umano per progetti auto-celebrativi, torture brutali sotto leggi draconiane, e il controllo delle menti bloccando tutti i canali di libero pensiero e di libera espressione, bruciando i libri e bruciando vivi gli eruditi. Sotto il suo dominio furono uccisi migliaia di eruditi e migliaia di funzionari confuciani che criticavano il suo governo.

Oggi le violenze e gli abusi perpetrati dal Partito Comunista Cinese (PCC) sono addirittura più gravi di quelli della tirannica Dinastia Qin. La maggior parte della gente sa che la filosofia del PCC è quella della “lotta”. Mao Zedong, il primo leader del PCC dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), la mise giù chiaramente dichiarando: “Quello che fece Qin Shi Huang non fu granché. Seppellì vivi 460 intellettuali, ma noi ne abbiamo seppelliti 46.000. Ci sono persone che etichettano Qin Shi Huang e noi come una dittatura, e noi accettiamo entrambe le cose. È una realtà”.[2]

Diamo un’occhiata ai 55 ardui anni della Cina sotto il dominio del PCC. Poiché la sua base filosofica è la “lotta di classe” il PCC non ha risparmiato gli sforzi, dalla sua ascesa al potere, per commettere un genocidio di classe, ed ha raggiunto il suo regno del terrore tramite una politica di rivoluzione attraverso la violenza. Sono state usate uccisioni e lavaggi del cervello per eliminare ogni credo che si differenziava dalla teoria comunista. Il PCC ha lanciato un movimento dopo l’altro per dipingersi infallibile come una divinità. Seguendo le sue direttive di lotta di classe e di rivoluzione violenta, il PCC ha cercato di liberarsi dei dissidenti e delle classi sociali di opposizione, usando violenze e inganni per obbligare il popolo cinese ad asservirsi al suo dominio tirannico.

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