I pessimi affari cinesi nel mondo

PORTO DI GWADAR IN PAKISTAN SUL MARE ARABICO. La societa cinese Overseas Ports Holding ha affittato il porto fino al 2059 e ha già iniziato ad ampliarlo. La Cina sta cercando di rendere sicure le rotte commerciali lungo la cosiddetta Via della Seta marittima e il porto pakistano è un tassello importante del puzzle. (J. PATRICK FISCHER/CC BY-SA)

Da quando l’attuale leader del regime comunista cinese Xi Jinping è salito al potere nel 2012, la Cina ha avviato diversi progetti alquanto ambiziosi, come ad esempio la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (Aiib). Apparentemente lo scopo è favorire lo sviluppo economico, ma gran parte degli esperti ritengono che questa sia solo una delle ragioni dietro gli enormi investimenti cinesi esteri in infrastrutture.

Evan Medeiros, direttore delle ricerche su Asia-Pacifico presso l’Eurasia Group, nel corso del ‘Foreign Policy Association’s World Leadership Forum’ tenutosi a New York il 28 settembre, ha affermato che a suo modo di vedere «è evidente come la Cina abbia una strategia per sfruttare il suo potere economico e tutti i mezzi di cui dispone per guadagnare influenza politica». È per questo che la Cina insieme ad altri 56 Stati ha fondato la Aiib investendo 100 miliardi di dollari. Nel 2016 la banca ha stanziato 1.7 miliardi di dollari per la realizzazione di nove progetti localizzati perlopiù in Asia Centrale. Per Medeiros la strategia degli investimenti crea un rapporto di dipendenza senza scatenare un conflitto: «È un modello coercitivo ma non conflittuale».

Tra i casi in cui il regime comunista ha sfruttato l’economia a fini politici, si possono citare il divieto di esportazioni di ‘terre rare’ (elementi chimici che attualmente vengono impiegati per la costruzione di diversi dispositivi tecnologici) verso il Giappone nel 2010, e le limitazioni imposte nel 2012 alle importazioni dalle Filippine. Generalmente lo scopo di tali politiche è di favorire la strategia geopolitica del regime sulle dispute territoriali nel Mare Cinese del Sud e favorire gli sbocchi navali nell’Oceano Indiano. Secondo Medeiros «i cinesi stanno usando diversi metodi per impedire ad alcuni Paesi di entrare nel mercato cinese».

RISULTATI SCADENTI

A fronte degli enormi investimenti previsti per la realizzazione di progetti come la Nuova Via della Seta (BRI) e la Aiib, la questione cruciale è impedire ad alcuni Paesi di ricevere gli investimenti cinesi.

La Nuova Via della Seta è di gran lunga il progetto più ambizioso e sembra poter aiutare le economie dei paesi dell’Asia centrale: è stata annunciata da Xi Jinping nel 2013 e sebbene ci siano stime discordanti, il governo Cinese ha parlato di un investimento complessivo di 5 mila miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture in oltre 65 nazioni lungo la rotta commerciale marittima e quella terrestre: porti nello Sri Lanka, ferrovie in Tailandia, arterie stradali e centrali elettriche in Pakistan sono solo alcuni degli investimenti previsti.

L’idea a primo impatto è senz’altro allettante: migliaia di miliardi di dollari investiti in progetti infrastrutturali in regioni sottosviluppate (come lo è gran parte dell’Asia Centrale); in teoria, il commercio fiorirà, l’economia prospererà e la pace regnerà sovrana.

Ma gli esperti che hanno partecipato al World Leadership Forum ritengono che l’operazione comporti anche dei grossi rischi. Elizabeth Economy, responsabile per gli studi sull’Asia presso il Council on Foreign Relations ha ad esempio commentato: «Dopo quattro anni la Bri ha realizzato molto meno di quello che ci si aspettava. E se leggiamo i programmi del governo cinese, vediamo che appena un terzo delle promesse sono state realizzate».

Sebbene formalmente non faccia parte della Nuova Via della Seta, l’investimento da 3,6 miliardi di dollari per la costruzione della diga Myitsone in Birmania è un tipico esempio di fallimento di un progetto cinese in un Paese povero: la costruzione è rimasta ferma 6 anni perché le due nazioni non sono state capaci di accordarsi sulla realizzazione.

Secondo Daniel Rosen, cofondatore del Rhodium Group, un altro esempio di un iniziativa di sviluppo cinese non riuscita è il Venezuela: il regime di Pechino ha prestato 65 miliardi di dollari al travagliato Paese sud americano, «gran parte dei quali non saranno mai restituiti». Rosen ha anche ricordato gli scarsi risultati del regime cinese nel ricavare profitti dai propri investimenti: «Non sarebbe la prima volta che la Cina si lancia in grandiosi progetti che poi falliscono».

Articolo in inglese: China’s Takes Economic Risks to Gain Political Influence

Traduzione di Marco D’Ippolito

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