Guerra commerciale Washington-Pechino, fra dazi e rapine

I carri armati passano davanti a uno schermo vicino a Piazza Tienanmen durante una sfilata militare a Pechino il 3 settembre 2015. (Kevin Frayer/Getty Images)

Il Partito Comunista Cinese adotta da decenni un’elaborata strategia per derubare gli Usa con ogni mezzo: spionaggio, manipolazione di valuta, furti informatici e furto di proprietà intellettuale.

Il 22 marzo il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America Robert E. Lightizer ha dichiarato davanti al Comitato finanziario del Senato: «La tecnologia è probabilmente la parte più importante della nostra economia. […] Siamo arrivati alla conclusione che la Cina ha effettivamente messo in atto delle strategie politiche di trasferimento della tecnologia, di ottenimento di brevetti a un costo inferiore al loro valore commerciale, di capitalismo di Stato (come quando acquistano tecnologia negli Stati Uniti in maniera palesemente anti-economica), e infine di furti informatici».

L’obbiettivo di queste strategie era stato espresso chiaramente dal Pcc quando nel 1986 ha lanciato il Progetto 863: «Raggiungere e superare [l’Occidente, ndr]», si diceva. Il direttore del Dipartimento Usa di controspionaggio, infatti, ha dichiarato nel 2011 che il Progetto «finanzia e coordina le azioni per acquisire illegalmente tecnologia Usa e informazioni economiche sensibili».

Nel corso degli anni il Pcc ha lanciato iniziative e creato nuovi strumenti per i suoi furti. Per esempio, nel 2014 un’operazione del genere è finita sotto i riflettori della stampa mondiale: un gruppo di hacker dell’esercito cinese sono stati accusati di aver violato i sistemi informatici di alcune grandi aziende americane, e di aver rubato la loro proprietà intellettuale a vantaggio del regime comunista cinese.
Ma nemmeno dopo che il mondo ha scoperto l’esercito di hacker made in China, il Pcc si è fermato: ha solo cambiato tattica. Ha ridotto il numero degli attacchi hacker, ma i suoi hacker sono diventati più precisi. Ha anche varato nuove leggi per costringere le aziende straniere (americane in primis) che investono in Cina, a ‘condividere’ la propria tecnologia e il proprio know-how con le aziende ‘partner’ controllate dal Pcc, pena l’esclusione dal mercato cinese (in pratica un ricatto). Inoltre, all’inizio del 2016 regime di Pechino ha dato inizio a una nuova strategia di acquisizione e investimenti per accrescere la propria influenza in determinati mercati stranieri.

Una fonte ben informata ha confidato a questo giornale che il Pcc nel marzo 2017 ha iniziato a «inviare gruppi o individui negli Stati Uniti» per fondare aziende e stabilire partnership di ricerca con l’obiettivo finale di «riportare in Cina gli esperti o la tecnologia acquisita».

Queste strategie sono note da tempo agli ufficiali dell’esercito americano e al governo Usa, ma gli Stati Uniti finora non erano riusciti a reagire. Richard Fisher, membro dell’International Assesment and Strategy Center, nel 2015 commenta: «in un certo senso è molto chiaro, ma non vogliamo accettare quello che abbiamo sotto i nostri occhi».

Alla luce di questa strategia di rapina attuata dal regime cinese, appare ovvio per quale motivo l’amministrazione Trump abbia deciso di difendere l’economia americana imponendo dazi sulle importazioni cinesi per un valore compreso tra i 50 e i 60 miliardi di dollari all’anno.
Il rappresentante del Commercio Usa rilascerà a breve una lista dei primi 1.300 prodotti colpiti. Trump sta anche considerando la possibilità di imporre limitazioni agli investimenti cinesi, arma preferita dal regime cinese nella guerra economica contro l’America.

I 50-60 miliardi di dollari di dazi sono solo il primo passo verso la risoluzione del problema complessivo. Si stima infatti che il disavanzo commerciale tra Stati Uniti e Cina valga 375 miliardi di dollari. E, secondo il resoconto del 2017 della Ip Commission, l’economia americana perde 600 miliardi di dollari all’anno a causa dei furti di proprietà intellettuale. Furti di cui è colpevole in larga parte il regime cinese. E le stime maggiori indicano che le perdite causate dal furto di proprietà intellettuale cinese ammontino ad almeno mille miliardi di dollari all’anno.

Qualsiasi azione per fermare il furto di proprietà intellettuale del Pcc e gli squilibri commerciali, inoltre, dovrà tener conto della natura del regime comunista e dei suoi modus operandi: a complicare le cose c’è il fatto che il Pcc spesso nazionalizza organizzazioni apparentemente innocue per portare avanti la propria strategia.
In Cina la linea di confine tra aziende private, Pcc ed esercito non è affatto chiara: tutte le aziende con più di 50 dipendenti devono avere tra i propri dipendenti un rappresentante del partito comunista, e il regime usa regolamentazioni e politiche sui dati molto rigide per avere la certezza di mantenere il controllo assoluto sulle società.

Come se non bastasse, oltre agli hacker dell’esercito, che si introducono illegalmente nei sistemi informatici delle aziende per appropriarsi delle conoscenze tecnologiche, il Pcc spesso sfrutta le lacune giuridiche per approfittare del sistema liberale degli Stati Uniti. Nella sua ultima offensiva, il Pcc ha infatti mobilitato gli investitori cinesi, imponendo loro in che settori investire per allinearsi agli interessi del regime: investire sulle startup, fondare e finanziare conferenze sulla ricerca (in modo da poter accedere alle ultime scoperte) e istituire partnership o consolidare i legami con le università, per poter disporre degli studi più all’avanguardia.

In sintesi, l’obbiettivo del Pcc è sempre lo stesso, dall’inizio del Progetto 863: diventare la principale potenza mondiale e diffondere globalmente il proprio Modello economico-industriale comunista.

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