Google licenzia un dipendente per ‘reato di opinione’

Il logo di Google su un display fuori dal quartier generale di Google, il 2 settembre 2015, a Mountain View, California (Justin Sullivan/Getty Images)

Google licenzia l’ingegnere che, scrivendo una comunicazione interna, ha messo in discussione le restrizioni alla libertà di parola negli uffici dell’azienda, incoraggiando la promozione della diversità con mezzi alternativi alla discriminazione.

James Damore, l’ingegnere programmatore di Google che, lunedì 7 agosto, ha riferito a Bloomberg di essere stato licenziato, sta «attualmente vagliando tutte le vie legali possibili per fare ricorso»; mentre nel fine settima, le dieci pagine del suo appello, per una discussione onesta e razionale sulle politiche della diversità del colosso dell’informatica, hanno scatenato un putiferio su internet.

Avendo più ingegneri maschi alle sue dipendenze, Google discrimina apertamente per favorire le assunzioni di donne perché vuole apparire più inclusiva. James Damore, d’altra parte, ha fatto notare che questo divario può essere in parte dovuto a fattori biologici e a differenze sostanziali tra uomini e donne; a suo parere, la diversità potrebbe essere migliorata tenendo conto di tali differenze, rendendo Google un posto di lavoro ambito dalle donne stesse, piuttosto che attraverso politiche di assunzione discriminatorie che potrebbero portare a ripercussioni legali: «La discriminazione per raggiungere la parità di rappresentanza – ha scritto Damore – è ingiusta, discriminatoria e pessima per gli affari».

Ma questo intervento di Damore – secondo il comunicato rilasciato dall’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai – viola il codice di condotta aziendale perché promuove «stereotipi di genere nocivi»; tuttavia, il licenziamento di Damore non fa che rafforzarne il suo punto di vista sulla diffusa cultura discriminatoria che permea il luogo di lavoro di Google, dove sono tollerate solo le ideologie di sinistra, mentre i dipendenti con punti di vista conservatori vengono umiliati e minacciati per indurli al silenzio: «Ho ricevuto molti messaggi personali da colleghi di Google che esprimono la loro gratitudine per aver portato avanti questi temi molto importanti – ha scritto Damore, subito dopo che il suo comunicato è diventato virale – che loro approvano, ma che non avrebbero mai avuto il coraggio di dire o di difendere per la nostra cultura dell’umiliazione e per il rischio di essere licenziati».

La cultura di stroncare opinioni che non rientrino nel ‘politicamente corretto’, pur affermando un’apertura a una diversità di opinioni, prevale in una larga parte dell’industria tecnologica: oltre ai giganti Twitter, Facebook, Youtube, AirBnB, anche società più piccole, come Patreon e Mozilla, hanno intrapreso iniziative analoghe a Google per silenziare la libertà di parola in nome del ‘politicamente corretto’: un termine nato nei regimi comunisti degli anni trenta, ma che si è evoluto negli Stati Uniti fino a diventare uno degli strumenti preferiti dello schieramento politico di sinistra che include socialisti, democratici e progressisti.
Questa espressione è stata d’altra parte criticata per aver spento non solo dibattiti, ma anche riflessioni su argomenti importanti: «Il politicamente corretto vuole vietare la libertà di pensare – afferma Michael Walsh, giornalista e romanziere e autore di The Devil’s Pleasure Palace: The Cult of Critical Theory and the Subversion of the West [Il palazzo del piacere del diavolo: il culto della teoria critica e la sovversione dell’Occidente, ndt]– È quello che è: il fascismo della mente. La teoria è: se non lo puoi dire, non lo penserai».

Sul fronte opposto, Yonatan Zunger, l’ingegnere sulla privacy di Google scomparso recentemente, ha scritto un post sul blog critico nei confronti di Damore, ma che, inavvertitamente, ne confermava al tempo stesso il punto di vista secondo cui la cultura di Google è sufficientemente distorta da rispondere al comunicato del suo ex dipendente con false dichiarazioni, ostilità e persino violenza: «Capirai che a questo punto, in un piena coscienza non potrei mettere nessuno a lavorare con te? – ha scritto Zunger – Certamente non potrei incaricare nessuna donna di affrontare tutto questo, gran parte delle persone con cui dovresti lavorare potrebbe facilmente darti un pugno in faccia e anche se ci fosse un gruppo di individui con una tale mentalità da poterti affiancare, nessuno sarebbe in grado di collaborare con loro».

Zunger – confermando la preoccupazione di Damore che i suoi punti di vista sarebbero stati male interpretati – ha accusato l’ex collega di considerare (o di sospettare) le colleghe femminili «biologicamente inadatte al loro lavoro». Questo anche se Damore aveva esplicitamente affermato che la sua ipotesi sulle differenze innate può solo aiutare a spiegare in generale la differenza di rappresentanza, che non può essere però applicata individualmente: «Molte di queste differenze sono piccole e c’è una significativa sovrapposizione tra uomini e donne; quindi, non si può dire nulla su un individuo sulla base di questo tipo livellazione della popolazione – spiega Damore – Ridurre le persone alle loro identità di gruppo e considerare la media è una mera rappresentazione: ignora questa sovrapposizione (questa è una cosa negativa e io non l’appoggio)».

Il Capo della diversità di Google, Danielle Brown, ha risposto al comunicato di Damore semplicemente respingendolo: «Ho scoperto che ha avanzato ipotesi sbagliate sul genere – ha scritto in un comunicato inviato a tutto il personale – Non ho intenzione di allegarle al comunicato, perché non è un punto di vista che io o questa Società sosteniamo, promuoviamo o incoraggiamo».

Articolo in inglese: Google Fires Worker Who Exposed Discrimination, Gags Free Speech

Traduzione di Massimo Marcon

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