Gli Stati Uniti sono inamovibili. La guerra commerciale con Pechino non è più ‘fredda’

Il presidente degli Usa Donald Trump firma le sanzioni commerciali contro la Cina. 22 marzo 2018 (Foto: MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Quello che gli altri presidenti americani avevano solo minacciato a parole, Donald Trump l’ha fatto: è guerra commerciale, contro il regime cinese e le sue pratiche scorrette e illegali.
Le misure punitive di Trump includono delle restrizioni per gli investimenti cinesi negli Stati Uniti e l’imposizione di tariffe per un totale di 60 miliardi di dollari sui prodotti cinesi.

La Cina, in risposta, può giocarsi alcune carte. Quella già annunciata è l’imposizione di contro-tariffe dal valore di 3 miliardi su 128 prodotti americani che comprendono frutta, vino e carne di maiale.
In più, il ministro degli Esteri cinese ha anche dichiarato che prenderà «sul serio, qualsiasi azione intrapresa dagli Usa». «La Cina – ha spiegato – è il più grande mercato di esportazioni per gli aerei e la soia americani, e il secondo più grande per automobili e cotone».

Nascoste dietro questa presa di posizione del regime cinese, vi sono una minaccia ovvia e una più complessa. Quella ovvia è che Pechino imponga dazi su aerei e soia americani. Quella meno ovvia, come fa notare il Financial Times, è legata al fatto che la soia abbia anche un’importanza politica, dato che gli Stati americani che sono tra i maggiori produttori di questa pianta sono degli ‘Stati indecisi’ che hanno sostenuto Trump nell’elezione presidenziale del 2016. I funzionari cinesi ritengono che i coltivatori di soia americani, che hanno perso quote di mercato a favore del Brasile negli ultimi anni, siano particolarmente preoccupati. Molti contadini hanno subito le conseguenze del calo dei prezzi agricoli e se le esportazioni verso la Cina diminuissero anche solo del 10 per cento, questo porterebbe loro molti problemi.

IL MOTIVO DEI DAZI AMERICANI

Per decenni, le politiche cinesi protezioniste e che distorcono il commercio hanno indebolito la competitività delle imprese non solo americane ma di tutto l’Occidente. Inoltre il Partito Comunista Cinese impiega varie tattiche per il furto di informazioni: per esempio costringe le compagnie straniere in Cina a entrare in partnership con aziende cinesi (come condizione necessaria per entrare nel mercato) e a fornire a questi partner cinesi la propria tecnologia e know-how.
A queste aziende viene chiesto di spostare in Cina la propria produzione, ricerca, sviluppo e memorizzazione dei dati. Per anni, quindi, mediante le richieste di joint venture e le restrizioni agli investimenti, il regime ha provocato il trasferimento forzato della tecnologia e della proprietà intellettuale dalle imprese americane a enti cinesi.
Queste imposizioni hanno provocato danni al settore manifatturiero americano, all’innovazione e al lavoro. E hanno anche fatto diminuire le esportazioni americane e contribuito al deficit commerciale con la Cina.

Secondo una relazione del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America, dal 2010 il regime cinese ha più volte promesso che non avrebbe più posto il trasferimento delle tecnologie come condizione per l’accesso al mercato. Una promessa che non è mai stata mantenuta.

«Il governo americano, il popolo americano, le imprese americane sono davvero stufe del modo in cui il governo cinese fa finta di niente rispetto a quello che sta succedendo», ha affermato il parlamentare Mike Bishop, intervistato dall’emittente statunitense Ntd Television.
E in risposta alle preoccupazioni su vendette da parte della Cina, Bishop ha dichiarato lapidario: «Quale vendetta potrebbe mai avere un impatto peggiore di quello che stiamo vedendo proprio ora, con il costo del furto della nostra proprietà intellettuale?».

L’OPPOSIZIONE AI DAZI

La resistenza nei confronti del provvedimento di Trump viene soprattutto da chi verrà colpito negativamente dai dazi, tra cui associazioni di settore, giganti multinazionali, compagnie come la Apple che si basano sui pezzi elettronici prodotti in Cina. E anche da circoli politici e gruppi di ‘esperti’ favorevoli al Partito Comunista Cinese molto influenti a Washington.

Attualmente, diverse organizzazioni statunitensi che si occupano di economia hanno espresso la convinzione che i dazi sui prodotti cinesi porteranno l’effetto opposto a quello desiderato. Per esempio la Camera di Commercio degli Stati Uniti, che rappresenta più di 3 milioni di aziende, camere locali di commercio e associazioni di settore, ha emanato una nota in cui afferma che le tariffe potrebbero portare a guerre commerciali distruttive, con gravi conseguenze per la crescita economica degli Usa e per il mercato del lavoro. Se il governo degli Usa continuerà con questo piano, secondo la Camera di Commercio, le vite di consumatori, aziende, contadini e proprietari di grandi aziende agricole negli Usa saranno a rischio. A opporsi figurano anche degli economisti, come il premio Nobel 2011 Thomas Sargent e il ricercatore del Peterson Institute for International Economics Nicholas Lardy.

In questi 60 giorni, in cui il Dipartimento del Tesoro americano dovrà produrre specifiche misure per porre restrizioni agli investimenti cinesi volti al furto di tecnologia americana, il Dragone Rosso farà pieno uso dei cosiddetti «buoni amici del popolo cinese» che il Pcc ha coltivato per molti anni, anche noti come ‘Abbracciatori di panda’, il cui scopo sarà fare pressione lobbistica sulla Casa Bianca.
Al di là del soprannome ironico, gli Abbracciatori di panda sono un gruppo molto influente nelle decisioni americane sulla Cina. La loro più grande base operativa è il Comitato Nazionale sulle Relazioni tra Stati Uniti e Cina: numerosi suoi membri hanno anche ricoperto posizioni importanti nelle scorse amministrazioni americane. E dopo aver abbandonato queste posizioni, diversi di loro si sono uniti a gruppi di esperti e lobby. L’ex segretario di Stato Henry Kissinger ne è il leader: la sua azienda di consulenza Kissinger Associates ha raccolto molti ex funzionari di alto rango, tra cui J. Stapleton Roy, ex ambasciatore statunitense in Cina, e Lawrence Sidney Eagleburger, ex segretario di Stato.

Durante le presidenze sia di George W. Bush che di Barack Obama, gli Abbracciatori di panda hanno avuto forte influenza sulle relazioni Usa-Cina, e in determinati momenti cruciali sono riusciti a cambiare la direzione delle cose.
Ma il potere riconosciuto dalla Costituzione al presidente degli Stati Uniti non è poco. E l’amministrazione Trump sembra avere la volontà e la forza per poter cambiare rotta e riuscire a difendere l’economia del proprio Paese, riquilibrando al tempo stesso gli scambi commerciali a livello globale.

Naturalmente, in situazioni del genere non esistono soluzioni perfette capaci di raddrizzare le cose facendo tutti contenti e senza che nessuno paghi un qualche ‘prezzo’. Soprattutto alla luce di anni e anni di gestione, per così dire, ‘suicida’ dei rapporti commerciali internazionali (e questo vale non solo per gli Stati Uniti ma, con diverse gradazioni, per i governi di tutte le nazioni occidentali).

Ma rimane indiscutibile l’idea di fondo espressa da Mike Bishop: l’economia statunitense sta subendo – da oltre un decennio – colpi durissimi dalla guerra commerciale ed economica mossa dal regime comunista cinese. Una sorta di nuova guerra fredda fatta di dumping (fra l’altro basato su condizioni di lavoro che per gli standard occidentali sono al limite della schiavitù), spionaggio industriale, furto di proprietà intellettuale, ‘ricatti’ commerciali, hackeraggio e attacchi informatici.
Nessun politico o funzionario dello Stato che abbia un vero senso di responsabilità e di fedeltà nei confronti del proprio Paese può tollerare un simile scenario.

 

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