Gli iraniani in piazza a rischio della vita contro il regime islamico

Studenti iraniani protestano all’Università di Teheran durante la manifestazione del 30 dicembre 2017. (STR/AFP/Getty Images)

Migliaia di iraniani sono scesi in piazza per chiedere la fine del regime islamico, che da quattro decenni ha trasformato L’Iran in una dittatura. E quella che era nata come una manifestazione contro il carovita e la corruzione, si è immediatamente trasformata in una protesta contro il regime e il suo leader supremo Ali Khamenei.

Tra le poche immagini uscite dall’Iran, alcune mostrano donne sprovviste del velo islamico (hijab), un indumento che le donne devono indossare obbligatoriamente a partire dalla rivoluzione islamica del 1979. Una di queste immagini ritrae una ragazza senza velo, in piedi su un muretto, mentre sventola il suo hijab servendosi di un asta.

Da quando è stata fondata la Repubblica islamica nel 1979, le donne iraniane vivono in condizione di sottomissione: non è consentito loro lasciare l’Iran senza l’autorizzazione del marito, e in tribunale la loro testimonianza vale la metà di quella di un uomo.

Una donna iraniana sventola il suo hijab in segno di protesta nelle strade di Teheran. (Facebook)

In seguito alle proteste, le autorità iraniane hanno bloccato internet in alcune zone del Paese per impedire il diffondersi del malcontento e controllare più facilmente la diffusione delle informazioni. Il regime ha mantenuto la sua promessa reagire usando col «pugno di ferro». Secondo i dati ufficiali sarebbero morte 21 persone negli scontri e 450 sarebbero state arrestate. Ma visto il rigido controllo delle informazioni, è probabile che i numeri reali siano molto più alti.

La segretaria dell’ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha commentato la situazione dicendo che «il regime iraniano sta sperperando le ricchezze della popolazione per diffondere il fondamentalismo e il terrore all’estero, invece di ricercare la prosperità in casa propria. I prezzi dei beni di prima necessità e del carburante stanno aumentando, e il ‘corpo delle guardie della rivoluzione’ spende il denaro della nazione per finanziare gruppi militari all’estero e arricchirsi […] L’America attende con ansia il giorno in cui il popolo iraniano riconquisterà la sua libertà».

Dopo la fallita ‘rivoluzione verde’ del 2009, che ha avuto inizio dalle contestazioni per la rielezione del presidente integralista Mahmoud Ahmadinejad, sono state accertate numerose violazioni dei diritti umani: secondo quanto riportato da Human Rights Watch dei manifestanti sono stati uccisi, e tra gli arrestati alcuni sono stati torturati e violentati.

Diversamente dalle manifestazioni per le riforme del 2009, le recenti proteste sembrano più spontanee e non sembra che siano organizzate da leader che possano essere identificati e arrestati. Sebbene infatti ci siano rivendicazioni da parte di diverse classi sociali, i video postati sui social media suggeriscono che i giovani lavoratori rappresentino buona parte dei manifestanti. Un dato potrebbe destare la preoccupazione delle autorità, poiché era opinione comune che il ceto meno abbiente fosse più fedele al regime islamico, rispetto alla classe media scesa in piazza nove anni fa.

Studenti iraniani protestano all’Università di Teheran durante la manifestazione del 30 dicembre 2017. (STR/AFP/Getty Images)

Secondo i dati ufficiali, inoltre, il 90 per cento degli arrestati avrebbe meno di 25 anni: attualmente, molti giovani sono più interessati al lavoro e al cambiamento, che al fondamentalismo islamico e al sentimento anti-occidentale ai quali era legata la ‘vecchia guardia’.
Alcuni dei manifestanti hanno poi urlato «sia benedetto Reza Shah!», riferendosi allo Scia di Persia che regnò in Iran tra il 1925 e il 1941, e alla dinastia Pahlavi, rovesciata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, il primo leader del regime islamico.

SOSTEGNO DA PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP

Da quando il 29 dicembre hanno avuto inizio le proteste, il presidente americano Donald Trump e molti alti funzionari hanno espresso apertamente sostegno nei confronti dei manifestanti.

La sollevazione popolare in corso era sta predetta da Trump a settembre, quando, prima della 72esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva dichiarato che «il mondo intero comprende che la brava gente dell’Iran desidera un cambiamento. […] Verrà il giorno in cui la popolazione iraniana si troverà a un bivio: continuare sul sentiero della povertà, dei massacri, e del terrore, oppure tornare alle sue grandiose origini, a essere un importante centro per la civiltà, la cultura e il commercio, dove la gente possa tornare a  essere felice e prosperare».

Prima della rivoluzione islamica del 1979, l’Iran aveva una cultura vibrante e aperta nei confronti dell’occidente. Sebbene la libertà politica fosse limitata, la popolazione godeva della libertà di credo, e il Paese intratteneva buone relazioni con gli Stati Uniti e anche con Israele.

Dopo la rivoluzione islamica il governo ha scelto di adottare rigidamente la legge islamica: le donne sono considerate inferiori agli uomini nella maggior parte dei campi, e la violenza contro le donne non è solo tollerata ma viene promossa pubblicamente quando si tratti di punire alcuni ‘reati’.

Da quando si è insediato alla Casa Bianca, Trump ha preso diversi provvedimenti per opporsi al regime iraniano e più in generale al fondamentalismo islamico: ha deciso di non ratificare l’accordo nucleare con l’Iran, ma piuttosto di rinegoziarne alcune parti; ha incoraggiato i leader arabi a opporsi all’estremismo islamico, e, in particolare, l’Arabia Saudita a dare l’esempio all’intera regione, e ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e vi ha trasferito l’ambasciata Usa. Un provvedimento, quest’ultimo, che secondo la legge americana avrebbe dovuto essere attuato nel 1995.

Commentando i recenti fatti, Donald Trump ha anche diffidato il regime iraniano dal commettere abusi umanitari contro i manifestanti: «Gli Stati Uniti stanno osservando attentamente le violazioni dei diritti umani!» ha scritto in un tweet il 31 dicembre.
In un altro tweet pubblicato il 3 gennaio, il presidente americano ha poi scritto: «Rispetto profondamente il popolo iraniano perché si sta opponendo a un governo corrotto. Al momento opportuno vedrete grande supporto da parte degli Stati Uniti».

Il vice presidente Mike Pence aggiunge che gli Stati Uniti non ripeteranno lo stesso errore commesso nel 2009, quando non hanno sostenuto le migliaia di manifestanti che sfilavano per le strade: «L’America non ripeterà lo stesso vergognoso errore commesso in passato, quando siamo rimasti in silenzio di fronte all’eroica resistenza del popolo iraniano che combatteva contro il brutale regime […] Non possiamo e non vogliamo lasciarli soli nel momento del bisogno», ha scritto Pence in un tweet del primo gennaio.

Da membro della Camera, Pence nel 2009 era stato tra i promotori di una risoluzione che esprimeva «sostegno verso tutti i cittadini iraniani che abbracciano i valori di libertà, diritti umani, libertà civili e Stato di diritto». La risoluzione condannava anche le violenze commesse dalle autorità iraniane e dai militanti pro governativi nei confronti dei manifestanti.

L’ammiraglio Michael Mullen, Capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi tra il 2007 e il 2011, ha dichiarato in un’intervista con la Abc del 31 dicembre che l’amministrazione Obama nel 2009 «ha scelto di non dare tutto il sostegno che avremmo potuto dare. […] Mi auguro che oggi ci comporteremo diversamente cosi che l’Iran possa cambiare. […] Penso che sostenere il popolo iraniano sia senza dubbio la cosa giusta da fare».

Il governo iraniano mostra un missile balistico durante una parata militare, 22 settembre 2017 (STR/AFP/Getty Images).

Nell’aprile del 2009, l’amministrazione Obama aveva iniziato a gettare le fondamenta per i negoziati con l’Iran che alla fine sono risultati nel controverso Accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015. Grazie a questo accordo, il regime iraniano è rientrato in possesso di oltre 100 miliardi di dollari in asset bloccati per via delle sanzioni, e Obama nel 2016 ha autorizzato un ‘controverso’ trasferimento in Iran di 1,7 miliardi di dollari in contanti.

E sebbene molti iraniani sperassero che questi soldi avrebbero portato beneficio all’economia del Paese, gli osservatori ritengono che la maggior parte di questo denaro sia stato investito per potenziare l’esercito iraniano. Negli ultimi anni, infatti, l’Iran ha fatto grandi progressi nello sviluppo della sua innovativa tecnologia missilistica, ha continuato a intervenire nel conflitto nello Yemen e ad armare il gruppo terroristico Hezbollah in Libano.

Trump ha annunciato a Ottobre che la sua amministrazione intende rinegoziare alcuni dei punti critici dell’accordo, e includere alcune clausole riguardanti il programma di sviluppo missilistico dell’Iran. L’accordo autorizza infatti l’Iran a installare migliaia di centrifughe nucleari prima del 2026. E questo metterebbe il regime iraniano nella condizione di poter costruire una bomba atomica entro 6 mesi.

 

Articolo in inglese: Iranians Risk Their Lives Calling for End to Islamic Regime

Traduzione di Marco D’Ippolito

Top