Giappone e India, le alternative commerciali alla Cina

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Foto: Lintao Zhang/Getty Images)

Di David Kilgour*

Per un qualsiasi Paese democratico, discutere di un accordo sul libero commercio con uno Stato sempre più totalitario e plutocratico come la Cina – che tratta in modo orribile i propri cittadini tibetani, praticanti del Falun Gong, uiguri, cristiani, contadini, lavoratori urbani e altre comunità –  dovrebbe essere impensabile.

Il canadese Clive Ansley, che a partire dal 2003 ha lavorato per 14 anni a Shanghai come avvocato, afferma che il Partito Comunista Cinese opera da tempo al di fuori e al di sopra della legge: «La Cina è un brutale Stato di polizia – racconta – Attualmente c’è un detto tra gli avvocati e i giudici cinesi che credono davvero nello Stato di diritto […]: “Chi segue il caso non emette la sentenza; chi emette la sentenza non ha seguito il caso” […] Niente di quello che si viene a sapere nel ‘tribunale’ ha un qualsivoglia impatto sulla ‘sentenza’».

Ma nonostante tutto, considerando che il deficit commerciale degli Usa con la Cina, nei primi nove mesi del 2017 è stato di 274 miliardi di dollari, e che anche quello canadese è decisamente troppo alto, c’è chi – in entrambi i Paesi – ritiene che i beni e i servizi potrebbero ottenere un migliore accesso al mercato cinese mediante accordi bilaterali di libero commercio.

Molti altri, invece, sostengono che il Giappone, l’India e un Partenariato Transpacifico (Tpp) rivisto, con l’inclusione di varie altre democrazie che godono dello Stato di diritto, costituiscano la migliore possibilità commerciale per il Canada e gli Usa in Asia e nella zona del Pacifico. Trump non ha voluto il Tpp, ma un futuro presidente americano potrebbe riprenderlo in esame.

È anche cruciale la rinegoziazione, rapida e efficace, del North American Free Trade Agreement (Nafta). Gli Stati Uniti, il Canada e il Messico ora commerciano per più di 1.200 miliardi di dollari all’anno, e infatti canadesi e messicani sono i maggiori compratori delle esportazioni statunitensi. Milioni di consumatori e di lavoratori esperti in tutte e tre le nazioni hanno bisogno del Nafta per continuare su questa scia.

Se il governo Trump rinunciasse al Nafta, è probabile che si scatenerebbe il caos. Ma in ogni caso le attuali probabilità di condurre con successo le trattative a fine gennaio sono solo del 50 per cento. La Casa Bianca potrebbe anche farsi indietro utilizzando un ordine esecutivo.

Il Giappone, la terza economia al mondo, che ha aiutato molte nazioni in Asia, sembra stia rischiando di rimanere indietro rispetto all’India e al Tpp, per quanto riguarda il proprio peso commerciale, diplomatico e politico. Le elezioni di ottobre hanno riportato in carica il primo ministro Shinzō Abe e il suo Partito Liberaldemocratico, con 312 seggi su 465.

L’India, intanto, è diventata l’economia asiatica dalla crescita più rapida e ci si aspetta che per il 2022 superi la popolazione della Cina. Sotto la guida del primo ministro Narendra Modi, l’aumento di fiducia e il bisogno di investimenti stanno portando alla continua caduta delle barriere commerciali e relative agli investimenti.

Lo scopo del Tpp era di creare un gruppo che controbilanciasse il potere regionale della Cina e che migliorasse le capacità commerciali delle nazioni democratiche dotate di uno Stato di diritto, di economie sociali di mercato, di commercio equo e di libertà dei mari.

Modi ha scelto di far visita a Tokyo per rimproverare da lì la Cina per il suo comportamento in Asia, riferendosi in particolare all’aumento della presenza militare nel Mar Cinese Meridionale, ai metodi duri in Tibet, alle ambizioni territoriali nel nord indiano e altro: «Ovunque, attorno a noi, vediamo un modo di pensare espansionistico da 18esimo secolo: entrare nei confini di altri Paesi, intrudersi nelle acque degli altri, invadere altri Paesi e conquistare il territorio».

L’Australia, che è simile al Canada sotto molti aspetti ma che ha una consapevolezza maggiore della sfida alla sicurezza rappresentata da Pechino, ha sostenuto la coalizione emergente di Giappone e India. Nel primo dialogo a tre nel 2015, le tre nazioni hanno discusso a lungo della Cina e, secondo i giapponesi, c’è stato grande accordo sui problemi sollevati.

La partecipazione dell’Australia è significativa perché indica che le democrazie minori con interessi nel Pacifico non abbiano bisogno di scegliere tra la Cina e le loro alleanze tradizionali. L’Australia, infatti, ha un accordo di libero commercio bilaterale con Pechino, ma questo non significa che gli australiani siano ingenui e non si rendano conto di dover proteggere i loro interessi in ambito di sicurezza o non si rendano conto dei pericoli del dipendere troppo da un regime che valuta come un affronto qualsiasi tentativo di ostacolare le proprie ambizioni.

Nel complesso, l’economia globale sta migliorando e la disoccupazione sta scendendo in alcune nazioni, nonostante la speculazione e altre pratiche economiche da parte di Cina, Russia e altri. Il Canada dovrebbe ancora proseguire, in modo cauto, gli scambi con il Regno di Mezzo, ma la recente esperienza con il blocco del lancio delle negoziazioni sul libero scambio a Pechino indica che il commercio non può superare per importanza il perseguimento, giudizioso, degli interessi strategici del Canada e di chi ne condivide i valori.

In Asia, il Giappone, l’India e un Tpp rivisto costituiscono le migliori soluzioni commerciali per il Canada e gli Stati Uniti.

 

* David Kilgour è ex magistrato ed ex membro della Camera dei Comuni canadese. Durante il governo di Jean Chretien ha ricoperto la funzione di segretario di Stato e si è occupato di Africa, America Latina e Asia-Pacifico. È l’autore di molti libri. Con l’avvocato per i diritti umani David Matas ha scritto Bloody Harvest: rapporto sul prelievo forzato di organi ai danni dei Praticanti del Falun Gong in Cina.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: North America, Japan, India, and the Trans-Pacific Partnership

Traduzione di Vincenzo Cassano

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