Usa in bilico, rischi e incognite delle elezioni 2016

Ombre riflesse sulla bandiera americana. (Spencer Platt/Getty Images)

Le prossime settimane della politica americana saranno simili alla pausa di fine campionato di baseball. Le convention nazionali repubblicane e democratiche, rappresentano una buona occasione per fare un passo indietro ed esaminare le elezioni di quest’anno, che portano con sé cattive notizie per entrambi i partiti.

I repubblicani affrontano una difficile sfida elettorale. Se Hillary Clinton riuscirà a conquistare i voti della Florida (dove i sondaggi prevedono una sfida combattuta) del Distretto di Columbia e dei 19 Stati che hanno votato a favore dei democratici in ognuna delle ultime sei elezioni presidenziali, vincerà con ogni probabilità.

Una vittoria di Donald Trump, invece, è tutt’altro che fuori questione. Il candidato repubblicano deve mantenere il supporto degli elettori bianchi – specialmente della classe operaia bianca degli stati dove ci sarà maggior battaglia – e provare a ottenere consensi fra gli elettori non bianchi. E deve sperare che il terzo candidato indipendente riesca a portare via più voti alla Clinton che a lui.

Trump si è mosso attraverso le primarie repubblicane affrontando la rabbia e i malcontenti degli elettori sorti durante l’anno. Il suo parlare di un sistema ormai fallito, la sua empatia e i suoi modi sfacciati hanno riscosso consensi da molte persone. La sua abilità di dominare l’agenda mediatica senza una cospicua spesa pubblicitaria è una dote straordinaria. E nonostante sia un periodo difficile per la sua campagna, i sondaggi lo hanno visto in crescita nei consensi.

D’altro canto il Partito Repubblicano è diviso e fuori dai giochi. I suoi leader stanno passando dei momenti difficili a causa della candidatura di Trump.
Un considerevole numero di celebrità repubblicane cercano scuse per non partecipare alla convention, il che è sorprendente: le convention sono il luogo dove i partiti accendono la loro fede e convergono per le elezioni generali, annunciando il candidato ufficiale. Starne alla larga è chiaramente sintomo di un problema.
Ogni ‘rivolta’ durante la convention equivale a un suicidio, sebbene, fortunatamente per il Great Old Party [è il soprannome del partito repubblicano, ndt], i mesi fra agosto e novembre in politica sono un’eternità.

Tuttavia i democratici non dovrebbero rilassarsi, data la loro situazione: per prima cosa, sotto il livello presidenziale il partito è in lotta; dal 2008, i democratici hanno infatti perso 69 seggi alla Camera, 13 seggi al Senato, 12 governatori e più di 900 seggi nelle assemblee dei differenti Stati. 
I due più importanti democratici di quest’anno, Hillary Clinton e Bernie Sanders, sono entrambi avanti con l’età: la Clinton ha 68 anni mentre Sanders 74. Sebbene il Presidente Obama sia relativamente giovane, i suoi anni in carica non hanno dato il via a una nuova generazione di leader democratici a livello nazionale.

E sebbene la strada della Clinton per la presidenza possa essere più ampia di quella di Trump, questo non significa che sia lei la più forte candidata, perlomeno non in questo anno così particolare.

La sua strategia si conforma a dichiarazioni rilasciate in modo chiaro e accurato, esprimendo posizioni ad effetto su una grande varietà di problemi correnti che generalmente ottengono poca attenzione dalla stampa. Nel momento in cui gli elettori cercheranno un cambiamento, lei apparirà come un passo obbligato sulla via delle riforme necessarie.

E sebbene la decisione dell’FBI di non procedere penalmente nei suoi confronti per la gestione delle e-mail quando era segretario di Stato, la questione ha chiaramente gravato sulla sua immagine. È arrivata alla soglia di queste elezioni con la necessità di dover affrontare molti dei suoi elettori che semplicemente non credono più in lei: in politica, non puoi dire a qualcuno di fidarsi di te, la fiducia te la devi guadagnare, centimetro per centimetro.

Inoltre, se Trump al collegio elettorale deve affrontare problemi matematici, anche la Clinton deve affrontare una complessa equazione: è estremamente difficile per un partito politico vincere per il terzo mandato consecutivo le elezioni per la Casa Bianca. L’ultima volta che è successo è stato 28 anni fa, quando George H.W. Bush è succeduto a Ronald Reagan. La volta precedente si era verificata nel 1940 con Franklin Delano Roosevelt.

Il voto degli inglesi sul Brexit ricorda che il risentimento e la rabbia possono volare sotto i radar. E Washington, dove ci sono soldi ovunque ti giri, è un facile bersaglio per il populismo del «riprendiamoci il nostro Paese»: i movimenti anti-istituzionali e anti-Washington recuperati sia da Sanders che da Trump dovrebbero rendere le cose complicate per entrambi i partiti.

Quello che rimane, è il corso preso da queste elezioni, che hanno dato massima rilevanza al rumore e alla rabbia al prezzo di un vero impegno verso i problemi che gravano sul Paese. E in questo, siamo tutti perdenti.

Lee Hamilton è direttore del Center on Congress all’Università dell’Indiana; illustro studioso all’ IU School of Global and International Studies; professore alla IU School of Public and Environmental Affairs. É stato membro della Camera dei Rappresentanti per 34 anni. Autore di due libri: “How Congress Works and Why You Should Care” e “Strengthening Congress”.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Articolo in ingleseWhere the Election Stands

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