Donna racconta le torture del più noto campo di lavoro cinese

Una schermata dell’inizio di un lungo e dettagliato articolo pubblicato dal Lens Magazine il 6 aprile 2013 sulle torture nel campo di lavoro Masanjia, nel Nord-Est della Cina. Intitolato Leaving Masanjia [Lasciare Masanjia, ndt], l’articolo è rimasto online sul sito web della rivista per diversi giorni. (Screenshot via The Epoch Times

Il Masanjia Labor Camp è stato recentemente sotto la luce dei riflettori in Cina, dopo che il 6 aprile Lens Magazine ha pubblicato un resoconto sulle torture eseguite in tale luogo. Una praticante del Falun Gong ha recentemente riferito a The Epoch Times quello che ha visto e sofferto al campo.

Situato nella provincia del Liaoning, nel Nord-Est della Cina, il Masanjia è noto per essere un luogo brutale, specialmente verso i praticanti del Falun Gong, i quali costituiscono la maggioranza della sua popolazione. Nel luglio 1999 Jiang Zemin, l’allora capo del Partito comunista, ha iniziato una campagna per sradicare il Falun Gong a causa della paura per la popolarità della disciplina spirituale e il Masanjia ha svolto un ruolo di primo piano in quella campagna.

La signora Xie è sopravvissuta diciassette mesi al Masanjia. Il suo calvario è iniziato nel novembre 2005, quando un gruppo di poliziotti in borghese, travestiti da lettori del contatore dell’acqua, l’hanno rapita.

Dopo essere entrati in casa sua, l’hanno picchiata fino a farle perdere conoscenza e hanno confiscato i suoi beni. La signora Xie è stata in seguito arrestata senza un mandato o un’accusa. Non le era né permesso vedere la sua famiglia, né avere un avvocato che la potesse rappresentare.

Espianto forzato d’organi

La signora Xie ha fatto lo sciopero della fame per quindici giorni, successivamente è stata portata con la forza al Masanjia Women’s Forced Labor Camp [Campo di lavoro forzato femminile di Masanjia, ndt]. Là è venuta per la prima volta a conoscenza della procedura di espianto forzato di organi da praticanti del Falun Gong per l’utilizzo nei trapianti.

Prima di subire un esame fisico, alla signora Xie è stato falsamente detto che se non fosse stata abbastanza sana le sarebbe stato concesso di tornare a casa.

Con sua sorpresa, l’esame fisico è stato molto approfondito, infatti includeva: raggi x, test cardiologici ed epatici, un’ecografia, esame del sangue, esame delle urine, ecc. Ha pensato che era oltretutto molto strano che una siringa di grandi dimensioni venisse utilizzata per prelevare il sangue.

Volevano veramente prendersi cura dei detenuti al Masanjia Forced Labor Camp? Ovviamente no. Al Masanjia, torturare i detenuti era una procedura comune e le torture erano particolarmente crudeli per i praticanti del Falun Gong che si rifiutavano di abbandonare il loro credo.

Durante la sua detenzione, la signora Xie ha trovato un’altra cosa molto strana. Alcuni praticanti incrollabili, che si rifiutavano di abbandonare il Falun Gong e che venivano spesso torturati, improvvisamente sono scomparsi senza lasciare traccia.

«Le loro pene detentive non erano finite e tutti i loro averi sono rimasti nel campo», ha detto.

Quando ai famigliari di una praticante del Falun Gong, di nome Liu Mingwei, dopo essere giunti al campo per farle vista è stato rifiutato l’ingresso, hanno cominciato a gridare che avrebbero esposto al mondo l’operazione raccapricciante di espianto forzato di organi da persone vive, se i funzionari della prigione avessero continuato a impedirgli di vedere loro figlia.

In quel momento, la signora Xie si è ricordata quello che la polizia le diceva spesso: «Se non rinunci alla pratica [del Falun Gong, ndr], verrai mandata su per il camino [la canna fumaria di un forno crematorio, ndr]».

Pensava che questa fosse una minaccia di morte molto seria, ma fino a prima, non era a conoscenza dell’espianto di organi.

Guardando al passato, la signora Xie ora ricorda un avvertimento che un poliziotto le aveva dato poco dopo l’inizio della persecuzione.

Nell’ottobre del 1999, insieme a suo figlio di sei anni, si era recata a Pechino per fare appello per il diritto di praticare il Falun Gong. Prima del loro arrivo presso lo State Bureau of Letters and Calls— il dipartimento di funzionari del Governo dove esporre denunce sugli illeciti dello Stato — sono stati arrestati e detenuti in una stazione di polizia vicino a piazza Tiananmen.

Vedendo che aveva un bambino di sei anni con lei, un agente di polizia che sembrava essere una persona di buon cuore le ha detto: «Fai attenzione con un bambino così piccolo. Se date i vostri nomi, vi invieranno in un campo di concentramento. Nessuno potrà mai più rivedervi. Una volta che sei dentro, non c’è modo di uscirne».

Molti praticanti del Falun Gong hanno evitato di fornire i loro nomi al momento dell’arresto, al fine di proteggere le loro famiglie, amici e colleghi da possibili rappresaglie. Gli investigatori sulle atrocità del prelievo forzato di organi hanno da tempo riferito che questi detenuti anonimi sono una popolazione molto vulnerabile.

Dato che erano rimasti anonimi, nessuno all’esterno poteva trovarli. I loro organi possono essere espiantati senza che la polizia rischi di essere scoperta.

Preoccupata per il benessere di suo figlio e terrorizzata dopo aver subito torture fisiche e mentali, la signora Xie ha dato il suo nome alla polizia di Pechino.

La signora Xie è stata rilasciata dal Masanjia nel marzo 2007 e poco dopo si è incontrata con Li Shiying, un ex-collega. Durante una loro conversazione, Li ha detto che sua moglie aveva appena avuto un intervento chirurgico di trapianto di fegato al 301 Hospital (l’ospedale generale dell’esercito di liberazione del popolo).

Dal giorno in cui sua moglie è stata ammessa fino al termine della chirurgia sono passati solo 21 giorni. «Il medico ci ha detto che il fegato era sicuramente sano poiché è stato donato da una persona che praticava qigong», ha spiegato Li.

Sentendo questa storia, il cuore della signora Xie ha avuto un sussulto. Si era resa conto che anche lei doveva essere stata sulla lista dei potenziali donatori di organi vivi stilata dal regime cinese. Dopo l’insolito esame fisico che ha subito, probabilmente le informazioni su tutti i suoi organi sono state inserite in un database.

Torture

La signora Xie ha detto al giornalista di The Epoch Times che c’erano molti metodi di tortura impiegati nel Masanjia Labor Camp. Oltre alle «panche della tigre», all’isolamento, al «volare come un aereo» e ai letti della morte, c’erano anche una prigione d’acqua e una prigione sotterranea. Coloro che venivano picchiati a morte venivano considerati morti per suicidio o malattia.

La signora Xie ha visto la prigione d’acqua con i propri occhi: «La prigione d’acqua era situata sotto il locale caldaia. Era riempita d’acqua. Quando le persone venivano bloccate all’interno della prigione, potevano solamente tenere la testa in giù, dato che [la prigione, ndr] non era abbastanza alta — ha detto — Tuttavia, l’uso della prigione d’acqua è stata esposta dai praticanti della Falun Dafa fuori della Cina, così nel 2005 l’acqua è stata fatta defluire e la prigione è stata abbandonata».

La signora Xie ha sentito parlare di una prigione sotterranea in un magazzino del Masanjia da altri praticanti.

Una volta Minghui.org — un sito web del Falun Gong — ha ricevuto una lettera da parte di qualcuno che è stato perseguitato nel Masanjia, sostenendo che tra il maggio e giugno del 2012 la polizia aveva aperto una grande fabbrica a Masanjia costringendo i praticanti del Falun Gong imprigionati a pulirla.

Durante il processo di pulizia, qualcuno ha scoperto una grande asse di ferro che produceva un forte rumore quando la si calpestava. I praticanti del Falun Gong hanno tirato via l’asse di ferro trovando un grande buco nero sottostante che emetteva un gas putrido. Una maglia di metallo e delle ringhiere in ferro coprivano il buco.

Successivamente hanno scoperto quattro o cinque fori simili a quello. La porta che dava verso i fori neri era nel centro della parete posteriore del grande magazzino. Quando hanno aperto la porta, hanno percepito una notevole energia negativa provenire dal suo interno.

La signora Xie è stata torturata in molti modi estremi. Ricorda che la polizia le ha più volte detto: «C’è una regola sulla morte qui al campo. Se si muore, si muore a causa di malattia. Percuotere a morte viene considerato come suicidio».

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Articolo in inglese: Woman Recounts Torture in Most Notorious Labor Camp in China

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