Diritti umani in Cina: ucciso dopo 17 anni di persecuzione

Sun Yi (Courtesy of Sun Yi’s Family)

Il Partito Comunista Cinese non perdona chi resiste all’ateismo di Stato. E non perde occasione per distruggere le vite dei cinesi che coltivino un credo spirituale o credano e pratichino realmente una religione. In questo senso, il percorso di Sun Yi è macabramente perfetto per descrivere la persecuzione che i praticanti del Falun Gong (come molti altri prigionieri di coscienza) devono affrontare dal 1999.

Sun Yi è una delle centinaia di migliaia di vittime dell’ateismo di Stato del Pcc. Nato nel 1966 nella città Taiyun, era un mite e magro ingegnere di Pechino, che nel 2008 era stato condannato ai lavori forzati in quanto praticante del Falun Gong, un’antica disciplina spirituale odiata dal Pcc.
Era stato mandato nel temutissimo campo di lavoro forzato per nemici politici noto col nome di Masanjia, dove a rischio della vita era riuscito a inserire in vari oggetti decorativi di Halloween prodotti nel campo e destinati all’esportazione estera, la sua storia e una richiesta di aiuto, che dopo quattro anni (nel 2012) aveva raggiunto una donna americana dell’Oregon, che aveva acquistato il prodotto.

La lettera di Sun Yi trovata da Julie Keith (per concessione di Julie Keith)

Ironia della sorte, l’oggetto poi acquistato nei magazzini Kmart era una lapide di polistirolo per la festa di Halloween: e quella di Sun Yi è effettivamente una storia di morte e demoni. Ma è anche una storia di coraggio, che ha reso questo piccolo ingegnere il simbolo di una forza interiore e della capacità di donare la propria vita per i propri amici, un uomo degno di una vera fede religiosa.

SUN YI, UNA VITA DISTRUTTA DALLA PERSECUZIONE

Sun Yi nel 2008 è stato arrestato dalla polizia di Pechino per aver diffuso materiale e fornito stampanti per la produzione di materiale attinente al Falun Gong, la disciplina spirituale che praticava. Successivamente è stato condannato, senza processo, a 2 anni e mezzo alla «rieducazione per mezzo del lavoro» (laogai) nei di campi di lavoro forzato, con l’accusa di «sovversione dei poteri dello Stato e dell’ordine sociale».
All’inizio era stato mandato al campo di lavoro di Pechino ma nel 2008 c’erano le Olimpiadi a Pechino e il governo, per nascondere al mondo le violazioni dei diritti umani che da decenni hanno luogo in Cina, aveva deciso di fare piazza pulita di tutti i dissidenti. Per evitare ogni possibile manifestazione e protesta, il regime comunista cinese aveva ordinato decine di migliaia di arresti, che avevano riempito fino al collasso le carceri e i campi di lavoro di Pechino di migliaia di cristiani cattolici, avvocati di diritti umani e praticanti del Falun Gong; molti erano perciò stati traferiti o venduti nei campi di lavoro di altre città o regioni.
Sun Yi era stato uno di questi: era stato venduto al campo di lavoro forzato di Masanjia, nella provincia di Liaoning al prezzo di 1.000 yuan (circa 130 euro). Questo era il prezzo di un uomo adatto al lavoro; 800 yuan (100 euro circa) per i meno giovani o malati.

Il campo di Masanjia, nella città di Shenyang, ex campo di lavoro sovietico per prigionieri politici, era passato al Pcc, dopo la sua ascesa al potere, per correggere «i controrivoluzionari» o «gli elementi di destra»; da molti era stato definito «l’inferno in terra» e le guardie ad esso destinate «piccoli demoni dell’inferno» per la crudeltà e la brutalità che in esso vivevano i prigionieri.

Il campo di lavoro di Masanjia

Sun Yi è stato nel campo di lavoro forzato per due anni, fino al 2010. Da lì, grazie all’aiuto di un altro prigioniero che a rischio della vita aveva rubato una penna e un pezzo di carta, era riuscito a scrivere varie lettere da inserire negli oggetti prodotti dal campo destinati all’esportazione. Erano infatti vietate, pena un crudele pestaggio che spesso portava alla morte, la diffusione di oggetti personali quali orologi, penne, matite e carta. Ed è stato proprio uno di questi fogli di carta, scritto a mano di nascosto e inserito in una bara di gommapiuma per le decorazioni di Halloween, ad arrivare nei magazzini Kmart in Oregon nel 2012, quattro anni dopo e a 9.000 chilometri di distanza.

IL PREZZO DI UNA VERA FEDE SPIRITUALE

Sun al tempo era già stato scarcerato da due anni (il 25 agosto 2010), ma continuava a subire la persecuzione del Pcc: aveva perso il suo lavoro di ingegnere, aveva la fedina penale macchiata (fatto che gli impediva di trovare un lavoro migliore), un corpo straziato dalle torture subite e la polizia alle calcagna che periodicamente lo minacciava, lo pedinava e gli perquisiva la casa.
Uscito dal campo aveva 45 anni, ma la moglie ricorda che aveva i capelli bianchi e sembrava un anziano. Ma quello che spaventava di più la moglie di Sun, era che essere ritornato a casa non fosse un sollevo: qualsiasi cosa esponeva entrambi al pericolo di essere presi e portati in un centro di lavaggio del cervello, in un altro campo di lavoro o in carcere. Perché finché avesse continuato a praticare il Falun Gong era in costante pericolo, e qualsiasi cosa poteva essere ‘una prova di colpevolezza’: un pezzo carta, un appunto, un cd, una telefonata, un incontro con amico.

Infatti, come prima dell’arresto, Sun non aveva mai smesso di praticare il Falun Gong e aiutava altri praticanti a produrre i materiali di studio della disciplina o di spiegazione in cosa consista la pratica. Inoltre grazie alla sua competenze di ingegnere ed esperto di computer, aiutava le persone a imparare a usare il computer. E soprattutto li aiutava a installare nei loro Pc un particolare software per aggirare la censura su internet e il Grande Firewall con cui dittatura di Pechino isola il popolo cinese dal resto mondo.

La determinazione di Sun non è stata mai scalfita nonostante le terribili torture subite a Masanjia e le persecuzioni continuate a casa dopo il rilascio. Ma a dicembre del 2016, dopo l’ennesimo arresto che aveva portato al crollo psicologico della moglie (che aveva smesso di praticare il Falun Gong a causa dell’enorme pressione subita) appena rilasciato aveva deciso di trasferirsi in Indonesia.

Prima di morire, Sun ha rilasciato varie interviste, testimonianze, video e racconti dell’esperienza subita a Masanjia: un’intervista del 2013 all Cnn in cui non aveva rivelato la sua vera identità per motivi di sicurezza, e altre successive con il suo vero nome, dopo essere andato via dalla Cina.

I LAOGAI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE

Nel suo resoconto del campo di Masanjia, Sun Yi racconta: «le persone dovevano lavorare 15 ore al giorno senza riposo settimanale nè vacanze. In caso di protesta venivano torturate, picchiate e screditate alla presenza degli altri. Dicono che ci sia uno stipendio, ma io non l’ha mai visto, né nessun’altro l’ha mai ricevuto. Non avevamo neanche i soldi per comprare la carta igienica. Eravamo isolati dal mondo. Non sapevamo nemmeno se ce l’avremmo fatta a sopravvivere. Eravamo disperati, ma anche piangere era proibito».

«Le immagini di Marx e Mao erano appese nell’atrio della terza camerata. C’era un tavolo con dei fogli nel mezzo: a ogni praticante del Falun Gong era richiesto di firmare una dichiarazione in cui giurava di rinunciare alla pratica. Poi doveva insultare il Falun Gong e il Maestro e giurare di sostenere fermamente il Partito Comunista Cinese».

«Per qualche tempo, questo era diventato il ‘rituale’ di ogni giorno. Mentire e tradire costantemente erano gli unici modi sicuri per sopravvivere. Tra di noi detenuti, “Non trattare te stesso come una persona” è diventato il mantra dei campi di lavoro».

Costretti a mentire, a insultare il proprio maestro spirituale e i genitori, a cantare canzoni comuniste. Questa era la quotidianità di un laogai.
Sun pensava che questa «scarnificazione spirituale» fosse più brutale del prelievo forzato degli organi di cui aveva sentito parlare. Quindi a un certo punto aveva respinto questa autodistruzione forzata della propria anima. E i poliziotti della sezione avevano iniziato a torturarlo.
Lo scopo della tortura è un’estirpazione spirituale e non si vuole che il detenuto muoia, anzi: è persino presente uno medico che lo tiene in vita e fornisce ai torturatori i limiti fisici della persona per evitare incidenti irreparabili (morte prematura), oppure collabora alla tortura.

Sun continua: «Qualsiasi cosa può essere utilizzata come strumento di tortura. Per esempio un comune letto a castello a cui è rimosso il piano di legno sopra, diventa: ‘il letto per estendere’. È utile per evitare cicatrici da shock elettrico e può far soffrire senza lasciare troppi traumi evidenti. Legata al letto, la vittima subisce varie torture fin quando non è diventata insensibile o sviene. Poi, quando riacquista coscienza, continuano».

La tortura il ‘letto per estendere’ (disegno di Sun Yi).

Sun ricordando quei momenti aggiungeva: «La volontà deve essere come un pilastro fino al cielo: molto forte e inamovibile. Non ci deve essere la benché minima deviazione, altrimenti si è immediatamente schiacciati dalle enormi sofferenze». Sun Yi è rimasto sul quel genere di ‘letto’ per 168 ore di fila, senza dormire.

«Anche le ganasce per tenere aperta la bocca usata per gli interventi medici sono diventati strumenti di tortura. La fanno tenere a lungo alle vittime e poi le guardie sputano e buttano il cenere delle sigarette dentro la bocca del detenuto, come fosse una pattumiera. I letti di assistenza medica ordinaria sono diventati letti di morte. Legati al letto senza materasso, non ci si può muovere e la bocca è chiusa col nastro adesivo, in modo che si possa respirare solo col naso. Lasciati nudi al freddo e senza potersi muovere o urlare, per ore e giorni; oppure con le ganasce alla bocca al posto del nastro adesivo».

La tortura il ‘letto della morte’ insieme con la tortura della ‘apertura della bocca’ con strumenti medici (disegno di Sun Yi).

I poliziotti più crudeli erano spaventati di lui. L’uomo che lo controllava nel campo lo ammirava: «Non ha mai gridato per il dolore quando è stato torturato».
Le braccia e i legamenti erano quasi spezzati, i muscoli delle gambe erano atrofizzati e il suo corpo si indeboliva giorno dopo giorno. Ma Sun si sentiva più vicino alla natura divina, come lui stesso aveva detto: «Una forza molto potente, che emerge dalle profondità della vita». E il male esterno in realtà non è così potente: «è solo usando la tua debolezza che può costringerti a fare quello che vuole. Se uno può superare se stesso, non c’è nulla al di fuori che possa sconfiggerlo; il potere per trascendere tutte le alte mura e la tortura, sta nel profondo del proprio cuore».

 

Il libro di Du Bin sulle esperienze di Sun Yi, The Roar of Masanjia (archivio Epoch Times).

Pochi giorni prima del suo 51 esimo compleanno, il 1° ottobre 2017, Sun Yi è morto in un ospedale di Bali, in Indonesia.
L’ospedale ha affermato che la causa del decesso sarebbe stata un’insufficienza renale. Ma la famiglia ha dichiarato che Sun non aveva mai avuto problemi renali, e sostiene che l’ospedale non ha fornito dettagli concreti sulla sua morte. E ha fatto cremare il corpo, impedendo ogni ulteriore indagine.

 

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