Crisi nordcoreana, l’ago della bilancia è Pechino

Il leader nordcoreano Kim Jong Un assiste al lancio di un missile Hwasong-12, foto non datata rilasciata dalla KCNA (Korean Central News Agency) il 16 settembre 2017. (KCNA via REUTERS)

Il 15 settembre la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico che ha sorvolato l’isola di Hokkaido in Giappone: è la seconda volta che un missile nordcoreano invade lo spazio aereo giapponese. Meno di due settimane fa, inoltre, la Corea del Nord ha affermato di aver fatto esplodere con successo una bomba all’idrogeno. Questo rappresenterebbe un grande passo in avanti per la potenza nucleare di Pyongyang.

Cosa possono fare gli Stati Uniti per contrastare la minaccia nucleare della Corea del Nord? Essere passivi non è pensabile, dal momento che la Corea del Nord è dotata di bombe nucleari. Inoltre, secondo un’informazione confidenziale passata al Washington Post dall’intelligence statunitense, la Corea del Nord sarebbe in possesso della tecnologia per miniaturizzare le testate nucleari, con la quale potrebbe lanciare la bomba atomica usando un missile intercontinentale.

Se la Corea del Nord sviluppasse missili balistici intercontinentali affidabili (Icbm), l’intero pianeta potrebbe essere preso in ostaggio da Kim Jong Un e i test missilistici intensivi effettuati dal 2014 indicano che lo sviluppo di un Icbm è una priorità per il regime. Il 15 settembre Pyongyang ha lanciato il missile Hwasong-12 che ha percorso 3.700 chilometri, mettendo Guam (che è territorio degli Stati Uniti) a rischio di un potenziale attacco. Se il programma Icbm della Corea del Nord non verrà fermato, è solo questione di tempo prima che Kim Jong Un arrivi a sviluppare missili nucleari capaci di raggiungere gli Stati Uniti continentali.

IL DETERRENTE DELLE PERDITE IMPEDISCE LO SCOPPIO DELLA GUERRA

Una ‘guerra totale’ con la Corea del Nord è quasi impossibile, almeno per il momento. Gli Stati Uniti e i loro alleati ne hanno le capacità ma non la volontà. Il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, ha dichiarato che intende «evitare la guerra a ogni costo» e che preferisce le sanzioni.

Il sistema di difesa missilistica Thadd, il 30 luglio ha superato un altro test abbattendo un Icbm sopra il Pacifico (Lockheed Martin).

Una posizione facilmente comprensibile se si osserva la cartina della penisola coreana: circa 25 milioni di persone vivono a Seul, che dista 56 chilometri  dal confine con la Corea del Nord.
È opinione comune che la dittatura comunista abbia ammassato numerosi reparti di artiglieria sul confine, sufficienti per trasformare Seul in un inferno e causare fino a un milione di vittime. Questa potenziale catastrofe rende ovviamente la Corea del Sud contraria alla guerra, e senza la sua cooperazione militare gli Stati Uniti hanno le mani legate.

Pochi giorni dopo il presunto test termonucleare nord coreano del 3 settembre è trapelata la notizia che la Corea del Sud avrebbe istituito una squadra speciale con l’obiettivo di assassinare Kim Jong Un. Ma verosimilmente si è trattato semplicemente di una tattica dissuasiva, non di una minaccia credibile: se l’intelligence del Sud facesse sul serio, l’intera operazione sarebbe rimasta segreta. Senza considerare il fatto che Kim Jong Un è un bersaglio molto difficile; è senza dubbio il dittatore più ‘riservato’ al mondo: non ha mai concesso un’intervista ai giornalisti, nessuno sa dove viva o lavori e i media del regime nordcoreano generalmente pubblicano le foto e i video di Kim solo giorni dopo gli eventi coperti.
Inoltre se il tentativo di assassinare Kim fallisse sarebbe ovvio aspettarsi rappresaglie, anche se Kim venisse ucciso: nessuno sa esattamente quale sarebbe la reazione del partito che potrebbe decidere di usare le armi nucleari per ‘vendicarne’ la morte.

Il leader nordcoreano Kim Jong Un fornisce indicazioni nell’ambito di un programma di armi nucleari, foto non datata rilasciata dalla Kcna (Korean Central News Agency) a Pyongyang il 3 settembre 2017 (Kcna via Reuters).

 

IL FALLITO TENTATIVO DI RICONCILIAZIONE

Non ha funzionato neanche la strategia di pacificazione, la Sunshine Policy, che la Corea del Sud aveva adottato tra il 1998 e il 2008. Per ottenere la cooperazione diplomatica ed economica della Corea del Nord, la Corea del Sud aveva chiuso gli occhi di fronte alle terribili violazioni dei diritti umani e aveva cercato di minimizzare le continue minacce militari. E, nonostante si fossero verificati oltre 10 conflitti armati tra le due Coree, il Sud aveva continuato a inviare ogni anno ingenti aiuti finanziari e alimentari verso il Nord. Poi, nel 2006 il regime comunista ha ricambiato il favore effettuando il primo test nucleare.

La Corea del Sud non è quindi riuscita ad avvicinarsi al regime nordcoreano. E nel frattempo la sua tradizionale alleanza con gli Stati Uniti si è indebolita. Nel 2008 la Sunshine Policy è stata quindi sospesa, e nel 2010 dichiarata ufficialmente fallita.

Il leader nordcoreano Kim Jong Un (non raffigurato) dirige il lancio di un missile Hwasong-12, foto non datata rilasciata dalla KCNA (Korean Central News Agency) il 16 settembre 2017  (KCNA via REUTERS).

GLI INTERESSI GEOPOLITICI CINESI

Le sanzioni contro la Corea del Nord possono funzionare? Se applicate correttamente le sanzioni hanno il potenziale per mettere in difficoltà il regime di Kim e costringere Pyongyang a tornare al tavolo delle trattative. Ma finora le sanzioni contro la Corea del Nord hanno prodotto scarsi risultati, perlopiù a causa del sabotaggio cinese. Un esempio lampante è il gasdotto Dandong-Sinuiju, che trasporta circa il 90% del fabbisogno annuale di petrolio greggio di Pyongyang. Petrolio che è destinato al governo nordcoreano, all’esercito e alle industrie.

La Cina ha ignorato per anni le esortazioni a chiudere il gasdotto, e anche dopo il presunto test della bomba a idrogeno ha continuato a insistere affinché il gasdotto venisse esplicitamente escluso dalle sanzioni proposte dagli Stati Uniti. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha quindi varato una risoluzione priva della sanzione più efficace che potesse essere imposta alla Corea del Nord.

Nulla avviene per caso: la Cina per ragioni geopolitiche è sempre stata interessata al mantenimento dello statu quo in Corea del Nord: innanzitutto la Cina la considera come una sorta di Stato cuscinetto che tiene l’esercito degli Usa a debita distanza dai propri confini; se il regime di Kim crollasse e le due Coree si unissero, la Cina perderebbe il suo ‘scudo’.
In secondo luogo, la Cina trae vantaggio dai problemi che la Corea del Nord crea agli Stati Uniti e ai suoi alleati, distraendoli e costringendoli impegnare risorse. Ma dopo che Kim ha effettuato una serie di test nucleari a poca distanza dal territorio cinese, il regime di Pechino ha realizzato quanto la sua tattica le si stesse ritorcendo contro.

Infine, la Cina teme che, qualora la situazione politica diventasse instabile in Corea del Nord, dovrebbe far fronte a un grande numero di rifugiati nordcoreani.

PRESSIONE ECONOMICA SULLA CINA

Fin quando il regime cinese continuerà a spalleggiare di fatto la Corea del Nord, le sanzioni non impediranno al tiranno nordcoreano di perseguire il suo delirio di onnipotenza nucleare. Come far sì che la Cina collabori, quindi?

La cosa che la Cina brama più di ogni altra in assoluto è la crescita economica. Dopo trent’anni di rapido sviluppo, la crescita dell’economia cinese sta rallentando, un fenomeno che i funzionari cinesi definiscono ‘new normal’. I tre fattori principali dietro la crescita del Pil della Cina sono il consumo interno, gli investimenti e le esportazioni. Le esportazioni sono un settore che il governo cinese intende sviluppare a ogni costo poiché negli ultimi anni il calo delle esportazioni nette ha rallentato la crescita del Pil.

Gli Stati Uniti sono uno dei principali acquirenti delle esportazioni cinesi. Le merci e i servizi che gli Usa hanno importato nel 2016 dalla Cina ammontano a 478,9 miliardi di dollari, pari al 18,4 per cento delle importazioni totali; mentre i beni e i servizi che gli Usa hanno esportato verso la Cina ammontano al valore di 169,3 miliardi, grosso modo l’8 per cento delle esportazioni totali degli Stati Uniti nel 2016.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping camminano insieme nella tenuta Mar-a-Lago a West Palm Beach, Florida il 7 aprile 2017 (JIM WATSON/AFP/Getty Images).

In Cina le industrie legate alle esportazioni nel 2009 impiegavano oltre 79 milioni di persone. Se la Cina smettesse di acquistare prodotti e servizi dagli Usa l’economia americana subirebbe un contraccolpo ma sarebbe comunque in grado di riprendersi. Tuttavia se gli Usa smettessero di acquistare tutto ciò che viene prodotto in Cina l’economia cinese subirebbe un ‘collasso cardiaco’.

Gli Stati Uniti possono quindi sfruttare ampiamente la leva economica nei negoziati con la Cina. E potrebbero lasciare una scelta alla Cina: fermare ogni genere di sostegno materiale al regime di Kim, oppure affrontare un ritocco dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie nel commercio con gli Stati Uniti. La scelta sarebbe scontata a meno che la Cina non intenda tornare all’isolamento e perdere ogni vantaggio economico.

IL POTERE DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Le sanzioni internazionali sono misure passive, mentre la fine del programma nucleare di Kim può essere accelerata intercettando attivamente i missili nordcoreani. I test missilistici hanno lo scopo di raccogliere dati importanti e know-how, di modo che i missili possano coprire distanze maggiori, si possa migliorarne la stabilità e l’affidabilità e colpire i bersagli con maggiore precisione.

 

Un militare filma soldati, ufficiali e funzionari di alto rango nordcoreani mentre partecipano a una parata militare in occasione del 105° compleanno del padre fondatore del Paese, Kim Il Sung, a Pyongyang il 15 aprile 2017 (RITORI/Damir Sagolj).

La comunità internazionale dovrebbe unirsi e dichiarare le acque internazionali che circondano la Corea interdette ai missili di Pyongyang, e avvertire la Corea del Nord che ogni missile lanciato verrà abbattuto non appena entrato in territorio internazionale

Non solo: con un embargo petrolifero, l’esercito di Kim Jong Un non avrebbe carburante per muovere truppe e mezzi pesanti, e sarebbe anche meno incline a lanciare missili o effettuare test nucleari. Cho Bong-hyun, un esperto di economia nordcoreana ha dichiarato a Reuters che «da sola la Corea del Nord non sopravviverebbe tre mesi: l’intero sistema si paralizzerebbe».

 

Articolo Originale: North Korea’s Nuclear Threat Can Be Stopped

Traduzione di Marco D’Ippolito

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