Crisi nell’industria cinese dei cellulari. C’è già chi si suicida

Stand della Zte al Mobile World Congress tenutosi a Barcellona il 27 febbraio, 2017 (foto: Lluis Gene, AFP/Getty Images).

La notizia del suicidio di un ingegnere cinese della Zte smartphone, diffuso sui social media da un post della vedova, ha richiamato l’attenzione sull’enorme pressione che la classe media cinese sta subendo negli ultimi tempi.

Ou Jianxin di 42 anni, sposato e padre di due figli, era ingegnere alla Zteict Technology Co., un provider di servizi di tecnologia per l’informazione e la comunicazione parte del gruppo Zte. Il 15 dicembre il popolare social media Sina Weibo (il Twitter cinese sotto il controllo dello Stato) ha riportato che l’ingegnere si è suicidato buttandosi dalla finestra del palazzo in cui lavorava, nella città di Shenzhen, nel sud della Cina.

Secondo il blog della vedova pubblicato il 14 dicembre 2017, Ou Jianxin ha deciso di mettere fine alla sua vita dopo essere stato costretto a licenziarsi a causa delle ‘ristrutturazioni’ interne della sua azienda e delle lotte interne al personale che aveva dovuto affrontare; il 1 dicembre il suo supervisore aveva infatti cercato di convincerlo a dare le dimissioni ‘volontariamente’. Ma Ou aveva rifiutato.
Diversi giorni dopo l’ufficio del personale aveva offerto a Ou un pacchetto di buona uscita, che aveva ancora rifiutato. Il 7 dicembre un nuovo atto del braccio di ferro tra il dipendente e l’azienda: nel caso si fosse dimesso immediatamente, il direttore del dipartimento gli garantiva che avrebbe potuto vendere le sue azioni dell’azienda a quattro yuan l’una (circa 0,6 euro), ossia il valore dei titoli nel 2016. Ou aveva di nuovo rifiutato l’offerta, chiedendo però di poterle rivendere a due yuan. Dopo il rifiuto il direttore lo aveva minacciato dicendogli che avrebbe pagato le conseguenze del suo rifiuto. E, in un certo senso, così è stato.

Secondo le parole della moglie Ou era un ottimo marito; padre di di due bambini di 9 e 2 anni, veniva da un villaggio della provincia dello Hunan, si era laureato alla Università di Beihang e aveva conseguito il master di specializzazione all’Università Nankai. Aveva lavorato per otto anni alla Huawei Technologies, società di servizi e telecomunicazioni, prima di trasferirsi alla ZTEICT nel 2011, nella quale aveva un contratto che andava dal 18 aprile 2011 al 18 agosto 2019. Secondo la testimonianza della moglie era un lavoratore coscienzioso, spesso si prolungava oltre l’orario lavorativo o si portava il lavoro a casa per portare a termine in tempo i progetti che aveva in carico.

La vedova ha spiegato inoltre come, con la morte del marito, l’intera famiglia abbia perso l’unica risorsa di entrate, che fino a quel momento, aveva permesso di vivere una vita relativamente agiata.
Nella società cinese il capofamiglia è ritenuto inoltre responsabile dei propri genitori, del benessere della sua nuova famiglia quando si sposa e dei parenti acquisiti dalla moglie; tutto questo aumentava ovviamente il carico finanziario che Ou Jianxin, come ogni padre di famiglia cinese, doveva sostenere.

LA CRISI DELL’INDUSTRIA CINESE DEGLI SMARTPHONE

I problemi economici dell’ingegner Ou riflettono in realtà il dramma che tutta la classe media cinese impiegata nel mercato degli smartphone, come Huawei e Zte, sta affrontando.

Secondo il media di regime Xinhua, Zte a causa dei bassi utili ha iniziato a licenziare i propri impiegati già nel 2012; da allora circa 10 mila persone (il 15% della forza lavoro dell’azienda) hanno perso il posto; e molti altri hanno avuto il salario dimezzato. Nel gennaio 2017 Zte ha annunciato un’altra ondata di licenziamenti: 3 mila posti, di cui 600 del dipartimento smartphone. Reteurs scrive inoltre che, nel marzo 2017, Zte è stata riconosciuta colpevole di aver violato il divieto statunitense di comprare componenti di tecnologia americana incorporandoli negli apparecchi Zte (poi venduti a Iran e Corea del Nord) ed è stata costretta a pagare 900 milioni di dollari.

Ma è l’intera industria di produzione della telefonia cellulare a essere in subbuglio: secondo un servizio di Sina Weibo del 6 marzo 2017, anche gli impiegati di Huawei (che segue Apple e Samsung in termini di diffusione sul mercato mondiale di smartphone), sono sotto pressione per il rischio di perdere il posto di lavoro. L’articolo di Sina Weibo, citando un forum di discussione interno a Huawei, dice che i dipendenti più ‘anziani’ oltre i 34 anni sono quelli maggiormente colpiti dai licenziamenti. Ma anche i programmatori oltre i 40 anni sono nel mirino dei licenziamenti, e Huawei ha già  pianificato di ridurre i costi rimpiazzandoli con giovani a cui pagare un salario più basso.

Sina Weibo ha anche riportato le parole di un ingegnere di 36 anni che (per ovvi motivi) ha scelto di restare anonimo: «Stiamo tutti pensando a cosa faremo dopo, perché abbiamo capito che Huawei non garantirà la sicurezza del nostro posto di lavoro e del nostro futuro ancora per molto».
Huawei non ha incassato i grandi profitti della concorrente statunitense Apple, che invece ha raggiunto la cifra di 139 milioni di smartphone nel 2016. Secondo un’analisi di Strategy Analytics, un’agenzia di ricerca con sede a Boston, nel terzo quadrimestre dell’anno 2016 Apple ha infatti preso il 91% del mercato globale, generando un profitto di oltre 9 miliardi di dollari nel mercato mondiale degli smartphone. Hawei ha ottenuto solo il 2,4 % del totale.

AUMENTANO I PREZZI DEGLI IMMOBILI

Il costo delle case (molti sono appartementi) è fonte di stress economico generalmente diffuso nella la classe media cinese. Il divario tra le entrate delle famiglie e il prezzo delle case è infatti cresciuto sempre più negli ultimi anni.
Secondo Trading Economics, un sito web di statistiche macroeconomiche con sede a New York, i salari dei cinesi sono cresciuti da 29,229 yuan (circa 4.500 euro) nel 2008 a 67,569 (circa 10.300 euro) nel 2016, un incremento del circa 213%. Ma, allo stesso tempo, il mercato immobiliare è salito costantemente: secondo le statistiche dell’Ufficio Nazionale di Statistica, i prezzi degli immobili residenziali è raddoppiato tra il 2006 e il 2015: da 3.119 yuan (circa 480 euro) al metro quadro a 6.473 yuan (circa 990 euro) a metro quadro. A Pechino e Shangai nello stesso periodo i prezzi delle case residenziali sono triplicati, raggiungendo nel 2015 i 20 mila yuan (30.400 euro) per metro quadro.

Gli alti prezzi delle case hanno portato molti più cinesi a indebitarsi. E i numeri sono da far spavento: secondo il South China Morning Post i debiti delle famiglie sono cresciuti da 5 mila 600 miliardi di yuan (circa 850 miliardi di euro) nell‘agosto 2015 a 31 mila 100 miliardi di yuan (circa 4 mila 800 miliardi di euro) nel settembre 2016. Un incremento del 455%.

A un’attenta analisi, quindi, l’economia cinese continua a confermarsi molto meno forte di quello che sembra.

 

Articolo in inglese:  An Engineer’s Suicide a Symptom of Pressures Faced by China’s Middle Class

Traduzione di Fabio Cotroneo

Top