Crisi Corea del Nord, la Cina da che parte sta?

Il presidente cinese Xi Jinping a Xiamen, provincia del Fujian nella Cina sudorientale, 5 settembre 2017. (WU HONG / AFP / Getty Images)

La Corea del Nord ha annunciato il 3 settembre di aver testato la sua sesta bomba nucleare, suscitando la condanna del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e del presidente americano Donald Trump, che ha minacciato di bloccare il commercio con qualsiasi Paese continui a fare affari con il regime nordcoreano.

Benché diversi Stati abbiano rapporti diplomatici con la Corea del Nord, l’avvertimento di Trump era probabilmente rivolto al regime cinese, il più vicino, importante e storicamente il più fedele degli alleati della Corea del Nord. Nel corso degli anni, la Cina ha aiutato il vicino comunista, temendo che un crollo del regime di Kim avrebbe portato migliaia di rifugiati a riversarsi nel proprio territorio. Inoltre, secondo Chen Pokong, analista specializzato in affari cinesi, il regime di Pechino ha sfruttato la Corea del Nord come merce di scambio nelle relazioni con gli Stati Uniti, sostenendo che la Cina sia l’unico Paese in grado di sedersi al tavolo con la Corea del Nord.

Test missilistico in una località sconosciuta in Corea del Nord, foto senza data rilasciata dall’agenzia di stampa della Corea del Nord il 30 maggio 2017 (STR/AFP/Getty Images).

Ma neanche il regime cinese vede di buon occhio l’instabilità che la Corea del Nord sta creando nell’area del Pacifico. Per questo motivo Pechino ha mostrato disapprovazione verso le minacce della Corea del Nord, senza tuttavia fare granché per sbloccare la situazione. Il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin, che durante l’ultimo test nucleare nordcoreano erano impegnati in un vertice in Cina, hanno assicurato, non senza ambiguità, che «gestiranno adeguatamente» le provocazioni nordcoreane.

Quando il 29 agosto la Corea del Nord ha lanciato un missile che ha sorvolato il Giappone, il portavoce del ministro degli Esteri cinese Hua Chunying ha in effetti chiesto moderazione a entrambe le parti e ha invitato tutti a studiare le ‘risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite’. L’evento ha messo in evidenza una questione fondamentale: se dovesse scoppiare una guerra totale la Cina si schiererebbe dalla parte degli Stati Uniti o da quella del suo ‘eccentrico’ vicino?

Nel 1961 il regime cinese, comandato allora da Mao, ha stipulato un trattato con la Corea del Nord impegnandosi a intervenire militarmente in caso di attacco straniero; ma Xi Jinping oggi sta mostrando la volontà di porre fine al lungo sostegno dato al regime Kim: all’inizio di agosto la Cina ha approvato le sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, dopo che Trump ha esercitato una forte pressione su Pechino affinché facesse qualcosa per frenare il vicino Stato-canaglia. Pechino ha anche annunciato a metà agosto che a partire dal 5 settembre vieterà le importazioni di prodotti come carbone, pesce e ferro provenienti dalla Corea del Nord: un’altra mossa significativa, considerando che circa il 90 per cento dei proventi delle esportazioni della Corea del Nord deriva dal commercio con la Cina.
Non è tutto: Pechino ha anche annunciato di aver rafforzato il confine con la Corea del Nord, inviando nuove truppe nella regione, organizzando esercitazioni militari e raccogliendo informazioni attraverso una sorveglianza incessante, mentre il rappresentante cinese all’Onu dichiarava che la Cina «non permetterà mai che scoppi il caos o una guerra nella penisola».

Ad aggravare ulteriormente le relazioni tra Corea del Nord e Cina c’è la tempistica di Pyongyang, poiché sia l’incidente del missile che ha sorvolato il Giappone che il test nucleare sono avvenuti in prossimità del Congresso del Partito Comunista cinese, un evento quinquennale, in cui si delineerà la nuova leadership della Cina.

«Il Partito Comunista Cinese ha bisogno di stabilità [prima del 19esimo Congresso del Partito, ndr]», ha dichiarato Chen Pongkong. «Questo significa che in questo momento il PCC è disposto a scendere a compromessi, e persino a sopportare le umiliazioni. Kim Jong Un conosce queste dinamiche e quindi sceglie sempre momenti critici per lanciare le sue provocazioni».

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping passeggiano nella tenuta di Mar-a-Lago a West Palm Beach, l 7 aprile 2017 (JIM WATSON / AFP / Getty Images).

Quando in aprile Trump e Xi si sono incontrati per la prima volta, la Corea del Nord è stato uno dei temi di cui hanno discusso, e Trump ha detto di aver compreso meglio la complessità della posizione cinese e di essere fiducioso che Xi avrebbe aiutato gli Stati Uniti ad affrontare la Corea del Nord. A luglio Trump ha dichiarato ai giornalisti della Casa Bianca: «[i cinesi, ndr] Sono sotto pressione ed è una questione difficile da gestire, lo capisco. Non dimenticate che la Cina nel corso del tempo è stata spesso in guerra con la Corea, e non è che ora possano uscirsene fuori dicendo semplicemente “Devi fare ciò che ti ordiniamo di fare”».

Sebbene il regime cinese abbia accettato di cooperare con gli Stati Uniti per sanzionare la Corea del Nord, i punti di partenza delle due superpotenze sono diversi: Pechino chiede che tutte le parti si siedano al tavolo delle trattative, mentre Washington vuole che la Corea del Nord abbandoni il proprio programma nucleare prima di aprire ogni trattativa.
E recentemente Trump ha fatto capire di ritenere che i negoziati per far deporre le armi nucleari alla Corea del Nord siano inutili: «La Corea del Nord è una nazione sconcertante che è diventata una grande minaccia, nonché causa di imbarazzo per la Cina, che sta cercando di aiutarci a risolvere il problema, ma con scarsi risultati» twittava Trump il 3 settembre, «la Corea del Sud sta capendo, come avevo già detto loro, che il tentativo di riconciliazione con la Corea del Nord non funzionerà, capiscono solo le maniere forti!».

COSA VUOLE KIM JONG UN?

Gli osservatori ritengono che Kim Jong Un aneli al rispetto derivante dall’essere riconosciuto ufficialmente come potenza nucleare e che non abbia alcuna intenzione di rinunciare al suo arsenale: «Sebbene geograficamente sia un piccolo Stato, se dotato di una grande potenza nucleare, l’impero Kim, e il suo regime dittatoriale, dureranno per sempre; è questo il progetto di Kim per garantire stabilità al suo regime», commenta l’analista Chen Pongkong.

Wen Zhao, analista di geopolitica asiatica presso la Ntd Tv, ritiene a sua volta che «l’obiettivo ultimo della Corea del Nord è costringere gli Stati Uniti a riconoscere il proprio status di potenza nucleare e trattare con gli Stati Uniti da quella posizione». Tuttavia, sembra alquanto improbabile che gli Stati Uniti e gli altri Stati dotati di armi atomiche accreditino la Corea del Nord quale potenza nucleare.

Il leader della Corea del Nord Kim Jong-Un a Pyongyang, 22 febbraio 2017. (STR / AFP / Getty Images)

A questo punto, se Trump mettesse in atto la sua minaccia di interrompere il commercio con i finanziatori della Corea del Nord, potrebbe scatenarsi una guerra commerciale con uno dei principali partner economici degli Stati Uniti, la Cina. Trump, parlando con i giornalisti lo scorso luglio, ha inoltre dichiarato apertamente che intende rinegoziare gli accordi commerciali con la seconda economia mondiale: «Ci sono andato piano [con la Cina, ndr] perché mi piacerebbe avere il loro sostegno […] Ma dobbiamo rinegoziare i trattati commerciali con la Cina perché sono molto, molto iniqui. […] Riguardo alla questione nordcoreana, la nostra forza è il commercio».
Gli Stati Uniti sono i maggiori importatori di merci cinesi, perciò se Trump desse seguito alle minacce, il regime cinese potrebbe essere costretto a scegliere tra la sopravvivenza della propria economia e quella della Corea del Nord. Chen Kuide, esperto di Cina e capo redattore del periodico online China in Perspective commenta infatti: «Quando la pressione sarà abbastanza forte, credo che il governo Xi sceglierà l’opzione più conveniente».

Articolo in inglese: In Conflict Between US and North Korea, Which Side Is China on?

Traduzione di Marco D’Ippolito

 



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