Corruzione in Sud America, indagati Lula e Maduro

(ELMER MARTINEZ/AFP/Getty Images)

Dopo che nel 2008 l’imprenditore brasiliano Hermes Freitas Magnus ha denunciato un sistema di riciclaggio del denaro che coinvolgeva importanti personaggi politici del Brasile, le confessioni degli accusati hanno dato inizio, nel 2014, alla maxi indagine internazionale denominata Operazione Autolavaggio (o Lava Jato), che ha già portato dietro le sbarre più di cento persone tra dirigenti, deputati e senatori del Paese, e altrettanti in numerose altre nazioni.

Lo scandalo giudiziario ha attirato l’interesse del mondo quando tra gli indagati è stato fatto il nome dell’ex presidente del Brasile Luiz Inacio ‘Lula’ Da Silva. E ancora di più quando lo scorso luglio il giudice Sergio Moro ha condannato Lula in primo grado a 9 anni e 6 mesi per riciclaggio e corruzione. Ma questo è solo uno dei processi a suo carico.

Lula durante la sua recente campagna politica (Twitter)

Oggi, infatti, l’indagine si estende a macchia d’olio tra le procure di diversi Paesi latinoamericani, e sul banco degli imputati c’è anche il leader del regime venezuelano, Nicolás Maduro, assieme ad altri collaboratori nel suo governo.

Maduro e Lula sono entrambi coinvolti nello scandalo Odebrecht, dal nome di una potente società di costruzioni brasiliana con diverse filiali anche all’estero che operano in diversi settori, dal petrolchimico alla difesa e dal trasporto alla logistica, fino allo sviluppo urbano e alla costruzione di opere pubbliche. Il presidente della società, Marcelo Odebrecht, nel marzo 2016 è stato condannato dal giudice Moro a 19 anni di carcere per i crimini di corruzione, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere.

Secondo l’agenzia brasiliana Ebc, il 21 dicembre 2016 Odebrecht ha stipulato una transazione in cui si impegnava a pagare 2,75 miliardi di dollari a Stati Uniti, Brasile e Svizzera. Nella stessa data gli Usa hanno reso noto un documento del dipartimento di Giustizia, nel quale si afferma che Odebrecht ha riconosciuto di aver corrotto funzionari, partiti e candidati politici; il tutto per interessi personali e per estendere l’influenza dei suoi affari in diversi Paesi del mondo. Il documento specifica che Odebrecht avrebbe consegnato tangenti per 788 milioni, per 100 progetti in 12 Paesi, inclusi Angola, Argentina, Brasile, Colombia, Repubblica Dominicana, Ecuador, Guatemala, Messico, Mozambico, Panama, Perù e Venezuela: operazioni che hanno coinvolto 27 nazioni.

Il 16 febbraio gli uffici del Pm brasiliano e le magistrature inquirenti di undici Paesi, hanno firmato un accordo per dare il via alle indagini nei confronti di Odebrecht.

In Colombia è stato messo sotto accusa l’ex deputato Otto Bula e l’ex vice ministro dei trasporti Gabriel Garcia (che ha confessato); è inoltre in corso un’indagine su certi finanziamenti che il presidente Juan Manuel Santos avrebbe ricevuto in campagna elettorale; il presidente nega.

In Venezuela, le indagini sul caso Odebrecht sono condotte dall’ex procuratore generale Luisa Ortega, che ha recentemente lasciato il Paese; la Ortega ha dichiarato, dall’estero, che sono in corso indagini su Maduro e su alcuni dei suoi ministri, nonché su altri personaggi legati al governo.
Tarek William Saab, il nuovo procuratore generale nominato da Maduro, il 7 settembre ha replicato affermando che «in Venezuela non risultano accuse su fatti concreti, oltre quelli menzionati dall’ex procuratore generale Luisa Ortega, rifugiata dalla giustizia venezuelana, che dall’estero cerca di collegare alti funzionari del governo Bolivariano con questa impresa edile. Ma la Ortega non ha portato avanti le indagini quando ne aveva il potere».

Nicolas Maduro in una foto dal suo profilo Twitter

MADURO INDAGATO

Dall’estero, la Ortega ha affermato di stare indagando sulle transazioni di denaro del governo di Nicolás Maduro in relazione allo scandalo Odebrecht, e in particolare su opere milionarie i cui lavori sono rimasti paralizzati. Sostiene di essere stata destituita proprio per questa ragione, e di aver chiesto per questo asilo in Colombia.

Il 5 agosto, centinaia di militari hanno assediato e fatto irruzione nella sede della Procura generale di Caracas; in merito a questo Luisa Ortega, in occasione del vertice dei procuratori dell’America Latina ha dichiarato che «tutto ha a che fare con l’inchiesta su Odebrecht». E ha continuato: «Questo li preoccupa molto, dal momento che sanno che abbiamo le informazioni e i dettagli di tutte le transazioni, gli importi e i personaggi coinvolti […] su questa indagine sul signor Nicolás Maduro e sul suo ambiente».
Luisa Ortega ha anche pubblicato sul suo profilo Twitter le foto del momento in cui i militari hanno circondato la Procura. L’ex procuratore generale denuncia presunti atti degradanti contro i procuratori e i funzionari pubblici, molti dei quali, ha affermato, sono dovuti scappare dal Paese perché temevano per la propria vita: «È stata la materializzazione delle minacce ricevute in questo periodo dalla Procura».

In una conferenza stampa tenuta in seguito, la Ortega svela i dettagli della vicenda: «Hanno assalito la Procura con baionette e fatto irruzione in casa mia due volte, rubando tutti i miei effetti personali; hanno persino pedinato la mia famiglia, così come gli impiegati della Procura, che hanno dovuto lasciare il Paese».

Secondo il parere dei media, Luisa Ortega era molto vicina all’ex presidente socialista e rivoluzionario Hugo Chávez, il quale non viene menzionato nelle accuse pubbliche; riguardo al suo successore Nicolás Maduro invece, l’ex procuratore generale afferma: «L’indipendenza della Procura generale rappresentava una minaccia alla sua stabilità […] Il governo in tema di giustizia agisce solo per capriccio». Maduro e altri membri del governo Chávez sono tutti indagati nel caso Odebrecht.

La Ortega ha continuato: «Abbiamo visto come le istituzioni si sono degradate, si sono allontanate dalla legalità, convertendosi in sponsor di un governo totalitario».

L’Assemblea Nazionale del Venezuela (il Parlamento) ha esaminato le accuse di Luisa Ortega, una delle quali coinvolge anche Diosdado Cabello, ex vicepresidente di Hugo Chávez e due volte ministro dell’infrastruttura di Maduro, e suo fratello José Davis Cabello, ex ministro delle Infrastrutture nel 2006.

Luisa Ortega (al centro) insieme ai procuratori del Mercosur duranta una sua visita in Brasile, agosto 2017. (Twitter Luisa Ortega)

Il 23 agosto la Ortega, in una conferenza stampa tenuta durante il suo recente viaggio di visita alla Procura generale del Brasile, ha affermato che «nel caso di Obedrecht, abbiamo rilevato che a beneficio di Diosdado Cabello sono stati depositati 100 milioni di dollari attraverso una società spagnola denominata Tse Arietis, i cui proprietari sono i suoi cugini».

Il 6 settembre, l’agenzia Efe ha pubblicato la risposta alle accuse da parte della società di costruzioni Odebrecht, che ha negato «categoricamente di aver inviato 100 milioni di dollari, attraverso una società spagnola, al leader del governo venezuelano Diosdado Cabello, come sostenuto invece dall’ex procuratore generale del Venezuela Luisa Ortega il 23 agosto scorso».

Inoltre, in modo non ufficiale, il nuovo procuratore generale del Venezuela ha colto l’occasione per dichiarare ai media che avrebbe escluso Maduro e Cabello dalle indagini sul caso Odebrecht.

Diosdado Cabello è il tenente che ha collaborato con Hugo Chávez nel tentativo di colpo di Stato del 1992, secondo la biografia del regime socialista. Ha inoltre conferito la carica di vicepresidente a Nicolás Maduro prima che Chávez morisse, ma non è l’unico rappresentante di Maduro a essere accusato.

Il Parlamento venezuelano, democraticamente eletto nel 2015 e che ad oggi non è riconosciuto dal regime venezuelano, ha riferito il 29 agosto che oramai alcune opere in cui era coinvolta la società di costruzioni Odebrecht sono ferme da 6, 7 o 12 anni e che in queste erano coinvolti a loro volta miliardi di dollari: «Hanno rubato i soldi, così come le risorse», ha denunciato Juan Guaidó, presidente del Comitato per il Bilancio dell’Assemblea Nazionale.

Il deputato ha citato come esempio il secondo ponte sul lago di Maracaibo in Venezuela, il cui costo è incrementato del 3 mila per cento ma non è stato mai costruito: «Anche loro prendevano i soldi dal sistema ferroviario centrale di Ezequiel Zamora. Tutte queste opere ammontano a 22 miliardi di dollari del Fondo Nazionale Pubblico».

Quanto più l’indagine sale alla luce, tanto più si fa difficile e complicata. A seguito della notizia dell’inizio delle indagini da parte dell’ex procuratore generale a carico dei parenti di Diosdado Cabello, il deputato Guaidó ha affermato che questi ultimi hanno cercato subito di eliminare le prove.
Il 28 agosto Luisa Ortega ha inoltre reso noto un altro elenco di nomi sotto inchiesta, tutti alti funzionari del governo Maduro con beni all’estero, e ha aggiunto di aver passato la lista alla Magistratura degli Stati Uniti.

Il 7 settembre, il governo venezuelano ha pubblicamente annunciato che la Procura generale «ha ripreso le indagini sulle presunte irregolarità nei contratti governativi con la Società di costruzioni brasiliana Odebrecht», che erano state a loro detta «accantonate» dalla precedente direzione.

La Ortega il 29 agosto è stata ricevuta dal Presidente della Corte Interamericana, Roberto F. Caldas; dal giudice Elizabeth Odio Benito e dal Segretario Pablo Saavedra. (Immagine Luisa Ortega/Twitter)

A parte il caso Odebrecht, la Ortega fa sapere che sta indagando anche sulla presunta corruzione di alcuni funzionari venezuelani per quanto riguarda le imprese Clap (Comitati di fornitura e produzione), un programma del governo di Maduro che dovrebbe aiutare a contrastare la scarsità di cibo e la fame in Venezuela, ma nel quale sono stati riscontrati dei prezzi degli alimenti troppo alti. La politica del governo socialista sostiene che questo programma fosse necessario per evitare l’impresa privata e Maduro ha destinato cifre milionarie per comprare alimenti. Dal canto suo, anche il governo di Maduro ha annunciato di star indagando sull’irregolarità dei prezzi degli alimenti.

LULA, DILMA E L’INCUBO ODEBRECHT

Nel mese di marzo, secondo quanto riportato da Cnn, Odebrecht ha affermato di aver fatto donazioni illegali alla campagna politica di Dilma Roussef, cosa che è stata smentita dall’ex presidente che aveva succeduto Lula.

L’ex ministro Antonio Palocci, dei governi degli ex presidenti Lula e Dilma, il 6 settembre ha parlato di fronte al giudice Moro, e secondo Ntn24 America ha segnalato l’esistenza di un patto disonesto tra la multinazionale Odebrecht e il Partito dei Lavoratori.

L’agenzia Efe riporta infatti che il suo difensore Adriano Bretas, ha sentito Palocci affermare che «esisteva un patto di sangue, un pacchetto di tangenti che si dispiega nell’acquisto del terreno per l’Istituto Lula e in un pacchetto di 300 milioni di reali (circa 100 milioni di dollari) messi a disposizione in tangenti».

Palocci si presenta davanti al giudice Sergio Moro in veste di imputato nella seconda causa più importante contro Lula, il quale è accusato di corruzione passiva, riciclaggio di denaro e di aver ricevuto tangenti dal gruppo Odebrecht.

Ma in una replica via Twitter, Lula ha scritto: «Quanto vale l’accusa di Palocci?», e il Partito dei Lavoratori assicura che quella di Palocci contro Lula è «una denuncia senza fondamento».

Inoltre il 4 settembre Marcelo Odebrecht, in relazione a questo processo che lo accusa di aver consegnato tangenti all’ex presidente brasiliano, ha usato parole forti davanti al giudice: secondo OGlobo ha infatti riconosciuto di aver effettuato «trasferimenti illegali» di denaro (oltre alle donazioni registrate legalmente); Lula è chiamato a rispondere davanti al giudice per questo caso il 13 dicembre 2017.

In merito alle somme ricevute da Odebrecht, sulla pagina Lula.com.br si legge che si trattava di politiche trasparenti eseguite per il bene del Brasile: «Insistono a considerare come un crimine, o dei favoritismi, delle politiche governative volte allo sviluppo del Paese e approvate dalla popolazione in quattro elezioni presidenziali». Lo stesso sito web, per difendere l’ex presidente, tiene a precisare che «le accuse non sono prove», e che «le dichiarazioni negoziate dai proprietari e dirigenti Odebrecht – in cambio di una riduzione della pena per i crimini che hanno confessato – sono state manipolate per falsificare la storia del governo».

Lula riconosce ad esempio che Odebrecht aveva ceduto un terreno all’Istituto di Lula, continua la stessa fonte, ma «è stato rifiutato […] perché non era stato neanche richiesto dall’Istituto o da Lula».

Per quanto riguarda le mazzette ricevute, il sito a difesa di Lula sostiene che l’ex presidente «non ha mai chiesto, autorizzato né è venuto mai a conoscenza del presunto approvvigionamento». Tuttavia, vengono riconosciuti i contratti della Società di costruzione per le conferenze: «Odebrecht non era la prima compagnia, né la seconda, né la terza a stipulare contratti per le conferenze di Lula».

Lula e Dilma (Wikimedia)

38 PAESI COINVOLTI NEL CASO ODEBRECHT

Secondo una recente dichiarazione del procuratore Vladimir Aras al media g1.globo poi diffusa da Noticias ao minuto, la grande rete di presunti contratti multimilionari di Odebrecht, che coinvolgono ‘mensilità’, ‘mazzette’ o ‘donazioni’, copre a tutt’oggi 38 Paesi, ai quali la Procura generale del Brasile ha richiesto 178 elementi di prova tra conti bancari e beni per la confisca. Sempre secondo Aras, la giustizia brasiliana ha già ricevuto richieste di informazione da 29 Paesi.

Quando l’indagine Lava Jato è stata resa pubblica nel 2014, Hermes Freitas Magnus, per illustrare come funzionavano gli spostamenti di denaro ha dichiarato che quando gli è stato chiesto di fare dei pagamenti a un fornitore si è reso conto che i soldi «circolavano liberamente» e non sui conti sui quali dovevano stare. Un giorno continua Magnus gli è toccato «riempire completamente di denaro il bagagliaio di una Mitsubishi L 200 […] e i politici si erano messi in fila per riceverlo». In seguito deputati e senatori del Partito dei Lavoratori di Lula, così come del Pp e del Partito del Movimento Democratico, sono stati condannati al carcere.

Secondo le dichiarazioni dell’ex procuratore, in Venezuela Maduro ha respinto le istituzioni democraticamente elette, prendendone il controllo, e ora detta giustizia a modo suo. In Brasile, però, Lula si dichiara innocente e vittima della giustizia.

Traduzione di Alessandro Starnoni

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