Cina, storia di un artista perseguitato per la sua fede

Praticanti del Falun Gong (conosciuto in Occidente col nome di Falun Dafa) a Pechino prima dell’inizio della persecuzione della disciplina spirtuale da parte del regime comunista iniziata nel 1999.

L’artista pechinese Qin Wei, ora in carcere, è sempre stato un appassionato di arte e filosofia: durante gli studi alla prestigiosa Accademia Centrale delle Arti Applicate (ora nota come Accademia Tsinghua di Design e Arti), si alzava alle 3 del mattino per leggere i grandi classici e imparare dai grandi capolavori.
Dopo gli studi è diventato insegnante d’arte in una scuola superiore, ma durante le vacanze estive ha sempre continuato a creare le proprie opere, che in alcuni casi sono state esposte anche in Germania.

In un momento cardine della sua vita ha conosciuto la Falun Dafa, una disciplina spirituale chiamata anche Falun Gong, molto diffusa in Cina prima negli anni ’90. Dopo aver letto il libro principale della pratica, lo Zhuan Falun [letteralmente ‘Girare la Ruota della Legge’], ha sentito di aver compreso il vero senso della vita. Di conseguenza, quando nel 1999 il regime comunista cinese ha iniziato a perseguitare i praticanti della Falun Dafa – temendo l’enorme popolarità della pratica – mettendo in atto una massiccia propaganda diffamatoria, Qin ha cercato con ogni mezzo di far conoscere alle persone la realtà.
Ma il risultato dei suoi sforzi è stato il suo arresto e la condanna ai lavori forzati. Il caso di Qin è stato riportato dal sito d’informazione Minghui.org, che monitora e riporta svariati casi di persecuzione dei praticanti della Falun Dafa e che da anni aggira la censura del tirannico regime comunista cinese.

Il noto artista ha raccontato di aver subito ogni sorta di tortura mentre era in prigione. Per esempio è stato picchiato ripetutamente con i bastoni elettrici fino al punto di svenire e non poter più respirare, ed è stato costretto a rimanere sveglio per 30 giorni di fila: ogni volta che per sfinimento si addormentava, la polizia gli urlava addosso. La privazione del sonno è infatti una delle torture spesso inflitte ai prigionieri di coscienza, e ha lo scopo di farli crollare fisicamente e soprattutto mentalmente. Il Partito Comunista Cinese e i suoi funzionari, infatti, non solo incarcerano i praticanti del Falun Gong che non hanno commesso alcun crimine (non esiste alcuna legge che vieti questa pratica) ma li torturano con lo scopo di farli rinunciare alla propria fede.

L’artista pechinese Qin Wei  (Minghui.org)

Come conseguenza degli anni passati in carcere, dopo aver scontato la pena, Qin aveva perso il lavoro e si manteneva come insegnante privato di disegno; nonostante le privazioni e le difficoltà economiche e sociali, ha sempre mantenuto bassi i costi delle sue lezioni, per permettere a tutti di frequentarle.

Nel maggio del 2016, dopo aver distribuito una copia de I Nove commentari sul Partito Comunista Cinese (un libro pubblicato da Epoch Times che ha vinto vari premi letterari e che descrive e denuncia i crimini del Pcc) il noto artista, all’età di cinquant’anni, è stato di nuovo arrestato e condannato a due anni e mezzo di carcere. Attualmente è ancora nella prigione di Qianjin della città di Tianjin.

La madre dell’artista è molto preoccupata, non riuscendo ad avere notizie del figlio. Secondo Minghui.org, infatti, quando gli avvocati hanno chiesto il permesso di incontrarlo, dovendosi occupare della sua difesa – cosa prevista anche dalla legge cinese – le autorità si sono rifiutate.
Era il 2 novembre: la famiglia si è recata al carcere con due avvocati, ma il personale della prigione di Stato ha dichiarato solo che Qin Wei si rifiutava di rinunciare alla sua fede nel Falun Gong e li ha fatti attendere, facendo un’infinità di telefonate. Alla fine un agente di polizia è venuto a parlare con loro e, con fare minaccioso, ha chiesto a familiari e avvocati che opinione avessero del Falun Gong, aggiungendo che finché non fosse stato il detenuto stesso a chiedere una difesa, non avrebbero potuto concedere alcun permesso di visita.
Di rimando, la famiglia ha ricordato all’agente che durante la loro ultima visita in ottobre, era stato proprio Qin ad aver chiesto espressamente e chiaramente informazioni su come difendersi legalmente; i familiari, che si erano già mossi per aiutarlo, avevano risposto di aver già assunto degli avvocati e gli avevano persino fatto memorizzare i loro nomi, di modo che potesse chiedere espressamente di loro per ogni evenienza. Inoltre Qi aveva detto loro di aver già scritto una lettera di appello alle autorità, ma il personale della prigione aveva disapprovato il gesto e non aveva dato seguito a nessuna sua richiesta.

Gli avvocati hanno esposto denuncia per l’accaduto, basandosi sul fatto che, secondo le leggi stesse del Pcc, hanno il diritto di fare visita alla parte che rappresentano.

Dalla prima metà del 2017, gli avvocati cinesi hanno difeso 186 praticanti del Falun Gong.

 

Articolo in inglese: Beijing Artist Tortured for His Faith for Past Decade, Denied Right to Appeal His Prison Sentence

Traduzione Fabio Cotroneo

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