Quando l’ideologia prevale sull’umanità

Alcuni centinaia dei 200mila manifestanti studenteschi della democrazia si sono riuniti in Piazza Tiananmen seduti faccia a faccia con i poliziotti al di fuori della Grande Sala del Popolo, 22 aprile 1989. (Catherine Henriette / AFP / Getty Images)

Sono passati 28 anni e pochi giorni da quel breve periodo in cui la Cina, proprio come l’Urss, sembrava prepararsi a un radicale cambiamento politico.

Con gli studenti e il personale universitario a fare da apripista, milioni di persone in tutto il Paese si erano uniti in manifestazioni per i diritti umani, a favore della democrazia e contro la corruzione. Il tutto era scaturito dalla morte di Hu Yaobang (aprile 1989), ex leader del Partito Comunista Cinese di stampo riformista.

Nonostante la grande popolarità di queste manifestazioni e il fatto che fossero germogliate dopo quasi un decennio di riforme economiche e di apertura sociale, il Partito ha deciso di proclamare la legge marziale a Pechino, e il 4 giugno 1989 i soldati e i carri armati dell’Esercito di Liberazione del Popolo sono entrati nella capitale e hanno ucciso centinaia, forse migliaia, di manifestanti disarmati in Piazza Tiananmen, che in cinese significa ‘il cancello della pace celeste’.

Nei giorni finali, prima dell’imposizione della legge marziale, Zhao Ziyang, che è stato il successore di Hu Yaobang alla leadership del Partito, aveva sostenuto le proteste degli studenti, dichiarando loro: «Siamo arrivati troppo tardi. Ci dispiace. Parlate di noi, criticateci. È tutto giusto».

Venti giorni dopo il massacro di Tiananmen, Zhao è stato rimosso con la forza dal suo incarico e messo agli arresti domiciliari. Secondo i The Tiananmen Papers (una ricostruzione degli eventi delle manifestazioni e del massacro) nonostante Zhao non sia mai stato accusato formalmente di alcun crimine, è stato incolpato dai falchi del Partito di essere stato il burattinaio dietro le manifestazioni pro-democrazia. Al posto di Zhao, i rimanenti vertici del Partito hanno piazzato Jiang Zemin, una persona la cui influenza deleteria sulla politica cinese e la cui brutale eredità nella repressione dei diritti umani, è ancora viva oggi.

IL PARADOSSO DELLA RIFORMA

Dopo la morte di Mao Zedong nel 1976, la Cina ha dato inizio alla sua era di «riforme e apertura», liberando il potenziale imprenditoriale di centinaia di milioni di cinesi. Il fanaticismo folle, il terrore di Stato e la fame, che hanno caratterizzato il dominio di Mao, sembravano cose del passato.
Marx, Lenin e Mao erano stati messi in secondo piano, dinanzi all’onda della prosperità economica e allo sbocciare delle riforme politiche. In questo contesto, il segretario generale del Partito, Hu Yaobang, era arrivato anche a dire che nessuna delle idee di Mao fosse rilevante, nel contesto della modernizzazione economica della Cina riformata.

E nel 1987, la leadership è passata a Zhao Ziyang, ‘discepolo’ di Hu, e liberale quanto lui. Nonostante Zhao fosse stato un burocrate di alto livello e un affezionato membro del Partito, nelle parole dello studioso Julian B. Gewirtz, «dava la priorità alla sostanza e non alla forma» e sognava una Cina ricca e democratica. In una delle proposte più radicali di Zhao, il segretario generale aveva sostenuto persino l’indipendenza del governo dal Partito Comunista.

Secondo quanto afferma Gewirtz sul sito web ChinaFile, se Zhao avesse continuato a governare, «non è difficile immaginare che la società cinese sarebbe stata molto più pluralista, democratica, legale, giusta e aperta al mondo esterno».

Ma il Partito aveva la sua logica, una logica che poteva essere vista prima ancora della morte di Hu e della tragedia di Tiananmen.

I falchi del Pcc, incluso Deng Xiaoping, vera fonte del potere e dell’influenza politica nella Cina di allora, avevano già agito contro la liberalizzazione politica in precedenza, per esempio nella campagna per liberare la Cina dall’«inquinamento spirituale» dell’Occidente. Hu era visto come una figura controversa, e nella seconda metà degli anni ‘80, questo ha provocato la sua caduta.

LA VITTORIA DEI ‘PRINCIPI DEL PARTITO’

Il concetto di ‘princìpi del Partito’ (dang xing in mandarino) è stato una costante in tutto il dominio del Pcc e si è dimostrato uno strumento formidabile per assicurare la coesione del regime comunista e per ottenere la cooperazione dei suoi membri.

La lotta di classe e il materialismo dialettico, centro filosofico del Marxismo-Leninismo e quindi della dottrina del Pcc, sono stati alla base degli omicidi di massa e della carestia senza precedenti dei tempi di Mao, rimanendo costanti negli anni successivi. Lo sviluppo economico, la modernizzazione a livello giuridico e la liberalizzazione delle norme sociali potranno aver reso i cinesi più ricchi e materialmente più soddisfatti, ma sullo sfondo il Partito Comunista ha sempre mantenuto la sua caratteristica ideologica di base.

In un periodo in cui le riforme politiche in Unione Sovietica hanno portato al collasso dei regimi comunisti dell’Est Europa, la forza dei princìpi del Partito ha prevalso persino su Hu e Zhao che detenevano la carica di segretario generale, il più alto grado nel Pcc.

Quello di Zhao Ziyang non è stato il primo caso di leader del Partito a finire in disgrazia: durante la Rivoluzione Culturale, movimento di Mao degli anni 60, il segretario generale Liu Shaoqi è stato assalito dalle Guardie Rosse in quanto «capitalista reazionario» e abbattuto mentre cercava inutilmente di difendersi in base alla Costituzione cinese. Torturato e detenuto in condizioni disumane, è morto dopo due anni.

Chen Duxiu, fondatore del Pcc, era contrario all’utilizzo della violenza e intendeva cooperare con il governo repubblicano cinese che era al potere in quel momento. A causa di questo venne rimosso dalla sua posizione e nel 1929 espulso dal Partito con l’accusa di essere un «opportunista di destra».

DOPO TIANANMEN

Ad oggi ben poco rimane di quel movimento sociale che si era diffuso tra Pechino, Harbin, Shenyang, Guangzhou, Hefei, Chengdu e altre metropoli cinesi nella primavera del 1989, e Zhao Ziyang stesso è vissuto agli arresti domiciliari fino alla sua morte nel 2005.

Con il successore di Zhao, Jiang Zemin, la Cina ha continuato a portare avanti il capitalismo non democratico. Le riforme che il popolo auspicava – un governo trasparente, lo Stato di diritto, una maggiore democrazia e la crescita della società civile – hanno invertito il proprio corso, e la corruzione e le raccomandazioni sono diventate il collante della nuova politica economica cinese.

Pur vestendosi all’occidentale e godendo dei frutti del capitalismo, i funzionari del Partito sotto Jiang hanno conservato gli strumenti della dittatura comunista di Tiananmen e l’ideologia alla base del loro utilizzo. Durante il periodo di Jiang non si è verificata una minaccia politica, ma uno scontro ‘spirituale’: nel 1999, Jiang Zemin ha infatti ordito una campagna per abbattere il Falun Gong, una disciplina spirituale cinese praticata da più di 70 milioni di persone e insegnata pubblicamente per la prima volta solo nel 1992.

E come il massacro del 1989, la persecuzione del Falun Gong è stata preceduta da vari segni ‘premonitori’, come gli articoli ricchi di calunnie da parte di opinionisti comunisti come He Zhoxiu, o il divieto dei libri del Falun Gong nel 1996, fino all’arresto, nell’aprile del 1999, di più di 40 praticanti del Falun Gong a Tianjin, nel nord della Cina.

I praticanti del Falun Gong hanno protestato contro questi primi segnali di persecuzione, riunendosi dinanzi alla sede della leadership centrale del Pcc a Zhongnanhai (Pechino). Il premier Zhu Rongji in quell’occasione ha ricevuto nell’edificio vari rappresentanti, ma le sue azioni – proprio come quelle di Zhao Ziyang 10 anni prima – hanno prodotto scarsi risultati concreti.

A Jiang Zemin, che era salito al potere proprio nel contesto del sangue del 4 giugno 1989, era parso di vedere qualcosa di simile, nella popolarità del Falun Gong negli anni ‘90. Secondo degli studiosi, in un incontro del Politburo, avrebbe infatti definito il Falun Gong «il più grave incidente politico dal 4 giugno», nonostante il Falun Gong non abbia mai avanzato alcuna richiesta politica.

E negli anni 2000 e oltre, si è andata sviluppando la campagna di persecuzione più brutale della Cina contemporanea, comprensiva di propaganda disumanizzante, condanne ai lavori forzati, e persino dell’assassinio di decine di migliaia di persone per prelevare i loro organi.

 

Per saperne di più:

 

Articolo in inglese: The Clash of ‘Party Character’ and Human Nature at Tiananmen

Traduzione di Vincenzo Cassano

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