Cina, migliaia di vite distrutte da test Hiv positivi errati

(STR/AFP/Getty Images)

I tabù sociali possono scatenare comportamenti irrazionali. Ad esempio, in Cina chi contrae l’Aids e cerca aiuti statali viene perseguitato, sorvegliato, privato di assistenza legale e può contare su aiuti molto scarsi. Per questo è straordinario che un cittadino cinese risultato positivo all’Hiv per errore sia riuscito a intentare una causa per danni.

Ma sebbene in Cina l’Aids sia sicuramente circondato da ignoranza e pregiudizio, la repressione dell’attivismo a sostegno dei malati di Aids può anche essere connessa a cause ‘politiche’.

Solo pochi giorni dopo la giornata mondiale contro l’Aids (l’1 dicembre 2017) infatti, un sito di notizie controllato dal regime ha riportato la storia di Ouyang Jiu, un abitante di Chengdu che racconta in che modo la sua vita sia stata distrutta (a pochi mesi dal matrimonio) da un’analisi sbagliata.
Ouyang nel 2008 per il centro malattie infettive di Chengdu, era infatti sieropositivo, e per sette anni ha atteso che il virus mettesse fine alla sua vita. Fino al dicembre 2015, quando, sorpreso di essere ancora in buona salute, ha deciso di sottoporsi a un secondo esame del sangue. Questa volta al Centro malattie infettive della Cina occidentale dell’università dello Sichuan. L’esito delle analisi è stato sconvolgente: Ouyang Jiu è risultato negativo al test dell’Hiv.

Per raggiungere una certezza, il malcapitato Jiu ha quindi deciso di fare l’esame una terza volta, e anche il test eseguito al centro malattie infettive al distretto di Jinniu, uno dei nove distretti di Chengdu, ha dimostrato che non c’era traccia di Hiv. Alla richiesta di chiarimenti ai Centri malattie infettive provinciale e di Chengdu (entrambi avevano ancora il campione di sangue di Ouyang dal 2008) è poi risultato che l’esame di quella vecchia provetta continuava a dare esito positivo. Alla fine, è risultato che il centro malattie infettive di Chengdu aveva mischiato un (diverso) campione di sangue infetto da Hiv con il sangue di Ouyang.

Ouyanag a quel punto ha ovviamente presentato denuncia contro i Centri malattie infettive di Chengdu e Sichuan, visto che – a causa delle analisi sbagliate – pensava che gli rimanessero solo pochi anni di vita e quindi non si era più sposato, senza contare che – avendo perso il lavoro – aveva anche speso i soldi della pensione della madre.
Il tribunale ha risposto con un invito alle parti di concludere con una transazione, concedendo a Ouyang e al centro di malattie infettive 30 giorni per trovare un accordo, prima di aprire il procedimento penale.

Nel frattempo, molti cittadini hanno espresso la loro solidarietà, attraverso i social media cinesi, per le sofferenze di Ouyang. Mentre, invece, la copertura mediatica da parte della stampa di regime cinese è nel migliore dei casi nulla.

PRESSIONI

Nella giornata mondiale contro l’Aids, Sun Ya, attivista contro l’Hiv dell’Associazione per la tutela della salute Aizhixing con base a Pechino, ha detto che non si azzarda nemmeno a partecipare a eventi pubblici a sostegno delle vittime dell’Aids, considerato quanto sia lui che numerose altre vittime abbiano già subito pressioni dal regime. Sun Ya ha anche dichiarato (a Radio Free Asia) di essere aver subito intercettazioni: «Le persone di norma vengono imprigionate, e tutti gli avvocati che accettano la difesa vengono ‘dissuasi’».

La soppressione dell’attivismo nella Giornata mondiale contro l’Aids fa parte della continua repressione degli attivisti per i diritti umani che tentano di aiutare i malati di Aids.
Secondo l’articolo della Rfa, i datori di lavoro discriminano i malati di Aids e molte persone che ne sono affette ricevono un sussidio mensile di soli 200 yuan (circa 25 euro); un sussidio che garantisce a loro malapena la sopravvivenza.

In Cina ci sono due epidemie di Aids: una si diffonde attraverso il contatto sessuale o attraverso l’uso di droghe; l’altra tramite aghi contaminati nei centri di donazione del sangue, dove i contadini poveri vanno per ricavare qualche euro. I contadini che sono stati riconosciuti di aver contratto l’Aids in questo modo sono stati raggruppati nelle province di Henan e Anhui.

«Nelle regioni più colpite dall’Aids, come Henan e Anhui, ma di più in quella di Henan – ha detto a Radio Free AsiaHu Jia, un attivista di Pechino – dal 2001 non ho mai sentito di una singola vittoria in tribunale in materia di indennizzo governativo sull’Aids».

L’ex capo dell’Istituto di educazione sanitaria nazionale, Chen Bingzhong, nel 2010 ha scritto una lettera aperta a Hu Jintao, allora leader del Partito Comunista Cinese, in cui diceva che oltre 100 mila persone avevano contratto l’Hiv a causa di trasfusione da sangue infetto. Ma secondo l’organo di propaganda di regime Xinhua, recentemente il numero di contagi Hiv attraverso le trasfusioni di sangue si sarebbe ridotto quasi a zero.
Il rapporto di Xinhua, citando le statistiche del Centro malattie infettive e prevenzione cinese, dice inoltre che 747 mila persone in Cina hanno contratto l’Aids, e che a fine settembre 2017 c’è stato un incremento di 93 mila casi rispetto allo stesso periodo di un anno prima.
Sempre secondo Xinhua, il contagio attraverso il contatto sessuale rappresenta il 94 percento delle infezioni, mentre l’incidenza di quello tramite iniezione di droghe e la trasmissione tra madre e figlio è relativamente basso.

Ma, come è noto, in Cina spesso i dati ufficiali sono inaffidabili, e i numeri sull’Aids forniti da Xinhua vengono da più parti contestati. Diversi medici dissidenti rifugiati negli Usa hanno infatti riferito a Rfa che le vecchie reti di vendita del sangue (le maggiori responsabili di parte dei nuovi contagi di Aids) stanno ancora operando nelle regioni più povere della nazione. Se così fosse, l’aggressiva propaganda del Pcc in merito al contagio da Hiv sarebbe con ogni probabilità finalizzata a coprire questo scandalo.

 

In China, A Successful AIDS Lawsuit Stands in Contrast to the State’s Treatment of AIDS Patients

Traduzione di Massimo Marcon

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